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"GreatQuasi a fare da contraltare al cartellone pop (Simply red, Steely dan), Umbria Jazz presenta quest’anno una «sezione sperimentale» che è forse la più ambiziosa di tutta la lunga storia della manifestazione.

E’ a Perugia, per sei concerti a programma, il collettivo Great black music ensemble, che fa capo alla storica sigla della Aacm di Chicago. Sono 21 musicisti diretti da Mwata Bowden, tra i quali spicca il trombonista George Lewis, che in pratica ha definito il progetto in esclusiva per il festival umbro. Musicista e musicologo, Lewis è un intellettuale impegnato su più fronti: sta lavorando, come ha raccontato a Perugia, ad un libro che spiega il senso dell’improvvisazione non solo nella musica e nel jazz ma anche nelle altre attività umane, dalla scienza alla politica all’economia. La Aacm dal 1965, anno della fondazione, ha scritto una pagina importante degli sviluppi del jazz, con un piede nella difesa orgogliosa dell’identità afro-americana e la testa proiettata verso ogni possibile futuro della musica. La parola chiave per i musicisti che vi hanno aderito (un nome per tutti, Art Ensemble of Chicago) è «creatività», intesa come libertà assoluta di esprimere senza condizionamenti, e nemmeno autocondizionamenti, il proprio universo artistico.

La musica che si ascolta al teatro Morlacchi alle 5 di pomeriggio e a mezzanotte per tre giorni (siamo a metà del ciclo) è senza dubbio una musica complicata da suonare e difficile da ascoltare, che definire di nicchia è forse riduttivo. È una musica che non concede molto al pubblico, specialmente a quello di oggi che è meno abituato, rispetto per esempio agli anni ’70, alle sperimentazioni. Novità interessanti, comunque, si alternano a fasi di impasse, e talvolta la creatività indulge in situazioni che sembrano ripercorre, contraddittoriamente, stilemi dell’avanguardia dei decenni scorsi. Ieri pomeriggio erano in programma composizioni delle donne dell’orchestra: la flautista Nicole Mitchell, la violoncellista Tomeka Reid, la violinista Renee Baker.