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"j2"Quattro giorni bastano a fare di una piccola cittadina una delle capitali del jazz? Indiscutibilmente ed inoppugnabilmente si, se la cittadina è Capurso e i quattro giorni sono quelli che vengono annualmente assegnati al Multiculturita Jazz Festival, oggi giunto al significativo traguardo della tredicesima edizione.

Ed hanno fatto di certo Tredici – ci si passi il vittorioso lessico, ormai d’antan, da Totocalcio – le belle menti, Alceste Ayroldi e Michele Laricchia su tutti, che dedicano tempo e forze alla manifestazione, potendo fregiarsi di aver allestito, in questa torrida estate 2015, una straordinaria oasi per gli assetati di musica, che ha profuso il proprio nettare di indiscutibile qualità in tale generosa quantità da obbligare i più a “trasferirsi” in quel di Capurso per tutto l’arco del Festival; invero, anche noi avremmo una certa difficoltà nello scegliere un solo evento tra quelli nel caleidoscopico programma se dovessimo attenerci alla presenza di pubblico, così massiccia da far registrare ogni sera il tutto esaurito. Ad esempio, era esaltante vedere la presenza di osannante e traboccante pubblico nel suggestivo Chiostro della Reale Basilica di S. Maria del Pozzo allorquando, per la serata d’apertura, sono risuonate le note del Pietro Verna Trio, ottima espressione locale del miglior cantautorato, e dell’Armanda Desidery Quartet, formazione capitanata dalla sorprendente pianista partenopea che ha proposto un set di "j1"coinvolgente energia incentrato sul suo primo album di inediti Blackmamba, edito dalla pugliese Fo(u)r Records, così come ci ha fatto molto piacere registrare il sold out anche nella sera che avremmo potuto definire per “addetti ai lavori”, vale a dire quella che ha visto salire sul palco i finalisti del Multiculturita Europe Contest, per la prima volta nella sua storia conclusosi con un ex aequo tra le formazioni dei Barn Collective e del Stablemates Trio, seguiti dall’ottimo quartetto capitanato dal pianoforte di Nicola Pannarale.

Di certo non ci ha sorpreso il successo dell’evento conclusivo, quando, nella naturale cornice dei Giardini Comunali, si sono levate le melodie che hanno contraddistinto lo storico periodo d’oro della migliore discomusic rilette in chiave jazz, perlopiù in salsa lounge, dalla voce e dalla grinta di Simona Bencini e del suo Quartetto, in cui "j4"spiccavano le tastiere di Tony Casuscelli, lo stesso gruppo con cui ha dato vita al progetto Jazzin’ on the Dancefloor che, pur non potendo contare su di una assoluta originalità, ha tra le sue qualità senza dubbio quella di mettere sotto la giusta luce dei riflettori l’eroina dei primi (e migliori) Dirotta su CubaAntonio Sanchez, uno dei migliori batteristi in circolazione – a dispetto dei suoi soli 44 anni – di cui non potremmo far altro che tessere le lodi innanzitutto per lo straordinario lavoro posto in essere nel Pat Metheny Group, tanto da diventare l’alter ego di Pat stesso, e poi anche per l’ottima produzione da band leader e da solista, culminata in quella splendida quanto lucida follia generata per la colonna sonora del film Premio Oscar “Birdman”, capolavoro di Alejandro Gonzales Inarritu che ha chiesto ad Antonio di commentare l’intero film solo con il suo strumento, facendone un tappeto perfetto per la pellicola ma – sinceramente – un cd dal difficilissimo – se non impossibile – ascolto (come del resto fu per un progetto analogo del già citato Pat, “Zero tolerance for silence”), esperienza che ci ha vieppiù confermato quel che pensavamo dell’artista di Città del Messico, e cioè che lui è uno dei pochi – se non l’unico – al mondo a non appiattirsi sul battere il tempo o sul semplice accompagnamento, cui la batteria è da sempre relegata, ma fa suonare il suo strumento come qualsiasi altro della formazione; dalle sue pelli e dai suoi"j3" piatti scaturiscono note che spesso seguono – se non creano – la melodia dei brani, una magia che riesce solo ai Grandi e che si è materializzata di nuovo davanti ai nostri occhi e, soprattutto, nelle nostre orecchie nella magnifica serata di Capurso, in cui lo splendido Quartetto ha proposto per intero, senza una sola interruzione, tutto l’ultimo album del nostro, quel “Meridian Suite” che ci ha conquistati sin dal primo ascolto.

Così, nella notte della cittadina pugliese, sono riecheggiate le note della lunga suite (oltre un’ora) in cui, a nostro modesto parere, Antonio ha inserito schegge di tutti i generi e gli stili da lui amati, in un susseguirsi ininterrotto di impulsi intuitivi; echi di jazz rock si mescolano ad ipnotiche melodie, temi di rara bellezza nascono, sembrano perdersi nella deriva per poi tornare in altra forma, a stimolare non solo i nostri padiglioni auricolari ma anche le nostre sopite menti, senza un attimo di respiro, senza alcuna soluzione di continuità, senza che una sola nota cada in altro luogo che non sia l’anima dell’ascoltatore. Ecco, sono artisti come questo che fanno ben sperare nel futuro della musica, così come Festival come il Multiculturita fanno ben sperare nel futuro culturale delle nostre genti. All’anno prossimo.