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"Jordan_threeboys"Mauro D’Alonzo è medico in Formazione Specialisitca presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Bari. Attualmente in Giordania come medico-volontario presso una ONG (International Medical Corps – www.imcworldwide.org) internazionale che ha come missione quella di migliorare la qualità di vita delle popolazioni afflitte da emergenze complesse attraverso interventi di supporto mirati nel settore della salute pubblica e mentale.
Qui di seguito pubblichiamo un suo intervento direttamente dal Medio Oriente che lo porterà per sei mesi lontano dall’Italia.

Sono in volo da due ore e mezzo, sospeso fra Budapest e Amman, e la Giordania mi sembra sempre piu’ lontana, come se l’idea che mi sono costruito piu’ o meno consapevolmente durante questi mesi, stia lentamente cedendo spazio ai timori di una vita che ricomincia di nuovo.
Fra le mani il piccolo notebook nero rilegato in pelle che mi ha regalato Anna. Dentro, una pagina scritta a penna con i pensieri delle ultime ore, da quando ho lasciato Bari per intraprendere questo viaggio che mi porterà lontano dalla Clinica per 6 mesi.
Ansia, incertezza, una lieve tensione. Il sopravvento della paura mi tiene in pugno e mi e’ difficile scrollarmi di dosso questa sensazione negativa. Avverto il mio campo d’osservazione, la mia mente, ristretti e offuscati dal viaggio verso questa specie di territorio ingnoto. Più sotto, le ultime due righe sono di raccomandazioni che io faccio a me stesso, dandomi coraggio e coltivando tenacia e forza. Sii prudente, attento, vigile, mi dico.
Il mio sguardo, stranamente calmo da quando ho inziato il viaggio, va oltre i vetri che blindano l’oblò. Fuori e’ tutto oscuro, immersi da un pezzo nel ventre della notte. Accanto a me è seduto un ragazzo sulla ventina, alto, massiccio, con una lunga barba nera, capelli corti, rasati, e abiti occidentali. Penso immediatamente alle immagini della CNN e agli attentati di Londra dello scorso anno…un altro terrorista o un islamista radicale. Eppure cerco di scacciare questo pensiero intrusivo e molesto, ingiusto, ma niente da fare…vedo tv, notiziari, mezzi busti che mettono in allerta i popoli dell’ ovest sulle minacce di quelli dell’est, Komeini, Bush, Guantanamo Bay…non riesco a staccare la spina, sara’ la stanchezza del viaggio e la notte insonne accanto alla mia ragazza, prima del distacco che ci terrà lontani per un po’.
Intanto arriva la cena: riso e pollo al curry con verdure saltate, datteri, insalata con condimento di mostarda, un formaggino, un panetto minuscolo di burro, un paio di mini-crackers , un mini-panino alla segale, macedonia alla frutta. Divoro tutto in un batter d’occhio, cercando di controllare la fame e mantenere un ordine apparente separando i piccoli vassoi di plastica sul tavolino. Amman intanto, e’ sempre piu’ vicina.
Sorvoliamo la striscia di mare che separa l’Europa dal Medio Oriente. Forse quello che vedo la sotto è il Libano. Immagino Zeinab, conosciuta a Londra l’estate scorsa, durante un corso breve sulla gestione della salute mentale nelle emergenze complesse. Immagino come vive, frammenti delle sue giornate, i suoi vestiti eleganti, i meeting con IMC che presto diventeranno reali anche per me, le macchine e la modernita’ di Beirut nei documentari su Rai Educational 2 e la sua sorprendente vita culturale e sociale. Chissa’ se riusciro’ a visitare anche il Libano.
Intanto il capitano, prima in arabo e poi in inglese, annuncia l’imminente atterraggio presso l’areoporto Queen Alia. Controllo l’ora sul telefonino, odio portare al polso orologi. Sono le 12.10, ma forse mi sbaglio. Per un attimo non capisco se l’ora di atterraggio e quella locale o quella italiana. Inzio a dimenticare l’Italia finalmente. Distaccarmi mi fa bene. Prepararsi all’atterraggio.
"refugee"L’impatto col suolo e’ dolce e sicuro. In pochi minuti l’aereo mezzo pieno si svuota del proprio contenuto umano. Io sono l’ultimo o quasi, seguito da una madre con i suoi due piccoli, che attende paziente che tutti siano andati via.
Appena metto piede fuori dalla fusoliera annuso l’aria, cerco di captare la temperatura e l’umidità. Mi stordisce e scovolge la potenza dell’ olfatto e la sua impeccabile perfezione nel far riemergere, con un margine di errore minimale, la sensazione esatta di frammenti della nostra vita.
