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Siamo alla fine degli anni 80’a Bologna, le canzoni dei CCCP si impongono nel panorama musicale punk italiano e europeo. Tutto nasce e riporta a Berlino, la città degli scrittori, dei creativi, degli spiriti solitari dove si sono formati i CCCP e dove Thomas decide di andare a vivere. Qui inizia la storia della “strategia della Camere Separate”, una scelta di vita o di rinuncia alla vita? Camere Separate è un romanzo dello scrittore e giornalista emiliano Pier Vittorio Tondelli pubblicato nel 1989, riscritto come testo teatrale e messo in scena da Andrea Adriatico a partire dal 2011. Il 5 dicembre 2019 è andata in scena una nuova versione dello spettacolo presso i Teatri di Vita di Bologna, sempre sotto la regia di Andrea Adriatico che, ancora una volta, si affaccia alle tematiche di genere dopo essersi confrontato con testi di Copi, Elfriede Jelinek, solo per citare alcuni nomi.

La “strategia della Camere Separate”

La voce di Angela Baraldi echeggia in sala con la canzone Emilia Paranoica di Massimo Zamboni (CCCP). All’ingresso ci consegnano i pass per salire sulla macchina del tempo della memoria di Leo, il protagonista. L’immagine di un fascio di luce bianca che ritorna frequentemente nelle parole di Leo, diventa un elemento efficace per condurci con trasporto nel ritmo incalzante di un flashback altalenante il cui inizio è la fine della storia.

Thomas un musicista e Leo uno scrittore si sono conosciuti a una festa a Parigi e si sono innamorati. Le parole di Pier Vittorio Tondelli, diventate materia teatrale, si sdoppiano tra i due personaggi in una struttura a specchio: i due “narr-attori” interpretati da Francesco Martino e Damiano Pasi sono portavoce di un dramma personale quello di Tondelli, che in questa messa in scena di Adriatico diventa un dramma corale: quello dell’artista, dell’omosessuale e della solitudine. Leo decide di mettere delle regole in questa storia, di imporre una strategia, la “strategia delle Camere Separate”, secondo cui Leo era deciso a amare Thomas, ma voleva continuare a essere un amante separato: Leo voleva Thomas, ma non nella sua Camera, per non cadere vittima della quotidianità, per continuare a vivere nel desiderio e per mantenere la sua individualità. Leo vivrà tra Parigi, Berlino e Da qui la scelta del brano “We can’t live together” di Joe Jackson del 1986, stesso anno in cui Tondelli ha scritto il romanzo “Biglietti agli amici”. Nel frattempo Leo viaggerà per l’Europa, mentre Thomas vivrà con una donna per colmare questa distanza, elemento solo citato, ma non approfondito.

Una scenografia efficace

I due attori sono ai due lati opposti della sala nelle loro due camere separate a base circolare, scelta scenografica strategica per mantenere viva l’attenzione sul racconto e spingendo lo spettatore a spostare lo sguardo con curiosità da un attore all’altro e da una parte all’altra della sala. I ricordi rimbalzano come schegge impazzite dentro un flusso di coscienza portato all’estremo, dove il testo teatrale riesce a soffermarsi sui dettagli descrittivi tanto cari a Tondelli e dove l’investigazione da quella fisica passa a quella interiore. Leo ha voluto mantenere la sua solitudine (separato dalla società e vedendo Thomas a sprazzi), fino al giorno in cui si ritrova solo davvero. Thomas è morto a causa di una malattia incurabile e ciò che resta è solo quella stanza separata “fatta degli occhi di Thomas”, come Leo li ha visti l’ultima volta, quel giorno dopo aver ricevuto una telefonata dal padre di Thomas. Thomas e Leo diventano le due facce della medaglia dell’alter ego dello scrittore Tondelli.

Leo colma il vuoto della solitudine cercando gli occhi di Thomas nelle sensazioni, fino al giorno in cui si mette a nudo, mette a nudo la propria anima, resta soffocato nelle sue scelte e come strozzato, riesce solo a emettere un grido: è la voce del bambino Leo, vagito sepolto nel profondo del suo dolore.

Il testo di Andrea Adriatico si colloca in maniera convincente dentro la macchina scenica, lo spettacolo rivela un’impronta moderna e originale nell’uso degli spazi, del dialogo tra le musiche e le parole, nell’uso degli oggetti di scena che acquistano una connotazione altamente simbolica. La corda diventa metonimia di un filo conduttore tra due vite, di una vita appesa a un filo soffocante, di un confine dell’esistenza. Il lenzuolo è il letto che non è stato mai pienamente condiviso e è il velo della morte. Il microfono impugnato con decisione come un trofeo davanti al pubblico dai due attori, diventa doppio microfono usato da Leo dopo la morte di Thomas. Le due anime si riconducono così a quella di Tondelli e una sola voce.

Leo scopre a sua volta di avere una malattia, quella che lo condurrà a condividere il suo letto con Thomas, nelle stanze del paradiso. Pier Vittorio Tondelli muore di Aids nel dicembre del 1991.

Per un teatro diretto, che dice quello che gli altri non dicono

Questo spettacolo nella nuova versione mostra un Andrea Adriatico nel pieno della maturità artistica, senza esitazioni e con un slancio ancora più forte verso l’idea di un teatro diretto, che dice quello che gli altri non dicono, che guarda dove gli altri non guardano, lasciando spunti di riflessione sulla vita e sull’arte grazie a una recitazione intensa che ben serve un testo altrettanto intenso.

La sala è sparsa di biglietti, frammenti dell’anima di Tondelli, riuniti in un puzzle teatrale: “In quel dicembre a Berlino, nella sua casa di Köpenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente? Io volevo tutto e mi sono dovuto accontentare di qualcosa” (P.V. Tondelli, Biglietti agli amici).

Lavinia Morisco