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L’alchimia perfetta del Claudio Filippini Trio: impeccabile il live al Teatro Forma di Bari

2 Ott 2015 | Nessun Commento | 1.246 Visite
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cf“Le ‘storie’ piene di fantasia e profondità che le composizioni e improvvisazioni di Claudio Filippini ci restituiscono, sono dette nella lingua della bellezza”

(Enrico Pieranunzi)

La nascita di una nuova creatura deve essere celebrata sempre nel più opportuno dei modi, specie se a darle i natali è una delle migliori realtà presenti sul territorio; non essendovi alcun dubbio che l’associazione “Nel gioco del jazz” sia un’eccellenza della nostra povera terra di Bari, e non solo, avendo anche quest’anno realizzato un cartellone di assoluto valore che, a breve, vedrà succedersi gente del calibro di Dianne Reeves, Kurt Elling e Sarah Jane Morris, non ha destato in noi alcuno stupore che la costola staccatasene fosse anch’essa pregevolissima, ed infatti questa “Domestic flights – Jazz non jazz” è senza dubbio una rassegna che farà parlare molto di sé, potendosi sin da ora fregiare della scelta, ancor oggi coraggiosa – non nascondiamocelo – di accendere i cf5riflettori esclusivamente sul jazz italico, come giustamente sottolineato da Roberto Ottaviano e Donato Romito, la strana quanto efficace coppia di Dei ex machina dell’Associazione.

Con tali presupposti, avremmo con molta difficoltà potuto immaginare una partenza migliore di quella che ha visto sul palco del Teatro Forma di Bari il fantastico Trio formato dal pianoforte di Claudio Filippini, dal contrabbasso di Luca Bulgarelli e dalla batteria di Marcello Di Leonardo, se è vero, come è vero, che, nella nostra lunga degenza di malati di jazz, ce ne sono capitati di gruppi formatisi per sole ragioni commerciali con i nomi più altisonanti sulla piazza, e li abbiamo visti cadere sulla prova comunitaria, non riuscendo a creare la tanto agognata amalgama, trascinandosi per anni in nome di un asfissiante contratto discografico e, alla fine, riproducendo una sterile quanto inutile lotta tra titani, mentre il Trio di Filippini, nella sua ormai decennale attività in gruppo, ci ha abituati ad un livello di qualità sempre altissimo, forte di un’intesa talmente perfetta, testimoniata anche dall’ultimo prodotto discografico, l’ottimo “Squaring the circle”, da riuscire a non farci quasi mai comprendere se ciò che stiamo ascoltando sia frutto di un intenso lavoro a tavolino ovvero della più pura e spontanea improvvisazione jazz, circostanza che, nella tappa barese, si ripeteva sia quando venivano cf6eseguiti temi inediti del leader, sia quando inossidabili standard venivano affrontati con il rispetto e l’amore che solo i grandi musicisti sanno avere. Sfilavano così Coltrane, Monk, Fats Waller, Gershwin e molti altri, ma al di là delle scelte operate, era ben comprensibile a tutti che i brani in scaletta erano impreziositi e resi unici dall’assoluto stato di grazia del gruppo, che, grazie anche ad un uso sapiente dell’elettronica, riusciva, apparentemente senza difficoltà, a far sentire tutte le note, aprendole, dilatandole sino al limite, sottolineando anche i silenzi pur di far sentire tutta la musica nascosta sul pentagramma, in modo da far diventare ogni brano un segnale che i tre ricevevano dall’esterno, decodificavano ed amplificavano a loro piacimento, con un gusto che davvero pochi altri hanno dimostrato di possedere (a noi vengono in mente i primi Doctor3 di Danilo Rea) e che si realizza pienamente solo quando si ha la fortuna di trovarsi di fronte a tre teste pensanti che riescono, per una rara quanto prodigiosa alchimia, ad avere un’unica mirabile visione dell’inesplorato orizzonte verso cui propendere ed a raggiungerlo con un passo simultaneo ed armonico, come fossero un sol uomo.cf4

Non c’è stato un momento, un solo momento, del set in cui non si sia percepita l’onda di vibrazioni positive che dal palco arrivava sino in platea; è stato come se una quantità indefinita di note inondasse la sala, giungendo al pubblico talvolta quale fiume placido, talvolta come lava incandescente, ma lasciando sempre tracce precise, puntuali, accurate, rigorose, tanto da farci credere che ognuna di loro fosse stata collocata sempre nel posto perfetto, l’unico possibile.

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