Tempo di lettura: 2 minuti

"MartinaAl Festival della Valle d’Itria che si svolge a Martina Franca, giunto alla trentacinquesima edizione, si può provare a fare tutto e il contrario di tutto, ma sempre nel segno dell’originalità e dell’intelligenza. Ed è per questo motivo che la kermesse martinese resta, nonostante voci maligne e crisi inarrestabile del teatro d’opera italiano per i ben noti tagli ai finanziamenti, un punto di riferimento internazionale indiscusso nell’ambito dei festival europei.
Ieri sera, lo spettacolo inaugurale – in un palazzo Ducale strapieno e con l’abituale diretta su Rai Radiotre – prevedeva la prima rappresentazione in tempi moderni dell’ “Orfeo ed Euridice” di Gluck, capolavoro assoluto del teatro musicale settecentesco, nella versione inedita andata in scena solo una volta al San Carlo di Napoli nel novembre 1774.
Versione che rispettando grosso modo quella originale viennese, allestita ben 14 anni prima, godeva di copiose aggiunte, modificazioni e abbellimenti per mano di Johann Christian Bach, figlio minore del sommo Johann Sebastian.
Nello stile dell’epoca, l’opera del riformista Gluck finisce, se vogliamo, per essere snaturata rispetto all’originale: il libretto viene allungato anche per consentire la presenza di ben sette cantanti (in otto ruoli), il mito vive più sulla terra che nei campi elisi, ci sono più cori e danze e nuove arie ripensate per sopranisti come lo straordinario Giusto Fernando Tenducci, detto “Il Senesino” e la celebre Antonia Bernasconi. In quegli anni il belcantismo vivaldiano ed haendeliano hanno fatto indubbiamente Scuola, ma poco o nulla hanno a che fare con Gluck.
Il risultato è che l’ Orfeo dall’ora e quaranta minuti complessiva della versione viennese acquista una dimensione assai più ampia (si superano le due ore e trenta minuti) ma non sempre, drammaturgicamente parlando, ideale.
"OrfeoL’operazione del Festival della valle d’Itria e del suo direttore artistico, il musicologo Sergio Segalini, è in ogni caso lodevolissima perché suggellata da uno spettacolo bello, a tratti esilarante e con una compagnia di canto giovane e ben preparata. Meriti ed elogi dunque al bravo regista Antonio Cafiero, al fantasioso scenografo Eric Soyer, alle eccellenti coreografie di Marta Bevilacqua, agli interpreti Angelo Bonazzoli (un esilarante Amore), Razek François Bitar (un dolente e appassionato Orfeo) e a Daniela Diomede (un’Euridice anche scenicamente superba) su tutti.
Aldo Salvagno dirige, dopo una stuzzicante lettura dell’ouverture, come se avesse il freno a mano tirato. L’Orchestra Internazionale d’Italia non è sempre impeccabile, ma conserva uno standard qualitativo di livello egregio. Il giovane direttore d’orchestra salernitano ha mostrato comunque, soprattutto nella seconda parte dell’opera, sensibilità e musicalità adeguate nel seguire i cantanti. Ne sentiremo parlare in avvenire.
Davvero esemplare invece la prova del Coro Slovacco di Bratislava, preparato da Pavol Prochazka, sollecitato come non mai dall’esecuzione di pagine di sublime, mistica bellezza. Successo caloroso e meritato. Si replica domani sera con inizio sempre alle 21.00. Da non perdere.