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"Cavaliere"Al di là delle analisi edulcorate, più o meno funzionali al dispositivo impartito da Arcore di “fare buon viso a cattivo gioco”, il risultato elettorale delle europee è la materializzazione di un ritornello liberatorio e travolgente, a suo tempo cantato da Rino Gaetano. La cosiddetta luna di miele del Cavaliere con gli italiani, o almeno con la gran parte di essi, si direbbe finita. Le crepe di un avvio di uno sgretolamento della fase di innamoramento sono ora evidenti, come quelle emerse un po’ dappertutto dopo il sisma abruzzese. Dalle urne è uscita un’eco con intonazioni diverse, ma dal timbro piuttosto chiaro e univoco: “Nun te reggae più!”.

L’Italia non dice no al centrodestra, ma assesta una sberla virtuale, e alquanto sonora, alla vacua sovraesposizione del suo leader. Lo fa con un incremento dell’astensionismo, che soprattutto nelle isole produce effetti tanto devastanti da assumere i canoni della notizia. Lo fa premiando le molteplici declinazioni dell’antiberlusconismo, partendo da quello più moderato di Casini, passando per quello più malcelato della Lega, per trionfare nell’apoteosi di quello più dichiarato di Di Pietro. Che addirittura vede quadruplicare la sua percentuale elettorale.

Checché ne dicano i titoli dei giornali, più o meno amici, la notizia è lo stop degli italiani a Berlusconi. I riferimenti a quanto accade in Europa non sono pertinenti, essendo stati banditi dalla campagna elettorale, per volontà del Cavaliere, tutti i temi ad essa relativi. Essendo stata polarizzata l’attenzione degli elettori su una candidatura omnipresente, il cui consenso (atteso ben oltre il 40%) doveva costituire una sorta di “pietra tombale” per il centrosinistra. Invece, è Di Pietro a risorgere e la Lega ad ascendere.

L’Italia va in controtendenza. Nella frenata del centrodestra, in un contesto europeo di avanzata delle forze conservatrici e di alcune frange reazionarie, ma anche nel registrare un Partito Democratico che resiste e non segue il tracollo generale delle forze socialdemocratiche e progressiste europee. E’ il partito che, seppur acciaccato, esce meglio da questo ciclone, ponendosi come modello progettuale di rinnovamento e di ristrutturazione dell’intero centrosinistra europeo. La prospettiva ulivista di Romano Prodi acquisisce profondità di vedute e contorni programmatici tutti da recuperare. Anche perché rimane sul terreno un vistoso 15% di elettorato senza rappresentanza. Coerenza vorrebbe, a questo punto, che i vertici del PSE “traessero le dovute e canoniche conseguenze” da un risultato, che è pur esso, frutto di una miope e pervicace inossidabilità alle richieste di innovazione e allargamento dell’accesso agli strumenti democratici di guida dei loro partiti.