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A colloquio con Massimo Alvisi, entrato nel gruppo di lavoro sulle periferie e le città creato da Renzo Piano

27 Giu 2014 | Nessun Commento | 1.588 Visite
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AK+P_office_01_lowNato in Puglia ma formatosi come architetto a Firenze e Parigi, Massimo Alvisi nel suo percorso ha maturato esperienze in ambito internazionale, collaborando con i nomi più importanti dell’architettura contemporanea, da Renzo Piano a Massimiliano Fuksas e Oscar Niemeyer. Un background importante trasferito nel 2002 nello studio  AlvisiKirimoto + Partners, fondato assieme all’architetto giapponese JunkoKirimoto e oggi formato da uno staff di dieci collaboratori. Scorrendo il curriculum di Massimiliano Alvisi è possibile compiere un affascinante viaggio nelle diverse declinazioni dell’architettura, dalla collaborazione alla realizzazione di grandi opere come l’Auditorium parco della musica a Roma, a progetti di rilievo come La Cantina Pordenuovo per Bulgari, la nuova sede del Molino Casillo, la ristrutturazione del Teatro di Corato e del Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Napolifino allo studio delle periferie urbane. Un’attenzione, quella per la riqualificazione delle nostre città a partire dai margini, che condivide con il suo maestro Renzo Piano e che oggi lo porta ad essere parte del gruppo di lavoro G124, nato proprio con la finalità di studiare le periferie italiane.

Lei è uno dei tre tutor che coordina le attività di G124, il gruppo di lavoro sulle periferie e le città creato da Renzo Piano. Ci spiega meglio le finalità di questo progetto e in cosa è attualmente impegnato il gruppo?

Renzo Piano si è insediato come senatore a vita ad agosto 2013 e ha subito deciso di concretizzarequesta sua idea ambiziosa ma di grande importanza. Ha deciso, infatti, di devolvere il suo stipendio di senatore a vita per finanziare un lavoro di ricerca sulle periferie coinvolgendo sei giovani architetti seguiti, a titolo gratuito, da tre tutor. Oltre a me ci sono Mario Cucinella e Maurizio Milan. Abbiamo iniziato la selezione dei giovani da coinvolgere non dichiarando di essere al lavoro per Renzo Piano. Fra gli oltre seicento curricula di altissimo profilo arrivati ne abbiamo selezionati sei in base alle esperienze internazionali e cercando di rispettare la diffusione su tutto il territorio nazionale. Punto di partenza di tutta la ricerca è la nostra idea di periferia come luogo del futuro. Dobbiamo smettere di far crescere le nostre città oltre i confini esistenti, dobbiamo imparare a ripensare le città a partire da quello che c’è. Per questo una prima fase del lavoro è consistita proprio in un’analisi delle città italiane rispetto a questo tema.

12_Image-AKP-BULGARI-39400-274_photoFernandoGuerraAvete scelto di iniziare da Roma, Torino e Catania. Perché proprio da queste città?

Abbiamo scelto di iniziare da Roma, Torino e Catania perché rappresentavano situazioni paradigmatiche rispetto allo scenario generale. Ognuna di queste città ha necessità di rinnovarsi a partire da problemi totalmente differenti. A Roma stiamo lavorando sul Viadotto deiPresidenti, linea tramviaria mai realizzata che avrebbe dovuto collegare Cinecittà a Saxa Rubra. A Catania altri due dei ragazzi coinvolti stanno studiando il quartiere Librino, una zona molto difficile dal punto di vista sociale che può essere riqualificata a partire da una nuova funzione dello spazio verde. A Torino invece stiamo lavorando nella zona di Basse di Stura, qui stiamo portando avanti una riflessione legata a un nuovo utilizzo delle piazze e dei luoghi di aggregazione. Ma questo è solo il punto di partenza, negli anni successivi ci saranno altre città, altri architetti e altre situazioni su cui lavorare.

Il vostro lavoro porterà alla realizzazione di nuovi progetti?

Noi non abbiamo il compito di realizzare un progetto, il nostro gruppo contribuisce a innescareun processo di riflessione e partecipazione su temi che riguardano le periferie urbane e la loro riqualificazione. Il nostro compito è quello di far pensare cittadini e amministrazioni. Nelle tre città in cui abbiamo iniziato a operare abbiamo trovato grande collaborazione nelle amministrazioni che ci stanno supportando anche in un processo di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, delle associazioni di quartiere. In questo percorso di avvicinamento ci avvaliamo anche della collaborazione disociologi e psicologi che ci aiutano nell’importante processo di condivisione della nostra ricerca con il territorio.

DSC_0074Lei è di origine Pugliese, se dovesse scegliere di lavorare su una periferia pugliese da dove inizierebbe?