Mentre rimugino sulla falsa riga di queste considerazioni, avverto qualcosa di strano. Subito realizzo che manca la tracotanza dei cartelli pubblicitari e il caos spocchioso e multicolore del bombardamento mediatico tipico degli areoporti occidentali. Qui, mi sembra tutto un po’ più ingiallito, spoglio, e collego questo ad una generale condizione di povertà del Paese. Ma subito mi impongo di smetterla di avere l’atteggiamento coloniale. Un lieve senso di smarrimento mi coglie, ma so che è normale e che come sempre – come succede ogni volta che parto – passerà.
In fila indiana, veniamo convogliati verso una serie di percorsi forzati, fino a sbucare in una hall con una fila di banconi, dove agenti di polizia, a ritmo serrato, rilasciano visti per la Giordania.
Faccio la fila e attendo il mio turno paziente. Mi faccio riconoscere, mi stampano il passaporto e mi dirigo verso il nastro trasportatore per ritirare il miei bagagli pesanti.
Intanto, come mi accade ad ogni viaggio, da sempre, inizio a guardarmi attorno e sento l’adrenalina salire. Come se fossi al centro di un traffico internazionale di stupefacenti, cerco di capire se la polizia di frontiera mi fermerà, e mi muovo nervosamente tentando di non dare nell’occhio. Non ho nulla da temere, lo so benissimo, ma non riesco a smettere di sentirmi braccato. Niente droghe, niente armi, niente segreti. Nulla. Ma da sempre, in qualche parte del mio cervello, si ripete la stessa storia. A ogni viaggio, a ogni dogana. Come se dentro di me vivesse il riflesso eterno della lotta fra il male e il bene: buoni contro cattivi, guardie contro ladri. Non so.
Appena giungo oltre le porte automatiche satinate, si spalanca una moltitudine di gente che ride, urla, si agita, cerca con lo sguardo i propri parenti, amici, fratelli, figli, passando in rassegna i volti di ogni singolo paseggero che esce dal teminal.
Cerco il mio contatto. Non so chi sia, nè come si chiami. So solo che si fara’ riconoscere e che porterà un cartello con il mio nome o con quello dell’organizzazione non governativa statunitense presso cui sto andando a fare lo stage come interno per sei mesi: International Medical Corps.
Niente. Mi fermo per qualche minuto in prossimità degli arrivi e non riesco a capire chi sia il mio contatto. Ci sono diverse persone che sventolano cartelli con i nomi più disparati, ma non riconosco il mio nome, nè la sigla dell’organizzazione in nessuno di loro. Poi, accanto a me vedo tre ragazzi, fra cui uno che tiene in mano distrattamente un pezzo di carta bianco, intento a ridere e parlare con i suoi amici. Sbircio il cartello. Il nome e’ il mio. Lui interrompe la conversazione, mi guarda, lo solleva e ci presentiamo. Il suo nome e’ indecifrabile. E’ alto all’incirca quanto me, carnagione olivastra, capelli scuri mezza lunghezza e lisci, ben vestito, magro. Potrebbe essere benissimo italiano. Magari del Sud.

"JORDAN_GIRL"Il suo viso mi ricorda subito quello di un mio vecchio amico leccese con cui avevo frequentato il college in inghilterra anni prima, ma ciò che me lo rende ancor più familiare è, in qualche strana maniera, la sua somiglianza con Adriano Celentano. Almeno a me sembra cosi’. Si mostra gentile e dopo i primi convenevoli ci dirigiamo alla macchina, assaliti durante il tragitto da una miriade di tassisti in cerca di clienti. Mi sento in evidente inmabarazzo e cerco di controllarmi per evitare che il mio impaccio e la mia timidezza si notino.
In macchina mi viene consegnato un telefono cellulare con imagazzinati i contatti utili e offerta la mia prima sigaretta giordana, dopo essere stato ‘costretto’ a promettere di non riferire mai a nessuno di aver fumato in macchina. Ci risiamo…di nuovo il solito leit-motiv…
Mi viene spiegato dove ci stiamo dirigendo e che prima di andare nella casa presso cui vivrò, in una zona elegante del Centro, passeremo da un supermecato per consentirmi di acquistare qualcosa da mangiare e da bere e che durante il tragitto mi verrà mostrata la zona e i principali punti di riferimento del quartiere. Il suo inglese e’ alquanto primordiale, ma sufficiente per comunicare efficacemente.
Inizio a rilassarmi, non so, sarà per via di questo giovane e simpatico giordano che sento già come una amico, o perché è la prima persona a cui ho stretto la mano appena arrivato in questa terra biblica. O forse perché mi sembra semplicemente una brava persona.
