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Else contro l’usura. L’attuale e “duro” spettacolo il nuovo spettacolo di Carlo Bruni e Nunzia Antonino al Kismet

1 Feb 2017 | Nessun Commento | 849 Visite
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ElseLa minaccia e il declino del mondo borghese e della civiltà europea, l’assenza di patria e di alienazione: questi sono i temi centrali di Schnitzler. Egli era insieme un poeta e un intellettuale critico, artista della parola. I suoi lavori teatrali, novelle e romanzi si possono leggere come frammenti di un’unica grande storia: la storia di una decadenza. (Marcel Reich-Ranicki)

Mi sono formato l’impressione che Schnitzler conosce, attraverso dettagliate forme di osservazione, tutto ciò che io ho scoperto attraverso un faticoso lavoro con le persone.” (Sigmund Freud)

Du willst nicht mehr weiterspielen, Else?” “Nein Paul, ich kann nicht mehr. Adieu!”. Un pugno di parole, poche sillabe, per indicare un destino, una brusca sterzata del fato, una accelerazione in curva della propria esistenza, ma anche una diga, un muro insormontabile tra il prima ed il dopo. “Non desideri continuare a giocare, Else?” “No Paul, non posso. Addio!”: a pronunciarle nei confronti dell’amato cugino è la diciannovenne Else, rampolla di un illustre ed abbiente avvocato viennese di origini ebraiche, cresciuta nell’agio in vista di un conveniente matrimonio con un uomo particolarmente benestante che crede di riuscire facilmente a conquistare pur potendo contare solo su di un aspetto particolarmente accattivante, mentre si trova in vacanza, ospite della zia Emma, a San Martino di Castrozza (fino al 1918 ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico), intenta solo a dedicarsi al dolce far niente, tra partite di tennis, brevi passeggiate, sfarzose cene, noiose chiacchierate. Eppure, in preda a chissà quale presentimento, Else si rende conto di non poter più essere parte di quel vuoto, di non poter più appartenere al limbo in cui la sua età e la sua posizione sociale l’hanno sinora felicemente relegata, di non poter – non per sua volontà, si badi bene – più giocare. Infatti, ad attenderla in albergo troverà una missiva di sua madre che le chiede di immolarsi sull’altare del buon nome familiare, pregando il signor Dorsday, un attempato ed agiato mercante d’arte, amico di famiglia ma odiato dalla giovane, ospite – forse non a caso – del medesimo albergo, di concederle, entro e non oltre le successive quarantotto ore, un prestito di trentamila fiorini per appianare i debiti del padre. Dopo, niente è più lo stesso. Else si perde nei rivoli della propria immatura mente: pur ipotizzando anche il suicidio paterno per sfuggire all’onta del carcere (“Che papà si uccida pure. Mi ucciderò anch’io. Che vergogna vivere così. La cosa migliore sarebbe gettarsi già da quella rupe e farla finita. Vi starebbe bene a tutti quanti.”), prima rigetta l’imposizione, poi l’accetta, elevandosi ad eroina romantica, senza averne naturalmente la tempra, con un moto salvifico nei confronti del genitore che la spinge a lanciarsi finanche in un impetuoso “Sì, papà, io ti salverò”, preso in prestito dalla letteratura francese e dall’Abbé Prévost. L’incontro con Dorsday avviene mille volte nella sua mente, immaginato in ogni sua possibile derivazione, così da farle credere di poterlo facilmente gestire grazie all’innegabile fascino che esercita sull’uomo, senza aver però supposto che lo stesso potesse concepire un’idea di ignominioso baratto: le concederà la somma richiesta dopo averla ammirata nuda, non pretendendo “nient’altro da lei se non di poter stare per un quarto d’ora in contemplazione della sua bellezza”.L’infame ricatto la sconvolge al punto da spingerla alla follia e ad un gesto estremo: si, Else si spoglierà, ma nel salone dell’albergo, davanti a tutti, usando il proprio corpo per gridare la sua definitiva denuncia nei confronti della meschinità e del finto pudore della società borghese, prima di assumere una dose letale di veleno e porre prematuramente fine alla sua tragica esistenza.

Fin qui il sublime romanzo breve di Arthur Schnitzler “La signorina Else, pubblicato nel 1924, capolavoro ancor oggi irraggiungibile della letteratura mondiale, immediatamente bissato da quel “Doppio sogno” utilizzato da Stanley Kubrick per il suo”Eyes wide shut”, esempio talmente perfetto di dramma psichico analizzato attraverso la coscienza della protagonista, punto di vista privilegiato quanto inedito, da renderne difficile ogni accostamento, ogni rilettura, ogni messa in scena, e praticamente impossibile e fallimentare ogni tentativo di migliorarlo, di andare oltre la parola schnitzleriana, riuscendo a leggere anche tra le righe, tra le parole non dette, tra gli assordanti silenzi, così da rispondere alle annose domande di ogni lettore: ma l’eroina del Maestro viennese ha davvero preso le letali dieci bustine di veronal o era solo un’altra delle sue fantasie? Ed è davvero morta Else? Ed, in tal caso, si può parlare di suicidio o, più compiutamente, di omicidio che pesa sulle coscienze dell’intera umanità? E, soprattutto, sarà servita a qualcosa la sua morte o dovrà la poverina perire ancora una serie innumerevole di volte prima che la società tutta muti il suo disgustoso, immondo, abominevole contegno? E quante Else dovremo ancora sotterrare prima di poter strappare la maschera dal volto degli esseri umani senza morale e pudore?

