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Quei “Personaggi” siamo noi. Grandissimo successo di Antonio Albanese al Petruzzelli

10 Mar 2015 | Nessun Commento | 1.250 Visite
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Personaggi - Antonio Albanese - Cetto La QualunqueDieci anni. Tanti ne sono passati da quando Antonio Albanese ha messo in scena per la prima volta “Personaggi”, il fortunatissimo spettacolo in cui raduna alcune delle sue creazioni più riuscite; eppure sfidiamo chiunque fosse presente alla (purtroppo) unica replica tenutasi al Teatro Petruzzelli per il cartellone del Teatro Pubblico Pugliese ad affermare che fosse una pièce datata. In effetti, se proprio dobbiamo dire la verità, c’è una traccia che fa comprendere quanto l’operazione sia d’antan: è nella materializzazione dell’ectoplasma di Amedeo Minghi e della sua “Vita mia”, hit del tempo che fu dell’Italia canzonettara. Ma poi null’altro; anzi, a ben vedere, il brano di Minghi diviene esso stesso espressione della nostra misera nazione al pari dei mitici personaggi che si succedono sul palco e che, pur con le loro abissali differenze di ceto, cultura (o, sarebbe meglio dire, assenza di cultura), estrazione ed origine (sud o nord pari sono), raccontano una (dis)umanità immutata ed immutabile, immobile ed inamovibile, così evidentemente e sgradevolmente visibile da apparire invisibile, non percepita, se non addirittura sconosciuta. Ci sono Alex Drastico, Ivo Perego, il fantastico Epifanio, l’idolatrato Cetto La Qualunque (che Antonio confessa essere il personaggio di cui ha più vergogna), l’ottimista ed il ministro della paura, mentre nei bis fanno capolino il meraviglioso sommelier ed un piccolo accenno alla genesi dell’indimenticabile Frengo e Stop: sei (più due) personaggi in cerca non più di un autore bensì di una storia da raccontare, di un alibi da escogitare, di una ideale e personalissima via di fuga dal caos che ci è dato in sorte di vivere; ma più che i nipoti della Commedia dell’Arte a noi sono apparsi come i nuovi mostri della (per fortuna) mai sopita Commedia all’Italiana, figli delle orride creature di Risi, Monicelli e Scola e, come quelle, incapaci di invecchiare, consapevoli di poter sfuggire alle logiche del tempo che passa così da apparire ancora freschi e vitali come fossero stati immaginati ieri o addirittura stamane; la feroce descrizione degli snowboarder, ad esempio, sembra rubata alle drammatiche cronache funebri di queste ore (verificate pure se non credete alle nostre parole). Il merito dell’inesauribile successo dello spettacolo non può non andare alla felice scrittura dello stesso Albanese e di Michele Serra, Gianpiero Solari (che ne cura anche la regia) e Piero Guerrera, ma deve essere senza dubbio riconosciuto anche l’immenso carisma del sublime comico/attore, che in quasi due ore di one man show, senza scenografie e con poche luci, conquista il pubblico con i suoi movimenti clowneschi e con le sue espressioni giullaresche, in un ipnotico tourbillon in cui le battute si succedono frenetiche, al punto che alcune sfuggono anche alla comprensione, sopraffatte dalle risate dell’estasiato pubblico, per poi sfociare però sempre in un retrogusto acre, acido, se non addirittura amaro, che comunque non è mai solo fredda e distaccata analisi, semmai richiamo alla lotta, alla maturazione, all’evoluzione personale e comunitaria, nella speranza che il futuro sia scevro da tali figure; ogni prototipo di essere umano incarnato da Albanese nasce sotto i più ilari auspici e si abbatte contro un muro di gomma che lo annienta, percorrendo il proprio tragitto di vita su di un otto volante impazzito che disegna un’iperbole tragicomica (in realtà assai più tragica che comica) su cui anche noi siamo costretti a salire al solo scopo di essere infine messi di fronte ad un impietoso specchio, così da poter finalmente comprendere, in modo da trovare la forza di allontanarcene per sempre, che quei “Personaggi” siamo noi.

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