Tempo di lettura: 3 minuti

"“LeProve insufficienti, come le testimonianze, un fascicolo che è solo un fardello di carte. Tanto inutili da spingere il pubblico ministero di turno ad archiviare il tutto. L’unico presunto indiziato ha pure un alibi di ferro. Si potrebbe dire “Un nuovo caso per l’avvocato Guerrieri”, giocando sul titolo usato più volte per una serie di telefilm dove i colpi di scena e le concitazioni dei dialoghi inchioderebbero gli spettatori nello svolgersi della trama. Quello stesso ritmo e tensione tipici di un’indagine investigativa che cogliamo ne Le perfezioni provvisorie (Sellerio editore; p.p. 336; euro 14,00) ultimo libro di Gianrico Carofiglio stilisticamente perfetto soprattutto nel susseguirsi delle azioni del “suo” sagace e ironico Guido Guerrieri. Che abbandonati gli “affari” di giustizia – seguiti giusto lo stretto necessario – si lascia coinvolgere in un caso da cui in effetti c’è ben poco da ricavare. Anzi sarebbe meglio rifiutarlo, si chiede spesso il protagonista, declinando con cortesia l’invito e restituendo il generoso acconto. Gianrico Carofiglio questa volta rivoluziona un po’ il ruolo dato al suo amato personaggio, lui, l’avvocato barese penalista, “un tipo concreto e con le idee chiare”, è quasi costretto dalle circostanze ad affrontare una misteriosa sparizione. Tentenna, non è convinto. Si trova in imbarazzo. Distratto com’è da una serie di malinconici ricordi sentimentali, inframmezzati da flashback giovanili in cui spesso si abbandona trasportato da una bella colonna sonora di brani musicali passati alla storia, dall’immancabile rito delle passeggiate notturne, a piedi o in bicicletta, un vero toccasana per distendersi.

"“LeAlla scoperta ogni volta di strade e angoli di una città come Bari che svela un’altra faccia, quella più ambigua, torbida. Una second life letteralmente “eccitante”. E sotterranea. Meglio non aggiungere altro. Generosa però verso chi orgogliosamente è fiero di aver cambiato vita e ricostruito un’identità. Quella di Nadia, un personaggio ben impostato da Carofiglio, interessante nella sua descrizione; tra l’altro già incontrato in un precedente libro dell’autore, in “Ad occhi chiusi”. La tensione comunque è alta: da sei mesi di Manuela non si sa più nulla. Da quando, salita su un treno che l’avrebbe dovuta portare da Ostuni a Bari, dopo un party nella campagna della Valle d’Itria, di lei si sono perse le tracce. Un ultimo disperato tentativo da parte di genitori e del loro legale, porta i tre una tarda sera nel nuovo studio di Guerrieri, location ingrandita e supportata ora da assistenti, per sperare che l’indagine affidata all’avvocato porti a suggerire possibili indagini volte al ritrovamento della ragazza. Un’illusione, forse, specie per il padre profondamente colpito dalla perdita della figlia. Che ancora l’attende alla stazione. Ma chi era veramente Manuela? Una giovane studentessa iscritta all’Università di Roma, come tante della sua età fuori sede, che viveva di lezioni, di situazioni divertenti o c’era sotto ben altro? Guido pensa di riconvocare le amiche: sentirle in via del tutto confidenziale sulla vita privata di Manuela. Cosa faceva, chi frequentava, i rapporti con il fidanzato violento, queste le sue domande. Tutte conversazioni che si confermano piatte, da cui Guido Guerrieri trae elementi di poco valore, tirati fuori spesso con reticenza che mettono in luce piccoli e confusi particolari. Figure femminili a cui Guerrieri si aggrappa con insistenza per riaprire il caso. Donne di nuova generazione che Gianrico Carofiglio descrive entrando nel loro cinico animo, certo senza scrupoli, pronte a rispondere male, ad attaccare, a dichiarare di non sapere nulla o quasi fino allo sfinimento.

A sedurre se necessario per sviare il racconto. Mentendo. A cui ben poco importa alla fine se una loro amica non è più tra loro. Un’indagine apparentemente senza uscita che solo nella seconda parte del libro prende la svolta che i lettori tanto attendono. A sorpresa, dopo pagine in cui si brancola nel buio sarà proprio Caterina, la migliore amica di Manuela, a rivelarsi non solo la più sfacciata, dalla normalità decisamente inquietante, ma il vero fil rouge da seguire per arrivare alla soluzione. Una soluzione che sa di un’illuminazione del tutto imprevedibile e casuale: una verità dura persino da rivelare ai genitori. Ma in fondo una regola è che “non bisogna mai sentirsi troppo a proprio agio. Bisogna sempre essere fuori posto”.