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Il teatro poetico di Saverio La Ruina conquista il Teatro Abeliano con “Masculu e fiàmmina”

9 mar 2018 | Nessun Commento | 605 Visite
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Saverio la ruina masculu e fiamminaÈ naturale che un uomo non confessi affatto ad altri i moventi segreti delle proprie azioni dal momento che non li confessa a se stesso.” (Louis Scutenaire)

È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.” Non è possibile – almeno per noi non lo è stato – non correre col pensiero all’irraggiungibile “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini mentre si assiste, inermi ed affascinati, alla splendida performance di Saverio La Ruina e del suo “Masculu e fiàmmina”, lo spettacolo prodotto dalla Scena Verticale, Compagnia fondata dallo stesso autore/attore nella sua Castrovillari, giunto al Teatro Abeliano per l’annuale cartellone dei Teatri di Bari nell’ambito della rassegna “To the theatre”, che gode della direzione artistica della nostra Licia Lanera.

In quotidiana visita alla tomba della madre, il protagonista della storia riesce a confessarle – e forse a confessarsi – il più celato dei segreti, quella omosessualità che gli è praticamente caduta addosso a dodici anni, allorquando si è scoperto eccitato dalla visione dei film del muscoloso Steve Reeves, l’Ercole di celluloide, come delle gambe nude dei suoi compagni di studio, muovendo i primi passi di un calvario infinito, lungo quanto tutta un’esistenza, con rarissimi e fugacissimi attimi di resurrezione, sempre seguiti da nuove repentine discese in quegli inferi fatti di odio, silenzio, paura, prepotenza, ignoranza, pregiudizio, violenza e finanche di morte, sia essa procurata da mano assassina o dalla suicida volontà di porre fine al dolore dell’incomprensione, in quel girone dantesco in cui gli appartenenti alla buona società usano relegare coloro che ritengono “diversi” (“Diverso da chi?” si chiederà il protagonista, in uno dei momenti più emozionanti della pièce). Un segreto a metà, ci par poi di comprendere, se è vero, come è vero, che la madre facesse spesso riferimento alla difficile condizione del figlio, con quei “stai attento” ripetuti ad ogni sua sortita o con quella frase stizzita idealmente indirizzata a “quel cornuto” che gli faceva soffrire pene d’amore anche l’ultima notte dell’anno o, infine, in quell’ammalarsi ogniqualvolta il figlio si allontanava dal paese natio alla ricerca di soddisfazione di quell’amore vero, sincero, umano e spirituale allo stesso momento, che gli era negato dalla gretta mentalità dei suoi concittadini.

E il pensiero torna a Pasolini: “E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso. Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.”; come fu per Pier Paolo, anche per il protagonista della nostra piccola storia, ma tanto grande da abbracciare un’intera umanità, le parole, dopo aver stentato per un breve iniziale momento, scaturiscono come fossero versi di una preghiera laica o, meglio, di una poesia scritta sulla pelle, dolcissime anche grazie all’uso del dialetto calabrese che ne accentua la musicalità, rendendo meno ostica anche la descrizione della condivisione del maschio e della femmina in un sol corpo (masculu e fìammina, appunto), e sgorgano come un flusso inesauribile di lava incandescente, in aperto contrasto con la neve che ha coperto il cimitero e che finisce per ricoprire anche il nostro uomo ed il suo cuore in inverno, ormai adattatosi a vivere una vita senza scopo e senza nuovi afflati, rinunciando all’amore in favore di un po’ di tranquillità, membro di una società in cui è meglio fingersi vedovo che professarsi amante amato da essere del proprio stesso sesso.

La recitazione di La Ruina è magistrale. Perfettamente coadiuvato dalle musiche originali di Gianfranco De Franco, dalla scarna scenografia di Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo e dalle luci di Dario De Luca e Mario Giordano, calde e glaciali nello stesso momento, l’attore riesce a dare una smisurata leggerezza ed una infinita sensibilità al suo personaggio, non concedendogli alcuna retorica espressiva anche quando le sue affermazioni lo vorrebbero, quasi lo imporrebbero; forte dell’ausilio di una gestualità essenziale ed armoniosa, mai esibita, il dire dell’artista calabrese è pacato, mai sopra le righe né didascalico, quasi sussurrato, accuratamente e scrupolosamente in linea con una vita fatta di silenzi e di verità bisbigliate, se non addirittura taciute, che cattura ogni cuore degli emozionati spettatori e, nel contempo, impartisce ancora una volta una puntuale lezione di teatro a quanti credono che recitare voglia dire solo sbracciarsi ed urlare, mentre l’Arte di La Ruina sta nel rendere la sua partitura scenica senza sobbalzi e strepiti, allargandone le maglie sino a farne sentire i silenzi, lasciando che la luce affiori tra le ombre, così da riuscire a trovarvi sempre e comunque, in qualunque accezione e da qualunque angolazione la si guardi e ascolti, Poesia.

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