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“Bestie di scena”: al Teatro Petruzzelli, è cibo per la mente la nuova creatura visionaria di Emma Dante

7 Feb 2018 | Nessun Commento | 1.143 Visite
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bestiaCos’è “Bestie di scena”? Cos’è la nuova creatura di Emma Dante? Non è teatro, certo, e nemmeno danza, ma – oseremmo dire – non può neppure essere inclusa tra le opere di teatrodanza, nonostante i continui e chiarissimi riferimenti alla poetica dei fondatori – Pina Bausch su tutti, come testimoniato anche dalla presenza sul palco di taluni ballerini della Compagnia della mai abbastanza compianta coreografa tedesca – del fenomeno nato negli anni settanta. L’interrogativo è pressante, ma non è certo l’espressione artistica utilizzata dalla Dante l’incognita che ha attanagliato noi e – crediamo – quanti si sono sinora approcciati alla pièce; la nostra domanda – naturalmente – è più profonda, più intima, anzi più intimamente lacerante e, forse, possiamo tentare di trovare una risposta partendo dalla fredda cronaca della performance, coprodotta da Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo e Festival d’Avignon, inserita nell’annuale Stagione del Teatro Pubblico Pugliese per due seguitissime repliche al Teatro Petruzzelli di Bari.

Quando entriamo in sala, lo spettacolo è, di fatto, già iniziato perché, a sipario aperto, un gruppo di attori fa del normalissimo stretching, che abbiamo creduto fosse il riscaldamento che precede ogni messa in scena sino a che non ci è stato fatto giustamente notare che, in tal caso, sarebbe avvenuto dietro le quinte, nascosto ai nostri occhi. Ecco, dunque, la prima lettura, la più semplice ed evidente: distrutta la quarta parete, lacerato il telo del sipario e squarciato il velo ipocrita che divide e distingue il palco dalla platea, come testimoniato dalle luci della sala, rimaste a lungo accese, stiamo assistendo al preciso e puntuale racconto, come peraltro annunciato dalla stessa autrice/regista nell’iniziale dichiarazioni d’intenti, di quello che è “il lavoro dell’attore, la sua fatica, la sua necessità, il suo abbandono totale fino alla perdita della vergogna”; si muovono in gruppo gli attori, interagiscono tra loro costruendo traiettorie perfette come fossero un atomo compiuto e risolto, sino a che qualcosa accade ed il nucleo comincia a perdere i suoi elettroni, schegge impazzite che scoprono – o credono di aver scoperto – la possibilità di auto-regolamentarsi, di essere entità, di mostrarsi finalmente totalmente nudi a se stessi e agli altri.

Da qui in poi, stimolati e guidati (bellissimo il quadro in cui il gruppo, riunito come fosse una testuggine militare, si lascia condurre dalle luci – magnifiche! – di Cristian Zucaro) dalla mano del loro demiurgo – divino o umano che sia – e degli oggetti che, di volta in volta, concede loro di utilizzare, questi novelli Adamo ed Eva, già (ri)scopertisi umani a seguito del peccato originale e, pertanto, consapevoli della loro nudità che, inizialmente, tentano di celare in un gesto che ricorda “la Cacciata dei progenitori dall’Eden” del Masaccio, daranno vita ad un viaggio iniziatico a ritroso che li riporterà sino alle radici stesse della loro esistenza semplicemente (ri)appropriandosi di un gioco, un ricordo, un sogno, un bisogno, un anelito, un dettaglio, un frammento di vita che, forse, gli è già appartenuto, ognuno rivelatore di un proprio carattere, forse di un’etichetta imposta dalla collettività: la palla, la spada, i petardi, la tanica, la bambola, il carillon, la ballerina, le feste in casa sulle note della solita “Only you”, unico elemento musicale concesso a chi sembra essere stato condannato al silenzio assordante che deriva dalla incoscienza e dalla ignoranza della parola, o, per dirla con la Dante, “la casa, la stanza dei giochi, l’odio, l’amore, il sentiero, il rifugio dove trovar riparo, la paura, il mare, il naufragio, la trincea, la tomba dove piangere i morti, i resti di una catastrofe”, sono tutte proiezioni di un onirico ritorno ad un futuro ancestrale ed animalesco che giungerà – come già accadeva nell’opera cinematografica folle e visionaria di Ken Russell “Stati di allucinazione” – sino a (concedeteci l’ilare citazione brooksiana) “quel fatale giorno in cui fetidi pezzi di melma fuoriuscirono dalle acque ed urlarono alle fredde stelle <<io sono l’uomo>>”, sino al primordiale primate, preoccupato solo di aprire, trangugiare ed espellere noccioline, forse il gesto più libero che mai gli sia stato concesso. Quando quei corpi, dopo che scope giganti calate dall’alto, in principio occorrenti a spazzare il palcoscenico, li avranno rinchiusi nei ranghi dell’iniziale nucleo, riportandoli al loro ruolo di bestie ammaestrate in un’ideale gabbia circense, verranno invitati ad essere nuovamente ricoperti e rivestiti, le menti che li abitano attueranno la loro catartica rivoluzione, ribellandosi e non accettando di tornare ad una realtà conformista e falsa, pur sapendo di essere state condannate per l’eternità ad abitare un indefinito limbo.

Fedele alla sua linea, alla sua incessante ricerca, alla sua poetica contemplativa e visionaria, al suo raffinato gusto per le dotte citazioni (troppo facile ritrovare richiami ai suoi precedenti lavori teatrali, ma anche confronti con capolavori di un passato sempre presente, “Salò” di Pier Paolo Pasolini su tutti), alla sua altissima cifra stilistica, Emma Dante sembra ribaltare la visione sofoclea dell’Antigone (“molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”), lasciando che il “suo” uomo, smarrito, inerme, vinto dalla fatica di una “fuga senza via d’uscita”, perso nel labirinto di un’aporia infinita, distrutto dal disagio di un’esistenza compressa nel corpo quanto nella mente fino ad annullare ogni integrità fisica e psichica, precipiti verso un baratro senza fine, verso un mondo primigenio ed arcaico, verso una indecente, irrimediabile, ineluttabile, intollerabile disumanità, sino ad una – probabile – rinascita, che sta nell’accettazione stessa di quella fallace natura.

Grazie alla magnifica prova dei suoi attori/ballerini (Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli, Daniela Macaluso, Gabriele Gugliara), la drammaturga palermitana ci regala un’altra opera totale, essenziale, pregna di innumerevoli input, di innumerabili chiavi di lettura, cibo per la mente ed acqua per l’anima, flash sparati negli occhi assonnati di un pubblico che non può non restarne abbagliato, affascinato, ipnotizzato, sia che si fermi alla semplice visione, godendo della pura bellezza dei dipinti che la regista crea con il materiale corporeo a sua disposizione, sia che scelga di andare oltre, di partecipare a questo rito pagano, alla discesa agli inferi ed alla susseguente resurrezione, cosicché lo spettacolo non finisca quando cala il sipario, lasciando che lo spettatore se ne riappropri, lo conduca con sé ma – anche – da questo si lasci condurre su sentieri ancora inesplorati e vergini.

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