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"Spalletti"In Italia, forti di una tradizione storica squisitamente figurativa, al termine "Monocromo" a stento riusciamo ad immaginare una sua precisa collocazione nella storia dell’arte.
Tuttavia, negli anni ’50-’60, complice una diffusa tendenza verso uno stile minimalista di importazione americana, questo stile pittorico raggiunge significative affermazioni anche nel nostro Paese, tanto che nel corso del Novecento il motivo del Monocromo ha svolto un ruolo centrale: talmente rilevante che, secondo alcuni studiosi, la sua importanza nel XX secolo è stata analoga a quella della pittura di paesaggio nell’Ottocento.
Il Monocromo ha come sua caratteristica la volontaria, totale rinuncia all’immagine e al segno, si tratta quindi, di una
pittura basica, di "grado zero", dove il colore non è più in grado di fornire delle tracce per una codificazione formale ed universale, in continua lotta tra concreto ed astratto, caricandosi sempre di esigenze tra loro diverse e anche contraddittorie.
Non a caso, in Europa come negli Stati Uniti, la fortuna del Monocromo coincide con il superamento del clima legato all’informale e con la esplorazione di una diversa consonanza con lo spazio dell’uomo e dell’architettura.
"Verna"In Italia, la grande stagione del Monocromo, praticato da alcuni tra i maggiori artisti del tempo, è legata così alla nuova fisionomia del paese ricostruito nei decenni del dopoguerra: l’ipotesi di una diversa relazione dell’arte con la tecnologia e con il pensiero scientifico, l’esigenza di confrontarsi con un paesaggio di materiali, procedimenti e immagini tipici di
una realtà industriale, vanno in questo modo di pari passo con la ricerca di una spiritualità contemporanea di cui il colore, nella sua intatta dimensione simbolica, è insieme veicolo e attore.
Il valore evocativo e la realtà concreta del colore monocromo hanno così assunto, di volta in volta, declinazioni diverse: allusione alla spazialità infinita come nelle opere di Lucio Fontana, evocazione ironica di un silenzio rarefatto come negli Achrome di Manzoni, ricerca di un sistema di variazioni numeriche e musicali come nelle opere di Castellani; ma anche attenzione al dato specifico dello spazio architettonico come nei lavori di Bonalumi e Scheggi, riutilizzo di materiali umili sottratti al fluire del tempo quotidiano come in Burri, Scarpitta o Uncini (rispettivamente cellotex, bende, cemento), suggestione della nuova iconografia dello schermo televisivo come in Schifano o Mauri. La mostra Monocromo. L’utopia del colore, organizzata dall’Ente Mostra di Pittura Città di Marsala e curata da Sergio Troisi, intende ripercorrere quel tema analizzando le differenti implicazioni della situazione italiana in un arco temporale compreso tra il dopoguerra e agli anni Settanta, durante il quale il motivo del monocromo è stato esplorato in un’ampia gamma di declinazioni: dalle proprietà di una spazialità dinamica ai rapporti con ‘architettura, dall’analisi dei valori percettivi e sensoriali ricondotti alle loro dinamiche elementari al dato di materiali quotidiani presentati nella loro immediata evidenza. Un ampio ventaglio di poetiche, in cui la forza espressiva del colore assume su di sè il compito di riassumere la memoria e il destino dell’arte in un costante dialogo con l’assoluto e l’utopia.
"consagra_fucsia"La mostra espone oltre sessanta opere di, fra gli altri : Vasco Bendini, Alberto Burri, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Pier Paolo Calzolari, Piero Dorazio, Ettore Colla, Pietro Consagra, Dadamaino, Tano Festa, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Elio Marchegiani, Piero Manzoni, Gastone Novelli, Claudio Olivieri, Giuseppe Penone, Mimmo Rotella, Paolo Scheggi, Sal Scarpitta, Turi Simeti, Ettore Spalletti, Claudio Verna.

Monocromo. L’utopia del colore si terrà fino al 18 ottobre presso il Convento del Carmine di Marsala. Apertura al pubblico: tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 19 alle 21

Info: www.pinacotecamarsala.it