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Francesco De Gregori: il “musicista dalle mani sporche” si racconta nel libro “Passo d’uomo”

9 Mag 2016 | Nessun Commento | 915 Visite
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fLo prendi, cominci a sfogliarlo. E ti accorgi che non è il solito libro dell’artista in vena di autocelebrazioni. Non è la cavalcata luminosa verso premi, riconoscimenti, successi planetari. O meglio, in parte è anche questo (più un assunto da cui partire che un teorema da dimostrare), ma il libro-intervista Passo d’uomo di Francesco De Gregori con il giornalista Antonio Gnoli è una conversazione a due sulla vita, sull’arte e la bellezza, sulla filosofia e la letteratura, sul tempo che scorre e la famiglia, su Dio e le religioni, sulla politica. E sulla musica, ovviamente. Una conversazione che mette in relazione gli aspetti personali dell’artista da oltre quarant’anni nel mondo delle sette note con una visione più generale della vita e della società in cui viviamo.

Il libro, che prende il titolo da un brano del 2012 di Francesco De Gregori, è uscito per Editori Laterza e parte dell’infanzia del cantautore nell’Italia del dopoguerra (padre bibliotecario, madre insegnante, un fratello di sette anni più grandi che è sempre stato un faro e che gli aprì la strada alla musica) per passare nelle 230 pagine e oltre ad affrontaref2 diversi aspetti della sua vita. Ma con un messaggio che lo stesso autore mette in chiaro fin dai primi capitoli: “Una delle cose che maggiormente mi darebbe ansia è che io possa essere considerato un intellettuale. Uso questa parola con grande libertà. In qualche modo, quello che a me interessa è che venga fuori un ritratto, il primo e forse l’unico, in cui vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro. Ogni tanto mi trovo davanti a persone che dimenticano che faccio il cantante. Che ho le ‘mani sporche’. Guarda i miei calli!”.

Un musicista dalle mani sporche, convintamente schierato a sinistra da sempre anche negli anni delle contestazioni subite, che però si è nutrito delle letture di Aldo Buzzi, George Simenon, Pier Paolo Pasolini, Claude Levi-Strauss, James Joyce, Elio Vittorini, Dino Campana: solo per citare alcuni degli autori che ricorrono tra le pagine del lungo dialogo e che hanno intriso a cascata i suoi testi. E un musicista che è cresciuto a pane e Dylan: “Fu il mio primo vero contatto consapevole con la musica americana”.

Un De Gregori nudo, come mai ha amato mostrarsi al suo pubblico. Sempre chiuso in un recinto di malcelata reticenza. “Ultimamente mi sento dire spesso: Francesco da un pò di tempo sei diventato più simpatico. Un amico musicista ha abbozzato una spiegazione. Perché non te ne frega più di tanto. Forse dipende dall’avere abbassato l’asticella delle f3ambizioni. Prima pensavo di diventare Bob Dylan e poi ho scoperto di non esserlo. E’ inutile andare a cercare chi non sarai mai”, è la considerazione del Principe della musica.

Il Pci, il Festival di Sanremo, l’America, i talent: diventano pretesti per parlare di altro e tratteggiare il ritratto di un artista unico e di un’Italia che guardata con occhio distaccato. La chiusura, intrisa di pietas, è dedicata allo zio partigiano (da cui ha ereditato il nome) ucciso a Porzûs da una brigata comunista.

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