"Shmaisani"Intanto, le luci di Amman iniziano ad aumentare e la semioscurità del tragitto che dall’areoporto mi porta a quella che sarà la mia casa per i prossimi 6 mesi, lentamente cede il passo ai colori soprendenti di un centro abitato che appare come una metropoli eruropea, e in cui faccio fatica a riconscere i segni tangibili di una cultura mediorientale – al contrario, mi sembra di riconoscere, a ogni angolo, le sembianze di quel clash culturale e visivo che chiamiamo normalmente globalizzazione…
Giunto a casa – nel tranquillo quartiere Shmaisani – raccolgo le energie, svuoto i miei bagagli e sistemo la mia roba con l’ordine e la precisione degli inzi. La casa e’ grande e spaziosa, un appartamento al primo piano di uno stabile di recente costruzione. Scelgo la stanza più grande e mi organizzo per sistemarmi nel modo più confortevole. Voglio essere pronto a ottimizzare al massimo questo periodo di training in Giordania con International Medical Corps, una organizzazione privata, apolitica, apartitica, fondata negli Stati Uniti nel 1984 da medici e infermieri volontari.
La missione di questa ONG è quella di migliorare la qualità di vita attraverso interventi e attività mirate a costruire e potenziare le risorse locali ovunque vi sia una situazione di emergenza. Attraverso trainings, implementazione dei servizi sanitari e assistenza medica, e grazie alla capacità di rispondere rapidamente alle situazioni di emergenza, IMC riabilita i sistemi sanitari devastati aiutandoli a tornare verso una condizione di autosufficienza. L’organizzazione non solo interviene nelle situazioni di emergenza, ma laddove vi sia la necessità di combattere la fame, la povertà, le malattie. E’ presente in Africa, Asia, Medio Oriente, inclusi Darfour, Iraq, Somalia e Afghanistan e, a differenza di molte altre organizzazioni, resta sul campo anche dopo che la crisi e’ conclusa, per aiutare le comunita’ a recuperare una condizione di normalita’ e autonomia. La filosofia che guida queste azioni è fondata sull’idea che nessuna risposta alle emergenze è completa senza che le abilità e le conoscenze adeguate per poter prendersi cura di se stessi in totale autonomia vengano trasmesse alla comunita’. I fondi per realizzare tali scopi provengono da risorse pubbliche e private (corporazioni, cofondazioni, agenzie governative). Durante gli ultimi anni, IMC è intervenuta sul luogo dei più devastanti disastri mondiali, dalla carestia in Somalia, alla pulizia etnica in Bosnia, al genocidio in Rowanda, alle atrocita’ contro i bambini in Sierra Leone. Piu’ di recente IMC e’ stato il primo gruppo a rispondere localmente all’ uragano Katrina.
Ed io, in mezzo a tutto questo, deciso a conoscere meglio le organizzazioni umanitarie (così lontano dalla pratica clinica quotidiana, ma così vicino alle mie aspirazioni), mi sento un po’ smarrito. Insomma, non ho idea di cosa voglia dire entrare in un mondo simile. L’unica familiarità che possiedo con le ONG , si è sviluppata durante certi meeting degli scorsi anni, quando con un amico inglese realizzavamo documentari sui territori contesi: Western Sahara, Kossovo, Cipro, Giappone, Kazhkistan, Nagornikarabak…Spesso, durante queste avventure indimenticabili, capitava di intervistare membri di ong, o agenzie coinvolte nel sostegno e nella promozione dei diritti umani di rifugiati e profughi.
Adesso pero’ èdiverso. Adesso mi ritrovo qui, in Medio Oriente, pronto a conoscere dall’interno il funzionamento di un sistema che – chi può dirlo? – potrebbe diventare la mia vita in un futuro possibile, sempre che la distanza fra la realta’ e le idee che mi sono fatto non si riveli troppo grande. Cerchero’ di capire se sono tagliato per un lavoro simile e per quella che mi sembra essere una scelta di vita dura, a prescindere dall’impagabile bellezza dell’incontro e della scoperta di culture nuove.
Il mio ruolo non sembra ancora essere definito. So solo che sarò un Intern e che secondo gli accordi presi con il mio futuro capo (Chris, il country director), dopo un periodo di osservazione, sceglierò le aree di interesse e, compatibilimente ai bisogni dell’organizzazione, mi occuperò di collaborare allo sviluppo e al supporto di qualsiasi programma o progetto all’interno delle tre sezioni in cui IMC Jordan si divide: Salute Mentale, Supporto Psicosociale, Salute Pubblica.
Per ora dunque, attendo, di conoscere, scoprire, apprendere e imparare a muovermi. Il resto verra’ da sé.

mdalonzo@imcworldwide.org