In questa impresa titanica hanno invece trionfato Nunzia Antoninoe Carlo Bruni, entrambi autori e rispettivamente protagonista e regista di “Else”, una produzione La luna nel letto / Tra il dire e il fare, liberamente ispirata all’opera di Schnitzler nella traduzione di Giuseppe Farese, inserito nell’ottimo cartellone annuale del Teatro Kismet Opera di Bari, i quali non solo riescono a restituirci in modo particolareggiato tutte le contrapposizioni ed i conflitti, le verità e le fantasie che sembrano assalire la giovane all’unisono, al solo scopo di aggrovigliare anche gli argomenti apparentemente più rigidi, che si mescolano e si contorcono, sconvolgendola, nella mente della stessa, grazie a quelle espressioni sconnesse, spesso contraddittorie, e quelle frasi brevissime, gettate di slancio, dove ogni elemento è il fremente rovescio dell’altro, che chiunque sia stato giovane adolescente – o, dimentico del passato, abbia, da adulto, a che fare con questa strana costola d’umanità – conosce bene, ma anche, a nostro modesto parere, superano egregiamente l’altissimo steccato alzato dallo stesso Schnitzler, creando a loro volta un capolavoro a sé stante. Il loro spettacolo è un’opera mirabile, un flusso continuo di pensieri e parole che sonda l’impalpabile umano in tutte le sue sfumature, che coinvolge anche lo spettatore più distratto sino alla pura emozione, dalle prime battute sino al fatale epilogo, tenendolo sempre perfettamente in bilico tra la tragedia e la commedia, persino regalando attimi di insperata leggerezza, trascinandolo in un vortice senza fine, in un continuo rincorrersi di responsabilità e gioco, serietà ed ironia, vita e finzione, verità e menzogna, essere ed apparire, da cui, grazie soprattutto alla sublime interpretazione di una Antonino ancora una volta perfetta eppure sempre in perenne crescita, si riesce persino ad avvertire il battito tumultuante del sangue di questa adolescente / donna, altera, ardente, appassionata, vivida, viva, ora come allora, attualissima di fronte alla sua scelta tragica, nel senso greco del termine, e tanto più tragica quanto più attuale, figlia dalle tante, tantissime, troppe, orribili notizie di cronaca che ancora ci tolgono il sonno e la pace; pare che in Nunzia si incarni Else, occupandone cuore, mente e corpo, trasmettendole gli schizofrenici meccanismi cerebrali, la volubile mutevolezza, l’innata insicurezza, svelandole i desideri più nascosti, le ambiguità, i pensieri contrastanti, le umane (in)decisioni, la si riconosce e ci si riconosce immediatamente, ritrovandosi ad indagare, quasi senza accorgersene, su se stessi.

Quando le luci si accendono sul palco, illuminando un’immensa tavola addobbata di soli dieci flutes colmi – lo scopriremo solo alla fine – di veronal in luogo dell’inebriante champagne, tutto sembra già successo: Else butta via la lettera, appallottolata a mo di palla da tennis, della genitrice prima di pronunciare il suo “non posso più giocare”; ma l’affermazione che dà inizio alla sua disastrosa iperbole, alla sua discesa agli inferi, non ha più valore profetico, semmai è il senso più profondo della maledizione che l’ha colpita. Else non è più più la giovane diciannovenne ferita a morte senza preavviso dal dramma della sua esistenza, ma è l’immagine di una donna costretta, forse condannata, quasi fosse in un girone infernale dantesco, a ripetere ogni sera la sua storia (forse per questo Nunzia / Else ripeterà i medesimi gesti in apertura di spettacolo e durante i meritatissimi applausi finali, quasi a creare un cerchio senza fine, un folle corto circuito delle coscienze), a diventare succulento cibo per le nostre fameliche bocche, vino (o champagne) per la nostra (dis)umana sete di sangue, sublime preda, forse capro espiatorio che abbiamo legato a quella stessa tavola su cui si muove nervosa, quasi fosse il filo di un’equilibrista o un trampolino dal quale spiccare un leggiadro salto e, perchè no, il volo. Ma per quale motivo il sacrificio si ripete incessante? Per far semplicemente conoscere gli accadimenti di quelle tragiche ore? Per essere da monito ad altre donne? Per destare la vergogna degli uomini? Per permettere all’umanità stessa di riscattarsi (ed, in tal senso, appare splendidamente meritoria la decisione di legare la fortuna dello spettacolo ad una fondazione popolare per la lotta all’usura), al fine di non replicare i propri errori? Bruni ed Antonino sembrano rispondere, tramite una messa in scena indimenticabile, nel migliore dei modi, facendo proprie ed attualizzando le parole dello stesso Schnitzler:Nei singoli uomini non si è verificata la benché minima trasformazione, non è accaduto altro se non che diverse inibizioni sono state spazzate via e che ogni specie di mascalzonate e furfanterie possono essere commesse oggi con un rischio relativamente minore, in ogni senso sia morale che materiale, di quanto non accadeva in passato. Inoltre si parla un po’ più di cibo e di denaro”.

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