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"Antonio
Continua il viaggio dedicato alla storia della Puglia e del Meridione, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa realtà e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni. 

Ora che le celebrazioni per i centocinquantanni dell’Unità d’Italia sono alle nostre spalle, forse si può affrontare la questione del brigantaggio con maggiore serenità e porsi alcune domande mai soddisfatte, o evase con risposte contraddittorie e spesso strumentali per spirito di parte.
È vero, com’è sembrato di capire dai molti articoli di stampa apparsi in questi ultimi mesi, che il brigantaggio è stato un fenomeno meridionale postunitario? Il desiderio di unità era un sogno ideale che attraversava tutto il Paese o era solo un’aspirazione dei Savoia e della classe dirigente piemontese? E i meridionali, tutti i meridionali, non solo la ricca borghesia scontenta, avevano coscienza degli ideali che muovevano Mazzini e Garibaldi o volevano solo liberarsi dei Borbone? Quanti sudditi del Regno delle Due Sicilie conoscevano il significato di Patria e di Nazione?
Infine, è vero che i meridionali furono vittime di un inganno della ricca borghesia agraria che volle l’Unità solo per acquisire nuovi privilegi?
Basterebbe rimandare il lettore ai volumi di Antonio Lucarelli e di Enrico Pani Rossi, pugliese il primo e lucano il secondo, per avere tutte le risposte. Drammatiche e terribili le vicende descritte e le risposte implicite nel volume ‘La Basilicata’ di Pani Rossi pubblicato nel 1868. L’Autore, dunque, è un testimone diretto dell’epoca del brigantaggio in Basilicata.
Antonio Lucarelli, invece, nato ad Acquaviva delle Fonti nel 1874, è considerato il massimo studioso pugliese del Risorgimento autore, nel 1922, di una pubblicazione sulla vita del brigante Pasquale Domenico Romano, noto come il ‘sergente’ Romano di Gioia del Colle e di un’opera in ben quattro volumi dal titolo La Puglia nel Risorgimento pubblicati nel corso di 23 anni.
Uno storico, un professore di Liceo che non ha mai scritto un rigo che non fosse documentato, neanche le centinaia di articoli sull’economia, sull’agricoltura pugliese e sulle origini del movimento anarchico e socialista in Puglia, scritti per diversi quotidiani e periodici, fino all’inizio degli anni Cinquanta.
Benedetto Croce, dopo aver letto il Sergente Romano, lo giudicò «uno dei migliori libri sulla storia del brigantaggio pugliese»; Gaetano Salvemini, in una lettera del 1923, nell’elogiare lo stesso libro scrive: «vorrei che Ella si dedicasse ad un lavoro completo sul brigantaggio in Puglia… il suo volume sul Sergente Romano dimostra che Ella ha le attitudini per questo lavoro… fra gli studiosi pugliesi Ella è uno dei pochissimi che sappiano lavorare sul serio». Tommaso Fiore, infine, nei Formiconi di Puglia ritiene che il Professore di Acquaviva sia lo studioso «più schietto ed acuto nelle indagini sulla vita storica del nostro paese».
Il fenomeno del brigantaggio, soprattutto in Basilicata, nasce molto prima del 1799 e non come movimento di ribellione agli ordinamenti sociali che la stragrande maggioranza dei ‘briganti’ non conosce. Era la reazione di uomini e donne, contadini, braccianti martoriati dall’estrema miseria, dalla fame. «Dove i corpi stentano è la fame, e la fame genera la disperazione, e la disperazione l’odio contro una società dove gli umili non conseguono né conforto, né sollievo a tanti mali: là c’è il brigante» scrive Enrico Pani Rossi. E ancora: «il brigante è dove i beni sono privilegi di pochi. Dove il lavoro è reputato una pena e la giustizia una grazia e l’aver ragione un privilegio di notabili; dove di sovente ti muoiono i figlioli per manco di farmaci o dove la qualità del cibo, pane madido, a volte di ghiande e di crescione, umilia la creatura di Dio a condizione di animale immondo».
Altro che ‘ribellione’. Forse, per molti di questi uomini e donne che avessero, sia pure a livello inconscio, un minimo di orgoglio, dignità e fierezza, forse, una vita così, non valeva la pena viverla. E si davano al brigantaggio.
Se un sentimento, un barlume, una luce sia pure flebile di Nazione, di Paese unito c’era, era privilegio di pochi, della borghesia, intellettuale e latifondista, dei pochi scontenti del Borbone che elargivano privilegi alla classe dirigente e a quanti frequentavano i palazzi reali, ignorando la borghesia delle periferie, il profondo Sud dove ignoranza e degrado era la norma.
