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Dall’uscita al cinema del capolavoro “Goodbye, Lenin” sono ormai trascorsi 18 anni. Un film capace di emozionare e far riflettere sul rapporto d’amore fra una madre e suo figlio. Un amore talmente forte da spezzare ogni differenza ideologica, oltre le utopie socialiste di una donna che aveva dedicato tutta la vita all’aiuto degli ultimi spesso dimenticandosi e non curandosi affatto degli affetti familiari.
18 anni in cui le “Ostalgie” (termine introdotto nel 1993 dalla società per la lingua tedesca per indicare una malinconia profonda ed una nostalgia della DDR a seguito della caduta del muro e del collasso del gigante sovietico) sono spesso state accantonante… fino ad oggi.
Tra le sorprese più liete del panorama internazionale al Bifest trova infatti sicuramente spazio la perla di Lauri Randla “Goodbye, Soviet Union”,(produzione ingrico-russa, estone-finlandese) un romanzo di formazione che ricorda e rimanda per toni, dinamiche e titolo all’illustre precedessore, discostandosene per la capacità di far riflettere ma anche sorridere, in maniera sempre consapevole.
Alla genialità delle battute e delle situazioni spesso grottesche si aggiunge un cast eccezionale quanto giovane.
Su tutti svettano la splendida Nika Savolainen (Johanna) ed il giovanissimo protagonista Johannes, interpretato da Niklas Kouzmitchev, un bambino nato prematuro (dall’esperienza autobiografica del regista) costretto a vivere con i nonni perché privo di un padre (ignoto) e con una madre raminga alla ricerca di fortune aldilà della “cortina di ferro”.
Sullo sfondo degli eventi (assai burrascosi) che segnano la crescita del giovane protagonista ruotano le prime amicizie ed i primi amori. I primi drammi ed indecisioni. Le tematiche razziali interne ad un’URSS sempre più debole e barcollante in cui minoranze baltiche e cecene chiedono con veemenza l’indipendenza.
“Goodbye, Soviet Union” non si perde in inni nostalgici o gloriosi tributi a quella che fu l’URSS ma ne descrive in maniera perfetta ed emblematica il pressante ed opprimente statalismo e le contrapposizioni essenziali fra i due blocchi: Occidente ed Oriente, consumismo ed austerità, liberismo e socialismo, atlantismo ed isolazionismo. Binomi antitetici e perfettamente rappresentati dai giochi di Johannes, che si diverte con bambole di fattura occidentale come le Barbie, ma allo stesso tempo è profondamente affascinato da una peculiare action figure (ribattezzata nel film “Il Ken Sovietico”) del segretario e compagno Michail Gorbačëv.
Alla domanda che viene posta al giovane protagonista riguardo ciò che l’Unione Sovietica ha da offrire ad un bambino, Randla inserisce una riflessione commovente che allude al “nulla” dal punto di vista economico, sociale e del diletto ed al “tutto” dal punto di vista dell’unità, della partecipazione emotiva e degli affetti. Tutti elementi su cui ancora oggi continuano a basarsi le “Ostalgie”.
“Goodbye, Soviet Union” ha il pregio di essere un’opera godibile, ben strutturata, ilare, affascinante e con sfumature di malinconica fascinazione verso la fittizia Leningrado 3 ed il mondo che la circonda, quasi alieno, ormai remoto ma che fino a poco più di 20 anni fa teneva sotto scacco il blocco atlantista che vide in Ronald Reagan il suo baluardo difensivo maggiore.
Un film capace di emozionare e coinvolgere fin dalle prime battute lo spettatore, consapevole che i guai del piccolo Johannes, nelle sequenze narrative iniziali, sarebbero stati solo il principio.
Al termine del film (con la presenza a Teatro del regista Randla e della protagonista Savolainen) gli applausi del pubblico sono scroscianti e la sensazione tangibile è che sentiremo ancora parlare dei successi di questi giovani, ma meravigliosi, interpreti.

A cura di Alarico Lazzaro