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Mahler-Bisanti: accoppiata vincente per l’inaugurazione della Stagione concertistica del Petruzzelli

5 Feb 2018 | Nessun Commento | 1.441 Visite
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bisantiE intanto ecco il grande interrogativo: <<Perché sei vissuto? Perché hai sofferto? Tutto questo è soltanto un immane, atroce scherzo?>> A queste domande dobbiamo in qualche modo rispondere, se è nostro destino continuare a vivere, o anche solo continuare a morire! Chi anche una sola volta nella vita si è sentito risuonare dentro questa domanda deve dare una risposta; questa risposta la do nell’ultimo tempo.” (Gustav Mahler al critico Max Marschalk sulla gestazione della Sinfonia n.2)

Sarebbe difficile trovare qualcosa di più grande e toccante nella vita musicale di oggi: totale armonia di mente e di cuore, poesia e clamore, paura e consolazione, conoscenza ed emozione.” (Claudio Abbado)

Se solo qualche giorno fa, brindando al sublime debutto della Stagione lirica della Fondazione del Teatro Petruzzelli con il capolavoro wagneriano “L’Olandese volante”, ci auguravamo che fosse solo l’avvio di un’ottima annata per il nostro Politeama, ebbene oggi non possiamo più avere alcun dubbio, grazie all’esecuzione della Sinfonia n.2 “Resurrezione (Auferstehung)” in do minore per soprano e mezzosoprano soli, coro misto ed orchestra di Gustav Mahler che ha magnificamente inaugurato la Stagione Concertistica del neonato 2018, già presentatosi come l’anno dei record per aver fatto registrare un incremento dell’80% degli abbonamenti. E, per molti versi, si è trattato di una Prima assoluta, dato che era la prima volta che le note del capolavoro del compositore austriaco inondavano la sala del Petruzzelli, grazie ad una monumentale formazione, mai così folta da quando il Teatro è rinato a nuova vita, ed anche – aspetto tecnico non trascurabile – alla acustica resa perfetta dai nuovi pannelli sistemati sul palco.

Composta, fra il 1888 ed il 1894, nello stesso periodo della Prima Sinfonia, anche se, di fatto, appartiene alla trilogia, che annovera la terza e la quarta sinfonia, delle Wunderhorn Symphonien, tutte contenenti testi provenienti dalla raccolta di canti medioevali tedeschi intitolata Des Knaben Wunderhorn, ed eseguita il 13 dicembre del 1895 a Berlino, la Seconda Sinfonia è la prima in cui, a quanto pare ispirato dal corale ricavato sui versi del poema sacro di Klopstock “Die Auferstehung” ascoltato il 29 marzo 1894 al funerale di von Bulow, Mahler utilizza la voce umana accanto a un organico sempre maestoso per proporzioni strumentali e timbriche, quasi fosse un ulteriore quanto immancabile elemento costitutivo del discorso sinfonico, un tassello occorrente alla celebrazione della maestosità e della potenza che – certo – il Genio si era prefissato. La totale certezza che, come ha sottolineato Livio Costarella nell’ottimo commento al programma di sala, “raramente, nella storia della musica, a una gestazione così ampia corrisponde una vetta altrettanto alta, in cui una costruzione sinfonica riesce a superare se stessa”, basterebbe a lasciarci comprendere il successo mondiale, raccolto anche mentre era in vita lo stesso Mahler, chiamato dappertutto a dirigere la sua Opera, ed inesauribile di questo capolavoro assoluto, che ancora oggi colpisce per la sua esuberante monumentalità, per cui fu coniato il termine di “cantata sinfonica”, definizione che si potrebbe usare anche per altri lavori del Maestro, soprattutto per l’Ottava Sinfonia. Eppure, nel nostro piccolo, riteniamo che ci sia qualcosa di più.

