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Bif&st 2018. Premiati Golino, Mastandrea, Rohrwacher e proiezione di Der Hauptmann

27 Apr 2018 | Nessun Commento | 1.002 Visite
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capitainLa sesta serata del Bife&st è iniziata presso il Teatro Petruzzelli, sempre alle ore 21, con l’introduzione dello scrittore e sceneggiatore Giancarlo  De Cataldo, che ha lodato i selezionatori per la scelta delle Opere prime  e seconde, congratulandosi anche con le giurie e concludendo con l’opinione  che i titoli in gara erano tutti  interessanti.

De Cataldo ha dunque pronunciato il nome del   migliore attore protagonista  (col riconoscimento intitolato a Gabriele Ferzetti ) ovvero  Valerio Mastandrea per Tito e gli Alieni della regista Paola Landi.
Motivazione: “Mastandrea è il prof.dal volto segnato, con gli occhi che si illuminano di lampi all’improvviso”.
A premiare l’interprete romano è stata Claudia Verdini Ferzetti, vedova di Gabriele.
Valerio Mastandrea ha chiarito che Tito e gli Alieni è stata un’anteprima assoluta: uscirà sugli schermi il prossimo 7 giugno.
“E’ un film difficile, coraggioso, un genere che non si usa più e invito tutti ad andarlo a vedere”.
Contento per il riconoscimento, Mastrandrea ha chiesto scusa per la sua “tenuta sportiva” che non sarebbe piaciuta al grande ed elegantissimo Gabriele Ferzetti.
Il premio Ettore Scola al migliore regista, Opera prima e seconda, è  stato attribuito (sempre per lo stesso film) a Paola Landi, assente per lavoro in Brasile.
La motivazione: “storia leggera e spensierata, un road movie e assieme  un intreccio fantastico”.
Mastandrea, richiamato in palcoscenico per ritirare il premio per conto della cineasta, ha fatto ascoltare al microfono la registrazione fatta col suo  telefonino del  discorso di ringraziamento della regista che ha  omaggiato Bari e il Bif&st per un riconoscimento insperato e  da lei considerato  importantissimo.
Per Mastrandrea infine, la “sua ” regista è “in possesso di una forza creativa maniacale e dirompente”.
Per la migliore attrice, Opera prima e seconda, un ex aequo: Valeria Golino e Alba Rohrwacher per Figlia Mia.
A ritirare il premio per le due, assenti entrambe per lavoro, la regista dell’opera Laura Bispuri, ma era presente sul palco anche la produttrice Marta Donzelli.
E’ stato proiettato poi il ringraziamento delle due attrici ( diviso in due parti)  scusatesi per l’assenza, motivandola ovviamente in quanto  impegnate sui loro rispettivi  set.
La premiazione è sembrata anche quasi  un “risarcimento” per quello che in realtà è stato un flop commerciale. “Figlia Mia” ha incassato appena 83 mila euro e il pubblico italiano  si è mantenuto lontano da questa vicenda intima di due madri, una  delle quali (la Golino)   è stata definita una “forza della natura” mentre l’altra, la Rohrwacher , rappresenta “un argine”.
 Sono stati salutati poi  alcuni nomi illustri presenti in sala, tra i quali il regista Maurizio Nichetti, l’attore Lino Capolicchio e dulcis in fundo Walter Fasano, il montatore barese del film- Oscar (alla migliore sceneggiatura non originale) Chiamami col Tuo Nome, di Luca Guadagnino.
Il montatore  premiato al Bifest 2018 col riconoscimento intitolato a  Roberto Perpignani, il quale lo ha consegnato personalmente, è stato Leonardo Alberto Moschetta per “Napoli Velata” di Ferzan Ozpetek, film che conquista dunque quest’anno il terzo riconoscimento al Bif&st.
Moschetta ha ringraziato la moglie che è in attesa di una bambina.
Proiettato dunque il film in anteprima Der Hauptmann (The Captain) del regista tedesco Robert Schwentke.
La pellicola inizia nell’aprile 1945  due mesi prima della fine della guerra, ed è girata interamente in bianco e nero.
Questa scelta artistica si rivela vincente in quanto ne aumenta il fascino e la ricercatezza non soltanto formale, ma anche sanguigna e fedelissima.  L’inizio è ambientato in lande fredde, brulle e inospitali.
Un giovane disertore dell’esercito tedesco è braccato dalle sue truppe.
Procuratosi una divisa da capitano abbandonata in un veicolo, si unisce a un altro disertore che lo scambia per un militare di più altro grado e diverrà  dunque il suo servo più fedele.
La rappresentazione diventa una finzione di potere laddove la forza  dei nazisti è ormai circoscritta e quasi destituita.
L’esercizio di tale potere inoltre  richiede la crudeltà del ruolo da parte di chi lo invoca, ovvero ufficiali e soldati semplici. E dunque il finto Capitano inizia a provare gusto nell’esercizio di un potenziale che non avrebbe mai pensato di conquistarsi.
Il personaggio di Willi Herold dunque, realmente esistito, nella sua mascherata si finge in  missione segreta per conto di Hitler inscenando esecuzioni e nequizie peggiori di quelle fino a quel momento perpetrate, tanto che qualche ufficiale, disgustato, promette di fare rapporto.
La seconda parte è ambientata al lager II nel quale “il Capitano” sterminò almeno  90 prigionieri.
L’opera alterna la riproduzione degli orrori nazisti a un andamento quasi da cabaret, che termina con una scena grottesca, col capitano sorpreso in mutande (stava provandosi un paio di pantaloni presso il sarto-attendente ) che continua a dare ordini di distruzione.
Herold verrà processato e condannato a morte nel novembre 1946 per crimini di guerra: aveva  appena 21 anni.
L’interpretazione di Max Hubacher, 25 anni, svizzero, nel ruolo del Capitano è strepitosa ma sono eccellenti tutti gli altri interpreti.
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