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Giornata di protesta nazionale della Fnsi. Aprite le celle ai giornalisti

25 Lug 2011 | Nessun Commento | 1.193 Visite
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Perché i giornalisti non possono visitare i CIE (Centri di Identificazione) e i CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo)? Perché una circolare del Ministro dell’Interno (la n. 1305 emanata il 1 aprile 2011) in nome dell’emergenza nordafricana vieta anche ai sindacati, agli esponenti dell’associazionismo antirazzista nazionale e internazionale di poter controllare la condizione umana di tanti disgraziati? Insomma, perché chi vuole accedere ai luoghi dove sono isolati i clandestini è giudicato “un intralcio” all’operato degli enti gestori e tenuti fuori, fino a data da destinarsi?
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana (finalmente!) non accetta più la passività di fronte ad una definizione malata del proprio lavoro giornalistico e questa mattina in tutta Italia ha manifestato davanti ai cancelli dei C.I.E. A Bari anche il presidente Raffaele Lorusso ha smesso di tacere; con i rappresentanti del sindacato Assostampa si è piazzato davanti ai cancelli del CIE-San Paolo, chiedendo di visitare le camere segrete dove vengono messi a tacere fino a 18 mesi tutti gli stranieri che non hanno documenti. Senza essere bolsi ripetitori di luoghi comuni vorremmo sapere perché chi commette scabrosi reati fiscali viene trattato con le piume e chi si salva da un disperato naufragio finisce imbambolato in celle dimenticate? I giornalisti non sopportano le superfici imperscrutabili dei C.I.E. Chiedono di non raccontare favole, di potersi mettere di fronte allo scorrere degli eventi ed esserne testimoni. È bastato sostare due ore di fronte a un’ insuperabile guardiola militare per convincersi che la lotta della FNSI è totalmente giusta. Gravati da un eccesso di quiete i C.I.E. appaiono luoghi di detenzione. Il ministro Maroni offre solamente ai parlamentari la possibilità di occuparsi dal di dentro di tali tristi campi e la sua definizione risuona nelle nostre coscienze poco convincente. “Intralcio” è una metafora falsificante per chi ama comunicare il vero, essendo fonte primaria. Per questa ragione anche Nichi Vendola, che non dimentica mai di essere un giornalista, ha dato la sua “scontata solidarietà” ai suoi combattivi ex colleghi. E forse le sue parole incidono più di dieci servizi di cronaca.
“I CIE sono luoghi opachi, dentro i quali sono sospesi i diritti costituzionali”. Non poter conoscere le condizioni di vita di un detenuto “è un blocco inaccettabile, perché è interdetto il diritto di cronaca e di critica. La sicurezza non è repressione, ma accoglienza. I CIE sono luoghi blindati, galere inaccessibili”. Gestirli come se fossero un gravissimo problema di ordine pubblico muta uno Stato di diritto in “portatore di violenza”. Il presidente della Regione Puglia non è dolce di sale, quando si interessa agli esclusi. Sa provocare traumi e riflessioni con parole antipoetiche. Egli rifiuta il “Potere che non sa accogliere” e invita i cittadini a non rimanere “ammutoliti”. La sua denuncia politica è puntigliosa: “la malattia della Lega è procedere alle espulsioni sommarie”. Ciascun uomo, soprattutto tra gli indifesi,  ha diritto di avere la propria domanda per l’asilo politico, che deve essere vagliata secondo le norme internazionali. Il CIE “è un luogo indicibile”.  “La stampa può illuminare un luogo tenebroso”, per questo deve fare lealmente il suo lavoro senza divieti. L’intervento di Vendola è stato un ottimo assist a Raffaele Lorusso. “Qui dentro sei chiuso perché clandestino, non perché hai fatto reato. I diritti sospesi alimentano i sospetti” ha commentato con altrettanta determinazione l’assessore Nicola Fratoianni. “LasciateCIEentrare” chiedeva ironicamente al governo il cartello dell’Assostampa pugliese, rivendicando con fierezza i doveri di una coraggiosa professione. I giornalisti sono utili se scoprono le contraddizioni, le ambiguità, i segreti, i sotterfugi dannosi alla democrazia. Nel CIE di Bari a 6 tunisini disperati sono stati  sequestrati i passaporti e da mesi essi pagano la loro voglia di libertà con un’ inaccettabile soppressione morale. La verità deve vestirsi di parole giuste. Chi informa deve rivolgersi ai propri lettori conoscendo la realtà dei fatti. Faccia un passo indietro il Ministro Maroni. Non consideri un “intralcio” chi cerca di spiegare la vita vissuta senza fare false congetture. “Lasciateci entrare” ripeteranno ancora ad alta voce e a lungo tutti i giornalisti italiani, davanti alle sbarre dei C.I.E. Gli scampati ai regimi violenti e alla povertà, i rifugiati, i senza patria che toccano il nostro suolo meritano almeno il diritto alla libertà di stampa.

In foto un momento della manifestazione al Cie di Palese (Bari)

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