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Tra i padri (e maggiori esponenti) del Barocco boemo, spicca per genialità uno in particolare: all’anagrafe Jan Blažej Santini-Aichel, agli annali semplicemente Santini. Semplicemente si fa per dire, perché il grande architetto (ma anche costruttore e pittore) ceco a cavallo tra XVII e XVIII secolo è noto nel mondo come fondatore di uno stile nuovo, unico, tutt’altro che disadorno ma mai eccessivo. Il gotico-barocco di Santini trabocca sobria bellezza, che va ben oltre la facciata, in tutti i sensi. Nei suoi capolavori, si rintracciano simboli e allusioni nascoste.

Santini nasce (nel 1677, da una famiglia di mastri scalpellini) e muore (nel 1723) a Praga, ma è nell’intero Paese che lascia la sua firma, destinata a fama mondiale, con capolavori architettonici che fondono gotico e barocco in uno stile unico di elegante abbondanza. Le origini italiane dell’architetto ceco vanno fatte risalire al nonno Antonin Aichel, che si trasferì in Boemia nel 1630, pare dal Trentino, e lavorò con il famoso Carlo Lurago, architetto dei Gesuiti e progettista della Chiesa di Sant’Ignazio, nella Città Nuova di Praga. Jan Blazej, meglio noto con il nome di Giovanni, mostra subito -con evidente ispirazione al Borromini- una predilezione per le forme stellari e per le simbologie complesse, che saranno il suo “marchio di fabbrica”, alla base del fascino non solo estetico, ma anche misterioso delle sue opere. Da genio anticonformista quale era (per i suoi colleghi addirittura “visionario”), non solo rivoluzionò i concetti classici del Barocco, ma diede vita a una corrente unica, solo sua, destinata a rimanere inimitabile e inimitata. L’unicità della sua produzione ha portato a includerlo tra i più grandi rappresentanti del Barocco non solo ceco, ma europeo. D’altro canto, quel suo stile esclusivo è il frutto del suo “assetato” peregrinare per l’Europa, in particolare in Austria prima e a Roma poi. La sua cifra stilistica è risultato sì di talento e curiosità verso l’opera altrui, ma anche di approfonditi studi, in particolare in matematica, geometria e, sua grande passione, numerologia. Rientrato in patria definitivamente nel 1699, già circondato da una certa fama, fonda una propria impresa con il fratello: commissioni importanti e sicurezza economica non tardano ad arrivare. La fortuna gli è invece avversa sul piano familiare: sua moglie (Veronika Alzbeta, figlia del suo maestro di pittura) e tre dei loro quattro figli muoiono. Le seconde nozze, con la nobile Antonie Ignatie Chrapicka, gli portano non solo altri figli, ma ulteriore prestigio e, di conseguenza, sempre nuove commissioni. Santini studia, sperimenta, inventa e soprattutto ci mette tutto se stesso, con ispirazioni ma anche competenze, perché quelle che firma sono opere sue al 100%: le immagina, le disegna e partecipa anche alla realizzazione, in quanto membro di una corporazione di costruttori.