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Una misteriosa donna anziana si presenta alla porta dell’abitazione isolata in campagna di Livia Emory (una straordinaria Deborah Ayorinde).
Quelli che sembrano intenti innocenti si trasformano immediatamente in una bizzarra e macabra distorsione della tranquilla realtà iniziale, che vedeva Livia intenta a dar da mangiare al suo piccolo.
Dopo un’inquietante filastrocca (uno tra gli elementi essenziali costitutivi della tensione ed a cui lo spettatore ricollegherà presto un senso logico) l’anziana chiede insistentemente del figlio minore degli Emory, e mentre continua ad incalzare una Livia sempre più provata, sullo sfondo compaiono alcuni uomini armati.
È questo il preambolo che avvicina lo spettatore ad una produzione e distribuzione targata Amazon Originals che lo trascina nella difficile realtà sociale degli Stati Uniti degli anni 50, un periodo controverso e chiaroscurale su cui gli states cominciano ad imbastire il “boom” economico dei decenni successivi.
L’America è in fase di ripresa dopo la sua partecipazione decisiva alle sorti della Seconda Guerra Mondiale, eppure le marcate differenze etniche e razziali imposte, su sui è imbastita la rigida piramide gerarchica sociale, non sembrano essere differenti da quelle che caratterizzavano il grande nemico sconfitto. Un particolare su cui la produzione si sofferma a più riprese, grazie ai racconti del patriarca Henry Emory (interpretato da Ashley Thomas) un reduce spesso provato e condizionato dai numerosi eventi che assimilavano gli afroamericani dell’esercito a delle cavie per esperimenti più che a guerrieri pronti a morire per difendere la patria dall’avanzata nazionalsocialista. Questo a testimonianza che le leggi di Norimberga non avevano alcuna differenza rispetto alle “Jim Crow” emanate tra il 1877 ed il 1964. Leggi che favorivano la segregazione razziale distinguendo le possibili mete frequentabili dalle “white people” e dalle “black people” assimilate alla manovalanza agricola negli Stati del sud.
5 anni dopo la fine della Grande Guerra Henry, Livia e le due figlie Ruby (Shahadi Wright Joseph, apprezzata in passato nel capolavoro “Us” di Jordan Peele) e Gracie Lee (Melodie Hurd, che alla quarta esperienza recitativa dimostra eccezionale maturità artistica nonostante la giovanissima età) si trasferiscono dall’ex stato confederato della North Carolina, in California, nell’ambito di quella che è considerata una tra le più grandi migrazioni interne agli States della storia.
In cerca di riscatto, con un nuovo lavoro ma falcidiati dai fantasmi del relativo passato Henry e Livia cominciano una nuova vita in un periferico quartiere di Los Angeles, abitato interamente da famiglie bianche.
A Compton le famiglie guardano con disgusto gli Emory, i giochi di sguardi dalle finestre rendono tangibile come negli anni 50 fosse “ripugnante” condividere il vialetto con una famiglia afroamericana. Un comportamento a cui fanno da contraltare i rapporti spesso incoerenti ed ipocriti delle famiglie del luogo, che intrecciano ad una pacifica convivenza invidie, tradimenti, antipatie e conflittualità sopite e ben mascherate. Svetta in tal senso l’interpretazione di Alison Pill, “leader” di un quartiere che fatica a trovare una propria identità e costruisce sull’ideale della violenza psicologica e del “branco” le proprie azioni.
Fin dal loro arrivo lo spettatore intuisce che l’immedesimazione nei protagonisti sarà caratterizzata da profonda sofferenza. Mentre la dimensione spazio-temporale favorisce una visione consapevole sul fenomeno del razzismo, “Them” stupisce, traslando i fantasmi e gli spettri del difficile presente ad un’interiorizzazione psicologica dei personaggi, tale da generare una dimensione macabra e distopica rendendo impossibile allo spettatore discernere visione e realtà.
I contrasti luce-ombra, gli intervalli silenziosi, gli sguardi, le esplorazioni in una casa che nasconde segreti ed un antico seminterrato nascosto e le affermazioni peculiari di Ruby spingeranno Livia sull’orlo di una lucida follia mettendo in evidenza la disgregazione dei solidi rapporti che la famiglia Emory conserva, nonostante un trauma passato.
Nel 2018 quando la cinematografia di Jordan Peele portò sul grande schermo una perla della settima arte come “Get-Out” lo fece in antitesi e per protesta alle politiche dell’ex presidente Donald Trump.
Con pellicole di spessore come “Us”, “Green Book” , “BlacKkKlansman” la cinematografia degli States sembra aver ritrovato la volontà di risvegliare storie di riscatto in cui il terrore è reale e tangibile, tentando di esorcizzare un passato mai pienamente superato.
“Them” trova un eccellente piano di continuità artistica e contenutistica rispetto alla cinematografia di Peele. Un orrore che non viene fatto preda della massificazione cinematografica a cui spesso si assiste, ma che scava nei meandri dei lati più oscuri della mente umana. Un orrore elegante, viscerale che vuole stupire, accattivare, turbare, ma far riflettere sulla realtà.
Un orrore mai sopito, e che si risveglia ed assume numerose forme… anche quella di una sorridente schiera di famiglie del “benvoluto e signorile” quartiere di Compton.

*Info- Serie disponibile integralmente in lingua originale (con sottotitoli italiani) su Amazon Prime Video.
Dal 21/07 sarà disponibile il doppiaggio italiano*