Abbiamo già lavorato in Puglia per la riqualificazione di una periferia molto particolare come quella fra Barletta e Corato. Innanzitutto abbiamo studiato una riqualificazione strutturale urbana, ripensando alla connessione fra le maglie della città, al rapporto con il verde, alla gerarchia delle strade. Poi abbiamo lavorato su un rinnovamento tipologico della periferia: le periferie industriali pugliesi non hanno mai sviluppato una specificità, hanno spesso imitato e importato senza alcuna analisi quello che accadeva altrove, proprio per la mancanza di una storia industriale. Il nostro progetto ha riflettuto su questo, intervenendo in maniera efficace e semplice e crediamo di esserci riusciti tant’è che il progetto è stato selezionato dalla Biennale diArchitettura di Venezia.

Sempre in Puglia ha recentemente progettato la nuova sede di una grande azienda, il Molino Casillo. Quale il suo approccio all’architettura di impresa?

Quello del Molino Casillo è stato un progetto molto ambizioso. Bisognava ricollocare l’azienda innanzitutto a livello strutturale, realizzando una nuova sede non solo di rappresentanza ma di lavoro vero e proprio, trasferendovi tutte le sue funzioni. Poi bisognava creare un’opera architettonica che, seppur in modo non eclatante, potesse riqualificare un pezzo di periferia industriale. Anche dal punto di vista dell’immagine aziendale era importante realizzare un’opera contemporanea a vocazione internazionale: Casillo è un gruppo che opera sul mercato mondiale, la sua sede è scenario di incontri fra buyer provenienti da tutto il pianeta.  Una struttura complessa quindi, con molte ambizioni. Abbiamo lavorato molto in fase di progettazione ma una volta elaborata la nostra idea siamo andati spediti in fase di realizzazione. Ora la struttura è entrata nel pieno delle sue funzioni e crediamo di aver fatto un buon lavoro vista la soddisfazione di chi abita il luogo.

DSC_0662Dalla Puglia a Hanoi. Il suo studio ha recentemente vinto il concorso per la riqualificazione del centro storico della città  vietnamita. Ci racconti di questo progetto.

Hanoi è un progetto che rientra a pieno nella filosofia tracciata dal gruppo G124. Abbiamo vinto a settembre il concorso per la riqualificazione del centro storico della città con una proposta interessante perché sviluppata attorno all’idea di una riqualificazione leggera, che intervenisse pochissimo sull’esistente. Il progetto prevede una riqualificazione degli edifici e dei luoghi esistenti ripensando e ridisegnando spazi attualmente poco definiti. Abbiamo lavorato sul vuoto più che sul pieno. Innanzitutto abbiamo immaginato soluzioni che potessero cambiare l’intensità del traffico attorno a questo bellissimo luogo, creando un’isola pedonale che abbiamo chiamato l’isola del silenzio, e se si immagina la caoticità e il rumore proprio delle capitali orientali si può comprendere l’importanza di questa scelta. Abbiamo poi lavorato ampliando l’idea del tempio che sorge al centro di questa zona, creando una piazza sollevata che sia la continuazione di una delle strade più antiche della città. Un luogo di vita quotidiana, di svolgimento delle normali attività cittadine. L’introduzione di soluzioni come le scatole energetiche, coperture degli edifici che potessero contenere condizionatori e “produttori” di energia tramite pannelli fotovoltaici, il cablaggio sotterraneo degli impianti elettrici e l’uniformità visiva delle insegne ci hanno permesso di intervenire sul landscapeestremamenteframmentato della città. Piccoli interventi, perché l’architettura non ha necessariamente bisogno di gesti eclatanti ma può trasformare attraverso segni semplici.

08_Image-AKP-BULGARI-39400-114_photoFernandoGuerraNon è un momento molto facile per i giovani architetti, molti dei laureati in architettura non riescono a svolgere effettivamente il lavoro per cui hanno studiato. Cosa si sente di consigliare loro?

Oggi è importante per un giovane architetto mantenere una grande ambizione. È importante andare all’estero, avere esperienze in contesti internazionali per poi tornare in Italia. Anche a me è successo così: ho lavorato molto fuori ma poi ho scelto di tornare. Oltre all’esperienza è importante capire che si deve partire da progetti piccoli: il nostro lavoro deve partire dalle cose semplici, tutto può essere oggetto di qualità architettonica. Poi bisogna riscoprire l’importanza della riqualificazione, della ristrutturazione della rigenerazione: intervenire su questo non è una diminutiodel proprio lavoro ma è una sfida importante, un invito a ripensare e studiare l’esistente. Infine non bisogna arrendersi.

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