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Nel suo primo discorso da Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi aveva sottolineato l’importanza delle energie rinnovabili. “Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta” aveva affermato lapidario il neo-premier, lasciando intendere quanto la sua agenda avrebbe presto dato slancio alle iniziative eco-sostenibili ed ambientaliste.
Ma i rapporti tra comuni ed aziende dell’eolico sono sempre stati controversi, specialmente in terra pugliese.
Risale ormai ad 11 anni fa il decreto ministeriale del 10 settembre 2010 riguardo le “Linee Guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili” elaborato dal Mise.
Un decreto che per la prima volta metteva al centro del dibattito pubblico le iniziative di ecosostenibilità e fonti energetiche rinnovabili su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministro per i beni e le attività culturali.
Una serie di linee guida per lo svolgimento del procedimento di autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili ed in particolare per assicurare un corretto inserimento degli impianti nel paesaggio, con specifico riguardo agli impianti eolici mettendone in risalto la pubblica utilità e l’urgenza della realizzazione.
Il decreto prevedeva per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili il rilascio, da parte della regione o della provincia delegata, di un’autorizzazione unica conforme alle normative in materia di tutela dell’ambiente, di tutela del paesaggio, delle risorse e del patrimonio storico-culturale.
Un decreto che individuava vincolanti obiettivi nazionali e generali per la quota di energia da fonti rinnovabili e sul consumo finale di energia, che nel 2020 ,come obiettivo assegnato allo Stato italiano, sarebbe dovuta essere pari al 17%.
Una svolta rivoluzionaria comincia nel 2018, con la presentazione alla Camera nella sessione riguardo la Legge di Bilancio 2019, da parte dell’Onorevole Nunzio Angiola assieme al Segretario Generale della Provincia di Foggia (a seguito di numerose segnalazioni dalla provincia di Capitanata in Puglia) di un emendamento.

“Quelle convenzioni- sottoscritte di norma su proposta delle stesse imprese – prevedevano il riconoscimento agli enti locali di compensazioni e ristori a fronte dell’impatto che l’impianto avrebbe prodotto nei territori, con importi e percentuali differenti rispetto a quanto successivamente fissato dal MISE. Tali convenzioni erano state negli ultimi anni gradualmente contestate dalle aziende proponenti.
Con l’emendamento in questione “Ferma restando la natura giuridica di libera attività d’impresa dell’attività di produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita di energia elettrica, i proventi economici liberamente pattuiti dagli operatori del settore con gli Enti locali, sul cui territorio insistono impianti alimentati da fonti rinnovabili, sulla base di accordi bilaterali sottoscritti prima del 10 settembre 2010, data di entrata in vigore delle linee guida nazionali in materia, restano acquisiti nei bilanci degli enti locali, mantenendo detti accordi piena efficacia. Dalla data di entrata di entrata in vigore della presente disposizione, fatta salva la libertà negoziale delle parti, gli accordi medesimi sono rivisti alla luce del D.M. 10 settembre 2010 e, segnatamente dei criteri contenuti nell’allegato 2. Gli importi già erogati e da erogarsi in favore dei Comuni concorrono alla formazione del reddito d’impresa del titolare dell’impianto alimentato da fonti rinnovabili”.

Ha commentato così sui propri profili social l’Onorevole Angiola, che ha dato slancio all’iniziativa. Oggi, al vaglio di legittimità costituzionale, la Corte conferma pienamente la legittimità dell’emendamento, infatti con decorrenza dal 1° gennaio 2019, le vecchie convenzioni dovranno essere riviste dalle parti in conformità alle prescrizioni delle Linee Guida ministeriali. È una svolta epocale che nasce in Puglia.

Alarico Lazzaro