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         Direttore responsabile: Michele Traversa
La stagione di successi del Teatro Kismet si chiude con il folle ed irriverente genio di Antonio Rezza

6 Mag 2017 | Nessun Commento | 790 Visite
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rezzaOrmai è un appuntamento immancabile, ineluttabile, inesorabile, inevitabile, a meno che non si voglia rinunciare ad uno dei rarissimi momenti di sana ed intelligente gioia che questo malsano mondo è ancora capace di regalarci. Antonio Rezza al Teatro Kismet è ormai un classico, una norma, una consuetudine che si ripete con cadenzata frequenza e a cui non possiamo, non sappiamo, non vogliamo rinunciare; anche quest’anno il rito si è compiuto con lo spettacolo Anelante che ha più che degnamente chiuso l’ottima stagione del teatro barese, un’altra pietra miliare della sua squilibrata opera omnia, un’altra riuscitissima icona del Rezza-pensiero, una piéce che, da sola, potrebbe già spiegare l‘universo teatrale di questo artista assolutamente unico, imperdibile per inventiva,  vis comica,  presenza scenica. Ecco, permetteteci di affermare, senza traccia di saccenteria ma anche senza tema di smentita, che chi non l’ha mai fatto dovrebbe essere obbligato ad andare a vedere uno spettacolo del nostro, uno qualunque, anzi, forse, soprattutto questo Anelante che aveva se possibile è qualche freccia in più al proprio arco, qualche elemento di novità soprattutto determinato dalla presenza di ben quattro attori sul palcoscenico oltre Antonio, che, al contrario, avevamo incontrato quasi sempre in assoluta solitudine in scena, padrone e schiavo delle strutture e degli oggetti inventati da Flavia Mastella, geniale cointestataria della ditta; ebbene, se in passato le surreali elucubrazioni drammaturgiche e narrative di Rezza scaturivano dallncontro/scontro con gli oggetti della Mastrella, oggi il risultato performativo finale si raggiunge grazie al perfetto interplay dello stesso con Chiara Perrini, Enzo Di Norscia, Ivan Bellavista e Manolo Muoio: sono loro i nuovi soggetti che Rezza manovra e da cui viene, a sua volta, manovrato, che crea e distrugge in ogni istante, disintegrando come sempre – qualunque regola narrativa  e connessione logica.

Il vero protagonista di “Anelante” è la parola, o, come affermano i due autori, “un uomo che ce la mette tutta per ascoltare gli altri, poi capisce che è meglio ascoltare se stesso”, che, in altre parole, non riesce a stare zitto, nemmeno mentre legge un libro (“perchè dovrei essere costretto a stare zitto dall’autore del libro che ho comprato e pagato?”) o mentre è sott’acqua, di fatto determinando la sua morte, così come non riesce a non porsi delle domande, spesso devastanti, come quelle sull’educazione materna contrapposta a quella paterna, o quelle sul perchè la sua poco lungimirante maestra gli avesse negato il palco per la recita scolastica (“tu pensa che si è perso il teatro per colpa di questa tizia”), o quelle sulle pulsioni sessuali secondo Freud (“Freud è stato fortunato che a una certa ora la gente ha sonno; ecco perchè ti frega con il suo: “Tu ami tuo padre, tu ami tua madre”. C’ha costruito un impero economico!”), o sulle teorie di Copernico e di Pitagora, la fisica quantistica, Keplero, e poi sulle pensioni, sui grandi della terra che si incontrano, sino a giungere ad interrogarsi sulla presenza di Dio, il tutto ad una folle velocità che rende impossibile sintetizzare l’esplosione caleidoscopica di parole e corpi (spessissimo nudi ed in atteggiamenti non proprio da educande) in libertà, in un gioco al massacro che non ammette prigionieri. L’insolenza sarcastica la fa da padrona, bypassando, calpestando, frantumando il comune senso del pudore, talvolta spingendosi sino all’orlo della blasfemia; l’eroe è sostituito dall’antieroe, da un clown irriverente e fuori dagli schemi, da un magnifico buffone che sembra uscito dalle Corti medievali, da un pazzo scatenato liberatosi dalla camicia di forza e da chi vorrebbe relegarlo nelle putride sabbie mobili della quotidianità, che, in un perenne schernirsi, sembra godere fisicamente nel non concedere supporti e vie di fuga da cui il pubblico possa riappropriarsi dei propri razionali schemi mentali. Ma, come andiamo ripetendo da anni ormai, non c’è modo di offendersi, a meno di dimostrare atavica ottusità ed assoluta difficoltà di abbandonarsi alle giullaresche intemperanze di un vero Genio del nostro teatro, perdendosi, però, così la possibilità di poter riabbracciare, fosse anche solo per una sera nella propria vita, il proprio primigenio fanciullino: perché ognuno di noi sa bene che quel folle folletto, che pure preferiamo tenere stipato nella più profonda voragine del nostro spirito per celarlo agli occhi degli altri, esiste già e dimora da sempre nella nostra stessa natura, un primordiale homo habilis che, solo grazie all’intervento dell’opera di Rezza, si slega dalla rete in cui anni, secoli di convenzioni lo hanno costretto e rinasce a nuova vita, finalmente padrone della propria identità e pronto a realizzare la sua personalissima rivoluzione anarchica, l’unica possibile.

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