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Anche per il 2022 il Locus Festival – ideato, prodotto e diretto artisticamente da Bass Culture – conferma un programma votato all’eccellenza. Numerosi gli appuntamenti di questa diciottesima edizione che per l’occasione propaga gli eventi e mette in scena, oltre che a Locorotondo, spettacoli itineranti incorniciati in suggestive location pugliesi.

Il live di Paolo Nutini a Trani, ieri sera, ha avuto il grande merito di esaltare il connubio tra musica e scenario sommando alle creazioni di un cantautore di razza il fascino indiscusso della piazza antistante l’imponente cattedrale.

Al cospetto della torre campanaria del duomo, Paolo Nutini conquista la platea, una folla che può finalmente godere della musica dal vivo e cantare, danzare, gioire ad uno show che profuma di ritorno alla vita. La tappa pugliese del tour italiano sollecita questo agognato clima di aggregazione con un sold-out annunciato sin dalle prevendite.

Nuovo album e nuovo tour. Quello di Nutini è un vero e proprio ritorno sulle scene.

Corre l’obbligo di fornire qualche cenno su Last Night in the Bittersweet, prima di tutto.

Presentato a otto anni dall’ultima incisione in studio, è un album di parziale rottura con il passato. Nutini sfugge ai precetti della popstar odierna. Difficili da ipotizzare risultano le dinamiche che hanno contrassegnato un allontanamento così prolungato dalla scena di un musicista accomodato nell’alveo del mainstream. Ed è altrettanto raro individuare una popstar di tale caratura propensa a pubblicare con frequenza bradicardica (solo quattro uscite dal 2006 ad oggi).

Nutini, che fino ad oggi aveva concesso solo un piccolo saggio della sua personalità tanto poliedrica quanto romantica, promuove registrazioni filtrate dal placido trascorrere degli anni che ne hanno maturato il valore.

Brani eterogenei che sfuggono al concept organico ma che s’inquadrano in un contesto lessicale ben definito in cui le radici soul e blues si mescolano ad altri generi in un’anarchia artistica sfolgorante. Altrove leggerete di un ritorno a suoni vintage, ma già i precedenti Sunny Side Up e Caustic Love avevano evidenziato l’estetica del musicista scozzese che, con questo ultimo album, sancisce la propria adesione al movimento dei discepoli della tradizione. A voler approntare il solito gioco della catalogazione, fine a se stesso, di meno conforme alla produzione passata si potrebbero individuare in nuovi componimenti, Lose It in testa, echi di new wave.

Qui dal vivo lo show profonde blues, soul e rock in abbondanza.

Le vocalità avvolgenti di Nutini non tradiscono durante l’ora e quaranta di concerto ed emergono spoglie da arrangiamenti nell’ambito di break solistici in cui le interpretazioni richiamano l’esibizione dei folksinger. O dei crooner, quando solo, sul palco, il cantautore si esibisce con la chitarra acustica nella magnetica rilettura del classico Dream a Little Dream of Me.

Paolo Nutini è entertainer generoso. Dona la sua voce senza riserve, l’adatta al mood black, soul o blues, dell’esecuzione. Suona quello che gli piace, presenta i nuovi brani, ma non nega al suo pubblico hit come Candy – cantata da tutti i presenti – che gli hanno reso notorietà e status di artista planetario. Solo che anche i suoi pezzi forti vengono riarrangiati per il nuovo corso.

L’intesa con la band di sei elementi che lo accompagna, con tanto di sassofono e tastiere in ogni angolo del palco, sublima una potenza irridescente capace di acuire o digradare il ritmo a seconda dell’intensità insita al brano.

Afterneath e Lose It risultano efficace dittico di apertura.

Ad Acid eyes, Stranded Words, Radio, Petrified In Love (meno debitoria di manierismi blue-collar di certo rock anni ’80 affine a Springsteen, Petty o U2) ed Everywhere è assegnato il compito di attualizzare una scaletta che include pubblicazioni degli esordi. Jenny Don’t Be Hasty, sorta di racconto breve compendiato in rock song, riluce rimessa a nuovo per l’occasione. Manutenzione che non risparmia neanche Pencil Full of Lead, il cui swing subisce una metamorfosi simil-gospel.

Through The Echoes riesce a preservare il senso di ballata introspettiva anche dal vivo. Il brano, singolo di lancio del nuovo album, anche en plein air brilla della sua scarna autorevolezza.

L’esecuzione di Shine a light chiude il concerto in festa con i quattromila presenti lieti di aver partecipato a questo party sotto le stelle.

Difficile intendere chi, tra il beniamino e il suo pubblico, sia il più soddisfatto della serata.

Questo sono io, sembra proclamare il cantautore. Prendere o lasciare. I vecchi brani restano e vengono riproposti, ma i nuovi identificano l’artista che oggi è riemerso da un volontario oblio armato di una corazza che sembra racchiudere una consapevolezza maggiore nei propri mezzi artistici.

Testo e foto di Francesco Santoro (Riproduzione riservata)