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Eugenio Finardi si racconta: artista ed uomo tra ‘musica e parole’

25 Gen 2015 | Nessun Commento | 1.413 Visite
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downloadUna delle tentazioni a cui pochi musicisti riescono a resistere è quella di affrontare, almeno una volta nella carriera, il recital / confessione, quello in cui si prova a raccontare il proprio percorso , la propria crescita, la propria vita.
Tutti ci cascano, prima o poi, e non sapremmo dirvi quanti ne abbiamo visti cascarci nel senso più popolare del termine, cadere, capitombolare ed infine capitolare; ricordiamo ancora con orrore di aver assistito anni fa ad un tentativo in tal senso da parte di un emerito italico cantautore che non colse l’insoddisfazione della platea finchè non giunse al suo orecchio un liberatorio “canta che è meglio” cui seguì un’ovazione del pubblico pagante.
Perché per affrontare questo tipo di tenzone non vi è dubbio che si debba essere dei fior di artisti, con un più che discreto bagaglio di evergreen alle spalle, ma questo non basta, non può bastare: bisogna avere una storia che valga la pena raccontare, un grande passato alle spalle ma anche la voglia di conquistarsi ancora un futuro, avere voglia di condividere amori ed impeti giovanili ma anche delusioni e disillusioni della maturità, sogni e convinzioni che hanno radici nel passato ma che non conoscono ancora alcuna incondizionata resa. Insomma per raccontare la propria vita davanti ad un pubblico bisogna avercela avuta ed avercela ancora una vita.

Eugenio Finardi può farlo e lo dimostra oggi con il suo “Musica e parole”, che ha fatto tappa a Bari nell’ambito del cartellone del Teatro Forma che ancora una volta ha fatto registrare un meritatissimo sold out.
Può farlo innanzitutto perché, pur avendo affrontato innumerevoli trasformazioni artistiche, che lo hanno portato negli anni a staccarsi –senza mai abbandonarlo però – dall’amato rock per dedicarsi al blues ma anche al fado e finanche alla musica sacra, si è mantenuto integro, sincero, vero, cosicché oggi può mostrarsi nudo al proprio pubblico senza timore alcuno. Parla Eugenio, e parla tanto ma lo fa con una grazia ed una saggezza davvero rare, che ci fanno venire voglia di starlo a sentire per ore, sia che si inerpichi su sentieri filosofici e matematici nel tentativo – riuscitissimo – di spiegare il miracoloso matrimonio tra musica e parole che è dietro ogni canzone, sia che si lasci andare a ritratti di amici – bellissimo quello dedicato ad Alice -, sia che – e sono i momenti più toccanti di tutta la serata – confessi i tratti più intimi della sua vita privata. Ma non pensiate che si stia parlando di un uomo domo, che vive immerso nel passato, che abbia la forza solo per descrivere il suo luminoso passato; quello che abbiamo trovato è un artista vivo, pulsante, indomito, addirittura furente nei confronti delle ingiustizie del presente, così come ci era apparso appena un anno fa all’uscita del suo ultimo album, quel “Fibrillante” che ci aveva restituito il Finardi di sempre ma con una rabbia più matura. Ed è con quella stessa maturità che, complici gli ottimi Giovanni Maggiore e Paolo Gambino, rispettivamente alla chitarra ed alle tastiere, Eugenio affronta le nuove canzoni, tra cui occorre ricordare “Come Savonarola”, “Lei s’illumina” e l’intensa “Cadere sognare” (più che una canzone, un manifesto), qualche cover, con una versione di “Hallelujah” di coheniana memoria da brividi, ed i successi di sempre, tra cui “Non è nel cuore”, la splendida “Laura degli specchi”, scritta proprio per Alice che la incise nell’album “Azimut”, “La radio”, “Un uomo”, la sublime “Le ragazze di Osaka”, “Amore diverso”, quasi una ninna nanna composta per la figlia primogenita Elettra, e naturalmente “Extraterrestre”. Manca “Musica ribelle”, ma tant’è; questo ci fa sperare in un “Musica e parole – parte seconda”. Perché una vita intera non può raccontarsi in poco più di due ore, soprattutto se è la vita di Eugenio Finardi.

 

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