"AntonioCombattere la fame che i contadini non riuscivano a lenire neppure lavorando dall’alba al tramonto, da ‘sole a sole’ si diceva un tempo, quei ‘giornalieri’ spesso… «umiliati, offesi, perfino bastonati dal massaro di turno senza ritegno, come fossero bestie – scrive Lucarelli – per sottrarsi alle sevizie dei padroni si davano al brigantaggio. Era una guerra disperata e rabbiosa, senza ideali, senza conforti, senza glorie!».
Briganti dunque. Briganti con Ferdinando I, Giuseppe Bonaparte, Gioacchino Murat, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, l’ultimo Borbone, e con i Savoia. Fino all’arrivo delle truppe di Vittorio Emanuele II, i briganti non erano ‘dissidenti’, erano briganti e basta. Raramente commettevano un omicidio. Erano ladri, predoni dediti all’abigeato. Tant’è che le guardie Regie dei Borbone – annota Lucarelli che lo ha rilevato dalla Storia Civile di Nicola Nisco – dispensavano generose dosi di legnate ai reticenti pastori e sospettati manutengoli allorché volevan soffocare il brigantaggio. Alla base del loro comportamento illegale c’erano cause profonde di ordine storico, sociale, economico e politico che li teneva, e li voleva, gretti e ignoranti: meno sapevano, meglio era per tutti.
Molti anni dopo anche Giustino Fortunato affermerà che «il brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno non è stato un tentativo di restaurazione borbonica e di autonomismo, bensì un movimento spontaneo, frutto di secolare abbrutimento, di miseria e d’ignoranza delle nostre plebi meridionali».
Ma, con la resa dei Borbone, i briganti cominciarono a credere e a sperare che forse le cose potevano mutare. E lasciano i loro rifugi fra i boschi, e nelle gravine: volevano agevolare la marcia dei garibaldini verso Napoli, con la speranza poi, di ottenere la cancellazione delle loro pendenze con la giustizia; i contadini, dal canto loro, appoggiarono il movimento unitario credendo fosse giunto il momento in cui sarebbe stata soddisfatta la più antica delle loro aspirazione: ottenere un pezzo di terra sottratta al Demanio o espropriato alla Chiesa; la borghesia terriera, invece, aderisce al movimento liberale nella speranza di conservare la proprietà, la terra, i privilegi ottenuti non sempre lecitamente o solo a compenso di non meglio specificati ‘servigi resi’ al Borbone o alla Chiesa.
Insomma, tutti avevano qualcosa da rivendicare, e tutti restarono a bocca asciutta. I briganti non ottennero l’indulto; i contadini continuarono a restare senza terra o a lavorare, quando andava bene, quella altrui con una ‘mercede’ da fame; e i proprietari terrieri «le classi abbienti del Sud – scrive Antonio Lucarelli – ebbero ben presto a ricredersi quando si sentirono rovesciar sulle terga una valanga di nuovi e rincruditi balzelli… mutaron opinione pure le classi artigiane e contadine allorché vennero a dibattersi fra l’enorme rincaro della vita e la mancanza di lavoro, e non videro effettuata la ripartizione del demanio, ripetutamente promessa da Garibaldi, dal ministro salentino Liborio Romano e da un decreto luogotenenziale del 1861».
In compenso, quando il governo italiano decide di distribuire, locare le terre del Demanio e mettere in vendita l’immenso patrimonio ecclesiastico per fare cassa, i massoni agrari meridionali saranno più ricchi di prima. «Nulla di più allettevole, nulla di più gradito ai risparmiatori del Mezzogiorno – commenta ancora Lucarelli – inclini ad accumulare tesori sotto varie forme che ristagnavano, disutili ed inerti, negli scrigni dei nostri progenitori. Quella ricchezza era l’indizio manifesto della miopia che adombrava la classe borghese del Sud, i cosiddetti galantuomini».
Dove finì il ricavato di tutte quelle vendite? «Trasmigrò – sostiene Lucarelli – verso il Piemonte, la Lombardia e la Liguria, ove si procedeva con intenso fervore a diversi lavori pubblici, canali, dighe, bonifiche, trafori, porti, arsenali e caserme».
