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“Padre nostro”, un diario intimo del regista Carlo Lo Giudice

7 Mar 2009 | Nessun Commento | 4.087 Visite
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Carlo Lo GiudiceEsploratore di sguardi, gesti e comportamenti, con la stessa tecnica di un ‹‹naturalista››, appostato dietro un arbusto della savana, per catturare i rituali di un leone e di un leoncino che stanno insieme. Un po’ così, a dire il vero, si è sentito di definirsi il regista Carlo Lo Giudice, nel seguire passo dopo passo per ben due anni i protagonisti della sua storia, Salvatore e Vannino Schembari della sicula cittadina di Comiso, cinquanta anni il primo, novanta il secondo: un gallerista e un carrettiere in pensione. Due persone comuni, penserebbero in molti. La loro storia, invece, no, non lo è.

‹‹Padre nostro è una storia d’amore, il diario intimo di ogni giorno tra un padre e un figlio, in un rapporto spontaneo e vero, fuori dai luoghi comuni, difficilmente visibile tra padre e figlio maschi››. Un rapporto ritenuto a tratti inquietante, a volte tenero. Loro due condividono tutto, persino il letto: abbandonando i canoni della mascolinità si addormentano abbracciati perché il padre non riesce a prender sonno se il figlio non gli fa sentire la sua presenza grattandolo un po’. Ciò determina un ‘visual approch’ forte proprio perché i primi ad esserlo sono i personaggi stessi.

Questo film indispone, secondo alcuni, forse perché porta a chiedersi se si tratti di una omosessualità latente?

‹‹Esattamente – ci risponde il regista – ma la chiave di lettura sta nell’attraversare questo pensiero e superarlo, senza analizzare la psicologia dei personaggi né il loro back-ground né una giornata tipo o un modo di essere comune: gustiamo il film se si supera questo aspetto superficiale delle cose. Il mio obiettivo è, infatti, che le persone ad un certo punto vengano attratte semplicemente dalla forza delle immagini di loro come “sculture” l’una accanto all’altra››.

Impegnato da anni nella realizzazione di documentari Lo Giudice insegna, nella facoltà di Lingue a Catania, l’arte del cinema del reale essendo questo il genere che lo appassiona di più. Dal 1999 porta avanti vari progetti, in alcune città europee, come Catania, Lisbona e Atene, sulla percezione dello spazio urbano. Importanti per la sua formazione anche i documentari realizzati in Palestina, Bosnia, Egitto; gli incontri con Raul Ruiz e Jem Cohen e la partecipazione all’Esodoc (European Social Documentary).

E’ un documentario, Padre nostro, la cui narrazione non precostituita, ‹‹Quaranta minuti di vita reale le cui scene non sono mai state ripetute››, ha “costretto” il regista a vivere per alcuni mesi ciclicamente con i protagonisti. Il punto focale è ‹‹raccontare ciò che accade mentre accade aspettando con pazienza che accada››, non dimenticando di mantenere neutralità nell’osservazione: ‹‹Ciò è possibile facendo un cinema che si scrive col mezzo con cui nasce, che non passa dalla penna per arrivare alla telecamera, in cui il regista si annulla più che può per avvicinarsi alla neutralizzazione dello sguardo. Io penso di esserci riuscito abbastanza in questo documentario che, appunto per questo, non si sarebbe mai potuto avvalere di una troupe››.
‹‹E’ il cinema che – continua il film maker- faceva la Nouvelle Vogue e che in molti stiamo cercando di vivere, con non poche difficoltà››. E’ un po’ una chimera, perché le persone che sanno di essere riprese modificheranno, anche se impercettibilmente, i propri atteggiamenti, no? ‹‹Questa è la sfida, da sempre››. Ma come si riesce ad entrare nell’intimità di due persone senza urtarne la sensibilità soprattutto se uno dei due è molto anziano? ‹‹A me aveva colpito appunto l’onnipresenza di Vannino nella vita del figlio, che già per fortuna conoscevo. In ogni caso si deve instaurare un rapporto di stima reciproca con chi viene ripreso. E’ un tipo di cinema “libero” non solo come mezzo, ma soprattutto come ragionamento che si instaura tra regista e protagonisti; un ragionamento che successivamente bisogna ritrovare anche negli spettatori, lì davanti allo schermo, pronti ad osservare una scultura nell’atto stesso di scolpirla››.

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