In “Resurrezione”, Mahler giunge, come forse mai gli riuscirà nelle successive composizioni, a proporre una perfetta sintesi tra mondi lontanissimi, stati d’animo dilanianti, dicotomie contrastanti: morte e resurrezione non solo sono – come è chiaro che sia – immagine della caducità terrena e della sublimazione divina, ma sembrano inneggiare alla anelata trasformazione e catarsi che il musicista cerca nella sua musica; il tema salvifico, inquadrato sotto la lente dell’epicità, qui sviluppato per la prima volta da un Mahler appena trentenne ma già padrone di un linguaggio spaventosamente maturo e complesso, anche se rappresenterà il filo conduttore delle successive sinfonie, appare fin da ora compiuto, risolto, definito e definitivo per densità emotiva e soluzioni stilistiche ed estetiche, meravigliosamente dibattute tra paradisiaca dolcezza ed echeggiante potenza. Ed è innegabile che nella Sinfonia n.2 ci sia già quella particolare attenzione che Mahler, forse a seguito del suo successo come direttore d’orchestra, rivolgerà in tutta la sua vita artistica al linguaggio del popolo, tentando di cogliere ogni possibilità per avvicinare la società di massa alla dimensione dell’ascolto e della creatività musicale, spingendo ogni strumento, voce compresa, sino al proprio limite e mostrandone tutte le infinite potenzialità, nel tentativo di svelare i segreti della musica stessa: è qui che – forse come non mai – si manifesta il grande affresco della Resurrezione, in cui, per dirla con le parole di Rodolfo Venditti, magistrato, studioso di Diritto penale, docente universitario ed appassionato cultore della musica classica, “l’umanità è come convocata dinanzi alla magnificenza di Dio, una certezza espressa a pieno volume di voci e di suoni”.

Ebbene, tutto quello che abbiamo tentato di illustrare sino qui è apparso limpido davanti ai nostri occhi e, soprattutto, nei nostri padiglioni auricolari, nella serata evento del Teatro Petruzzelli. L’ispirata lettura del Maestro Giampaolo Bisanti, reduce dall’incontenibile successo delle tante repliche de “L’Olandese volante”, ci ha concesso di essere testimoni di una esecuzione magnifica, incantata ed incantevole, romantica e possente allo stesso tempo ma senza alcuna concessione a facili barocchismi, espunta da ogni vano ed inutile orpello esecutivo per privilegiare ed enfatizzare le sensazioni di pura gioia e di mero terrore delle visioni mahleriane. Chi, anche tra gli ascoltatori più distratti, può asserire di non essersi sentito trasportato innanzi al Sepolcro di Cristo nell’alba della Resurrezione o di non essersi sentito parte del biblico Giudizio Universale quando l’Orchestra ha intonato l’ultimo, imponente, caleidoscopico, Quinto Movimento, quando il Coro ha innalzato il suo tremendo dies irae o ha profuso l’inatteso coro a cappella, presagio dell’annunciazione del messaggio salvifico della Resurrezione, sino al liberatorio e sontuoso finale, che cresceva in intensità fino a toccare vette quasi irraggiungibili? Sotto le sapienti mani del suo Direttore stabile, l’esecuzione dell’Orchestra del Petruzzelli, con parecchi orchestrali “in aggiunta” alla formazione originaria, è stata, anche grazie alla splendida prova offerta in qualità di soliste dal soprano Tanya Kuhn e dal mezzosoprano Stefanie Irany, nonché – last but not least – dal Coro del Petruzzelli preparato dal Maestro Fabrizio Cassi, impeccabile, suntuosa pur nella sua rigorosità, toccando, e per lunghissimi tratti addirittura superando, quella perfezione cui Bisanti ci sta ormai abituando, e che, in questa occasione, ha fatto sì che finalmente comprendessimo appieno quel che Mahler aveva inteso trasmettere al pubblico con la Seconda Sinfonia: “Immagina l’universo che comincia a cantare e a risuonare. Non sono più voci umane, è una danza di pianeti e di soli”.

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