Nel 1863 il governo decide di aprire un’inchiesta parlamentare sulle cause dell’insurrezione brigantesca nelle province meridionali e indicarne i rimedi. Fra i componenti la Commissione d’inchiesta c’è anche il deputato barese Giuseppe Massari che, nel maggio dello stesso anno, presenta e legge alla Camera una relazione in cui afferma: «la condizione sociale, lo stato economico del contadino in quelle province dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice. Quella piaga della moderna società, che è il proletariato, ivi appare più ampia che altrove. Il contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente… mentre la vita del brigante abbonda di attrattive. Il povero contadino sa che le sue fatiche non gli frutteranno benessere, sa che il prodotto della terra innaffiata dai suoi sudori non sarà suo; egli si vede e si sente condannato a perpetua miseria e l’istinto della vendetta sorge spontaneo nell’animo suo» e si fa brigante. «Il brigantaggio diventa, in tal guisa, la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie».
"AntonioMa l’analisi della Commissione d’inchiesta basta a giustificare il fatto che dal 1861 al 1866, il brigantaggio è diventato un fenomeno diffuso in tutte le province del Mezzogiorno? Perché quel brigantaggio, che gli sgherri del Borbone prendevano semplicemente a legnate, è diventato ‘protesta selvaggia è brutale’? Perché, dopo l’Unità, ai briganti si sono uniti braccianti onesti, manovali, artigiani e migliaia di sbandati del disfatto esercito dei Borbone, sdegnosamente respinti dai piemontesi e dalle varie brigate della Guardia Nazionale che andavano costituendosi nei comuni?
Perché in un angolo delle loro ‘menti grezze’ si era insinuato il sospetto che negli atteggiamenti dell’esercito piemontese vi fosse il germe della discriminazione razziale: eravamo poveri, ignoranti senza speranza e quindi inadeguati, indegni di essere parte, alla pari, del nuovo Regno sabaudo. Eravamo ‘delinquenti nati’, una sottospecie, come tenterà di dimostrare Cesare Lombroso, medico psichiatra e antropologo, al seguito dell’esercito piemontese nella campagna contro il brigantaggio.
Giunti nel Regno delle Due Sicilie, i soldati di Vittorio Emanuele II, disciplinati, organizzati e comandati da ufficiali istruiti nelle rigide scuole militari dei Savoia, non solo imposero leggi e ordinamenti restrittivi ma, mal disposti dal pregiudizio, cominciarono a comportarsi da conquistatori. La loro arrogante superiorità, che rasentava lo scherno, finì per indisporre anche quanti li avevano voluti e che ora cominciarono ad osteggiarli.
Così, quello che doveva essere un graduale processo d’integrazione fra due diverse culture, leggi e costumi, diventa un processo di acquisizione prima e di occupazione poi aggravato da nuovi e più esosi balzelli per la legge governativa sulla perequazione dei tributi. Da qui la diffusione in tutte le province meridionali del brigantaggio. Peggio, con i soldati dei Borbone lasciati allo sbando, si formarono bande di veri fuorilegge. Il più noto fra i capi banda di ex militari era il sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle.
L’ex sottufficiale di Franceschiello era riuscito a raccogliere nella sua banda, formata da latitanti, perseguitati dal nuovo regime, sfaccendati, piccoli delinquenti e renitenti alla leva, un piccolo esercito ben equipaggiato di 300 uomini forniti di 250 cavalli. Per quasi due anni il sergente Romano ha funestato le campagne e imperversato gli stessi abitati di Acquaviva delle Fonti e del suo paese natale.
«Fatti analoghi ricorrono ad ogni passo» scrive il professor Lucarelli nei suoi volumi sul Risorgimento. Gli archivi sono zeppi di scritture che documentano «estorsioni, imboscate, spedizioni punitive, distruzione di campi, stragi di bestiame, sequestri di persone, eccidi notturni, ratti e violenze di fanciulle, invasioni di borgate con l’aperto favore degli abitanti e, talvolta, delle autorità medesime».
La reazione dell’Esercito piemontese fu terribile: «la crudeltà inaudita con cui fu soffocata l’insurrezione rattristano il pensiero» scrive ancora Lucarelli. Lo Stato Maggiore del Regno di Sardegna mobiliterà 120mila uomini. Altri 20mila saranno reclutati nelle varie province meridionali e inquadrati nella Guardia Nazionale. Eppure, nell’agosto del 1863, il governo sarà costretto a varare una legge speciale per combattere il brigantaggio, proposta dal deputato abruzzese Giuseppe Pica e che un suo collega, Nicola Nisco, bolla quale «negazione di un governo civile».
