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Gabriele Lavia porta a Bari Il sogno di un uomo ridicolo ed è standing ovation

4 Nov 2017 | Nessun Commento | 707 Visite
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9242722-kJ5-U460509531387560fD-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno“La massima saggezza confina con la più grande follia.” (Ludwig Boltzmann)

“Gli uomini possono essere bellissimi e felici, senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia lo stato normale degli uomini. (…) Io ho veduto la verità: l’ho veduta in una si piena integrità da non poter credere che essa non possa esistere presso gli uomini. (…) Dirò di più! Sia pure, sia pure che questo non debba mai avverarsi e che il paradiso non possa esistere (questo sì, ormai lo capisco!): be’, ma io tuttavia racconterò … racconterò … racconterò. E intanto la cosa è così semplice: in un sol giorno, in una sola ora tutto si assesterebbe di colpo! Soprattutto: ama gli altri come te stesso, ecco quel che è essenziale, ed è tutto, non occorre proprio nulla di più: subito troverai come comportarti. E intanto è soltanto una vecchia verità, che un milione di volte si è ripetuta e letta, eppure non ha attecchito. “La coscienza della vita è superiore alla vita, la coscienza delle leggi della felicità è superiore alla felicità”: ecco con che cosa bisogna lottare! E lotterò. Sol che tutti lo vogliano, e tutto subito si assesterà.” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij)

Dieci pagine. Dieci piccole pagine suddivise in cinque brevi paragrafi. Bastano a Fëdor Dostoevskij per creare un capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi, uno dei racconti più fantastici, visionari e profetici che mente umana abbia partorito. Questo è “Il sogno di un uomo ridicolo”, pubblicato in origine all’interno del “Diario di uno scrittore” nel 1887, che, invero, appare come un altro frammento delle cronache del periodo vissuto in carcere, di quelle “Memorie dal sottosuolo” qui più volte richiamate, in un infinito gioco di rimandi tanto di contenuti quanto lessicale, a partire da quell’iniziale “Io sono un uomo malato” che qui viene mutato in “Io sono un uomo ridicolo”. Facciamo la conoscenza del protagonista nella notte in cui, abbandonato da tutti e giunto all’età di 46 anni, ha deciso di suicidarsi per poi rinunciare al suo proposito a causa della compassione che si accorge di aver provato nell’incontro casuale con una bambina che lo invocava di aiutarla, ma che era stata dall’uomo scacciata con insofferenza; l’evento getta l’uomo nello sconforto, costringendolo a porsi di fronte alle sue umane emozioni. Quando si addormenterà, sognerà la sua stessa morte con una revolverata al cuore, il suo funerale e, quindi, la sua sepoltura: ma è proprio in quel luogo claustrofobico e definitivo, in cui il defunto – come fosse un recluso – ripercorre i suoi passi, vivendoli solo nella mente, come uno stanco ricordo, dove la vita terrena perde la sua funzione tattile, che l’esistenza dell’uomo ridicolo ottiene una nuova sterzata, una vita oltre la vita, grazie al “rapimento” da parte di un essere misterioso (“Mi ero aspettato un assoluto non essere e per questo mi ero sparato al cuore. Ed eccomi nelle mani di un essere certamente non umano, ma che era, esisteva.”) che lo porta nello spazio infinito sino a farlo approdare su un pianeta in tutto e per tutto uguale alla Terra, ma abitato da un’umanità pura, non ancora toccata dal peccato, una sorta di comunità edenica che, però, si lascerà contagiare dalla (dis)umanità dell’ospite, quasi fosse un virus, il serpente tentatore giunto a traviarli configurando per loro un’altra esistenza, fatta di corruzione, vizio, perversione, odio; l’uomo, comprendendo la sua gravissima colpa, chiederà di essere giustiziato per espiare la sua terribile colpa. Quando il suo destino sta per compiersi, si risveglierà dal sogno e, redento, deciderà di abbandonare i propositi di morte e di dedicare la sua vita alla predicazione di quella visione della Verità ed al soddisfacimento del bene altrui, cominciando – in una presa di coscienza che sembra richiamare la rinascita dei personaggi dickensiani – proprio dalla bambina incrociata per la via.
Un testo che tocca profondamente sin dalla sua lettura, rendendo impossibile qualsivoglia tentativo di assenza di immedesimazione nel protagonista: a chi non è capitato di sentirsi oggetto delle risa altrui per un atteggiamento goffo che ha avuto, per aver pronunciato parole inappropriate, per essersi sentito fuori posto nei propri stessi panni? Chi può affermare di non essersi mai sentito umiliato dalla vita, di non aver mai provato vergogna, di non essersi mai sentito ridicolo per sua stessa causa? Per Dostoevskij l’essere ridicolo è una condizione, prima ancora che esistenziale, fortemente spirituale, indissolubilmente legata alla nascita, dove il riconoscere l’altro è riconoscersi, dove l’uomo si specchia nella propria condizione, dove il giudizio dell’altro, di chi ridicolizza è, in fondo, un rinnegare l’uomo stesso, la sua condizione universale, e, quindi, la conoscenza e la coscienza di sé; così il protagonista dostoevskiano riuscirà a perdonare ed amare gli altri uomini, schiudendo le porte ad una visione comunitaria del mondo, solo quando anch’egli si riscoprirà fallace.
Il Maestro Gabriele Lavia ha fatto di quel breve testo uno dei suoi più splendidi cavalli di battaglia sin da quando, appena diciottenne, ebbe modo di leggerlo ad un pubblico di amici; oggi, per nostra fortuna, “Il sogno” rivive, per la regia dello stesso Lavia, nell’allestimento del Teatro della Pergola con la produzione della Fondazione Teatro della Toscana e giunge a Bari ad impreziosire l’annuale Stagione di Prosa del Teatro Pubblico Pugliese. All’apertura del sipario, il palco del Teatro Abeliano appare totalmente ricoperto da terra, con il solo Maestro in scena, imbrigliato in una camicia di forza che ne impedisce i movimenti ma – se possibile – ne accresce la indiscussa Arte recitativa, che, nel corso delle quasi due ore di spettacolo, potrà interagire solo con la visione che, nella follia, ha di se stesso (cui si presterà Massimiliamo Aceti) e di un manichino di bambina dal cappotto rosso, giunta anch’essa a mutare la visione della vita del protagonista come la spielberghiana bambina dal cappotto rosso di schindleriana memoria. Lavia, incarnando alla perfezione il malessere esistenziale e facendo sua la profonda riflessione sulla condizione dell’essere umano, ci consegna un’opera di inestimabile valore e dagli innumerevoli pregi, primo fra tutti quello di riuscire a far riflettere, e ci regala un’altra sublime interpretazione, con un monologo perfetto in ogni sua parte, emozionante sino alle lacrime, superbo, in cui l’attore dona ogni parte di sé, impegnato sino allo stremo delle forze, lasciandosi andare finanche a continue cadute, perfetto in ogni rappresentazione delle umane debolezze, con una potenza vocale travolgente e più di un passaggio assolutamente indimenticabile, come la sua lettura della preghiera nella bara (“Chiunque tu sia, se esisti, e se esiste qualcosa di più ragionevole di ciò che sta avvenendo qui, permetti che questo qualcosa sia presente, avvenga, anche qui. Se poi ti vendichi di me per il mio irragionevole suicidio con la mostruosità e l’assurdità di un’ulteriore esistenza, sappi che mai nessun tormento che mi possa colpire potrà paragonarsi a quel disprezzo che io proverò in silenzio, fosse pure nel corso di milioni di anni di martirio!”), meritandosi la giustissima standing ovation del pubblico osannante.

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