Furono commesse atrocità inenarrabili. «Si arrestavano arbitrariamente genitori, fratelli, sorelle e congiunti di briganti per indurli a consegnarsi alle autorità; si ammazzavano massari e proprietari per sospetto di complicità, si assassinavano i miseri contadini "solo perché portavano in campagna un pezzo di pane più grosso di quanto fosse necessario" per il sospetto che fosse dato ai briganti». E ancora «s’imprigionava, si taglieggiava, si fucilava senz’alcuna guarentigia – riferiva alla Camera il senatore Stefano Castagnola – non solo dalle truppe, ma da Guardie Nazionali, da sindaci e persino dalla popolazione… uno spettacolo terribile, strano, anormale».
«In ogni tratto della nostra campagna – scrive Antonio Lucarelli – caddero in gran numero i laboriosi contadini di Puglia, gli eroici soldati d’Italia e le molte guardie dei nostri comuni». E nell’immensa, generale confusione non mancarono abusi «conflitti fratricidi che suscitarono per ogni dove fiammate di vendette e di odio».
Il fattore che denuncia il padrone di fedeltà ai Borbone nella speranza d’impossessarsi della sua terra; il bracciante che denuncia il massaro per vendicarsi delle angherie subite; «un ufficiale della Guardia Nazionale che si dice disposto a scorazzare nottetempo con i briganti per dividere il facile bottino; taluni capi, in compenso delle rivelazioni traditrici, ricevevano ingenti somme con cui acquistavano poderi e costruivan palazzi. Quanti massari e quanti galantuomini dei nostri paesi andarono debitori della loro fortuna a codesto ignobile mercimonio!».
«Quanti assassini, quanti incendi, quanti ricatti – dirà il generale Emilio Pallavicini uno dei comandanti impegnati nella lotta al brigantaggio – la cui responsabilità e odiosità cadde sulle orde brigantesche, furono commessi da malandrini nascosti, più vili e più nocevoli dei primi perché più difficili a combattere».
Nessuna forza sembrava bastevole per ridurre i briganti alla ragione. Così, nella primavera del 1863 il Prefetto di Bari invia una serie di ordinanze ai sindaci dei comuni della provincia per il reclutamento di cinquecento volontari a pagamento. Dopo diverse settimane si riuscì a racimolarne centosessantasei appena. «Erano pessimi soggetti – dirà il comandante del reggimento fanteria "Brigata Regina" – reclutati dalla feccia della società, quasi tutti vagabondi allontanati dai rispettivi comuni che certamente ci hanno guadagnato». Erano mercenari.
Il Lucarelli, allora, annota un’osservazione di F. Carcani studioso tranese autore del volume Sul Brigantaggio edito nel 1863: «ci si è distrutta la nostra ricchezza, ci si è aggravati di pesi, ci si è tolta ogni garanzia sulle sostanze e sulla persona e infine ci si vorrebbe far perdere la vita, unico bene che ci avanza, facendoci andare contro i briganti».
L’insigne storico di Acquaviva delle Fonti porta a termine il suo lavoro sul brigantaggio in Puglia dopo anni di ricerche nei polverosi archivi di Bari, Napoli, Lecce, Potenza, Trani, e Reggio Calabria. Un lavoro immane, un’opera obiettiva e soprattutto equanime nella distribuzione dei torti e delle ragioni. Dopotutto, quando esce il primo volume, nel 1931, i Savoia sono ancora i Sovrani d’Italia, ma la libera opinione non è più un valore assoluto.
Lucarelli era già in odore di eresia rispetto alla politica corrente. Nel 1926 aveva cominciato a collaborare con il periodico diretto da Pietro Nenni e dai fratelli Rosselli ‘discettando’ di proletariato, socialismo e di Questione Meridionale dopo che Mussolini aveva affermato che la ‘questione’ «non è all’ordine del giorno».
La collaborazione con la stampa antifascista «fu il precipuo motivo del mandato di cattura, della perquisizione nel 1926 e delle successive ventennali persecuzioni, non escluso il garbato esonero dall’insegnamento nel 1938» racconterà Lucarelli alla caduta del Fascismo.
Soltanto molti anni dopo che l’edificio unitario sembrava completato si concede che «un giudizio storico superiore e la pietas dell’umanità civile portano a riconoscere le ragioni e le pene di tutti i contendenti – ha scritto Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli, specificando altresì che – la ragione di una storia superiore condannava comunque il brigantaggio alla sconfitta radicale. La storia, nel senso più pregnante e positivo dell’espressione, era dalla parte delle coscienze più alte e severe del movimento nazionale italiano».
‘Munne iève e munne iè’, dicono ancora oggi i molti anziani che hanno attraversato gran parte del secolo scorso.