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‘Woody’…Allen si racconta in un documentario

21 Set 2012 | Nessun Commento | 1.015 Visite
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woody

Io sono cresciuto con i film di Woody Allen. Ho visto tutti e 43 i suoi film per il cinema e mi sono sempre stupito dell’enorme verve produttiva e realizzativa di quest’uomo. Una “macchina da guerra cinematografica”, un’ inesauribile fonte di idee, trame, situazioni, personaggi, tutto sempre imperniato su due capisaldi della sua vita: il rapporto tra uomo e donna e la paura della morte. Ha studiato a fondo queste tematiche e ce le ha sottoposte sotto forma di commedie, tragedie e musical attraverso 46 anni di cinematografia. Rendetevi conto: quarantatre film in quarantasei anni. Nessuno come lui.
Questo documentario scritto e diretto da Robert B. Weide narra la storia di Woody Allen da quando era un bambino fino ai suoi 76 anni, cioè l’anno scorso, prima della produzione dell’ ultimo “To Rome with Love”. Purtroppo ci arriva un documentario tagliato di ben 80 minuti rispetto a ciò che è andato in onda sulla tv americana, quindi quello che abbiamo perso nella narrazione di quest’opera al cinema lo potremo ritrovare (mi auguro) nella versione home video.
Il mio pensiero sulla sua vita è riassunto nelle parole dello stesso Woody Allen nell’ ultimo minuto del documentario: “sono stato molto fortunato”. Io direi che nessuno ha avuto la sua fortuna nella vita e nella carriera: se si legge la sua biografia sembra di leggere la sceneggiatura di un film.
Bambino intelligentissimo, ragazzino con humour incredibile che scrive battute taglienti per diletto nel doposcuola, immediatamente assunto e pagato da giovanissimo per scrivere per un giornale, poi per il teatro. Lo incontrano i suoi due amici e produttori di sempre, Charles H. Joffe e Jack Rollins e lo fanno esordire come attore comico nei cabaret; nel frattempo ha un gran successo nella sua band jazz come clarinettista a New York. E’ ospite fisso in alcuni famosissimi talk shows made in USA, finchè gli danno un ruolo nel film “Ciao Pussycat”, in cui lui nota come siano quasi sempre problematici i rapporti tra la produzione, i registi e le majors.
A 31 anni decide di fare il regista indipendente e non vuole avere mai a che fare con le grane procurate dagli Studios: detto fatto, gli danno carta bianca su tutto, incluso il poter recitare come protagonista nei suoi stessi film, così da essere l’unico ad interpretare in modo corretto ciò che lui stesso scrive. E via discorrendo fino ad oggi, attraverso le collaborazioni con i più grandi attori e  personalità della storia del cinema dagli anni ’60 al XXI secolo.
Un sogno, una vita apparentemente senza il minimo problema, costellata di successi incredibili e alti e bassi notevoli (soprattutto negli ultimi 20 anni) dei quali a lui però sembra non importare affatto. Il problema di questo documentario è che non ci rivela quasi niente di nuovo su Woody: tutti sappiamo quale sia il suo vero nome di origine ebraica (Allen Konigsberg), quali siano i suoi film più famosi e quali gli insuccessi, chi siano le tre donne della sua vita (Diane Keaton, Mia Farrow e Soon-Yi Previn), che rapporto abbia con la fede e con la morte e chi siano gli attori che hanno recitato nei suoi film. Manca l’intimità, manca il “mai raccontato”, manca la novità.
Certo è bello ripercorrere la sua vita attraverso i suoi film, da “Prendi i soldi e scappa” a “Midnight in Paris” passando per titoli ormai entrati nel mito come “Io e Annie”, “Manhattan”, “Amore e Guerra”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e Misfatti” e via discorrendo, ma lo spettatore sente la mancanza di qualcosa. Il regista si sofferma maggiormente sulla produzione Alleniana fino all’inizio degli anni ’80, forse perchè la ritiene il fulcro dell’ intero universo di Woody Allen (anche se non viene citato il suo primissimo film “Che fai, rubi?”), per poi narrare più velocemente i film da metà degli anni ’80 in poi, ignorandone alcuni  (“Radio Days”, “Settembre”, “Alice”, “Scoop”…), e probabilmente tentando di dirci che dal 1992, dopo la fine della storia con Mia Farrow, non è più stato il “vero” Woody Allen, ma un regista con buone idee e troppi film, molti dei quali non degni di nota. Allora perchè non approfondire la sua vita più recente? Perchè non scavare nel vero Woody e strappargli aneddoti, curiosità e cose fino ad oggi mai dette? Certo il signor Allen, come è noto, è una persona riservata e molto chiusa, però in questo documentario il filo conduttore è proprio lui. E’ lui che racconta, risponde alle domande, ci porta in giro per i quartieri di Brooklyn, nelle sue stanze d’albergo e in sala montaggio. Molto probabilmente il regista ha avuto parecchi veti da parte del protagonista.woody1
Ammetto di aver avuto un brivido quando si parla di Mia Farrow che nel 1992 trova in casa di Allen foto segrete della sua giovanissima figlia adottiva nuda e poi, durante la fine delle riprese di “Mariti e Mogli”, decide di lasciarlo e il rapporto si rompe violentemente e per sempre, con l’obbligo professionale di finire il film recitando insieme. Lei è ovviamente assente in questo documentario volto ad esaltare lui. Lì lo spettatore pensa “ma perchè non si va più a fondo nel Woody Allen segreto? Ci deve essere tanto materiale sommerso da narrare”. Ma così non è.
Altra grande assente in questo documentario è Meryl Streep, mentre possiamo ammirare la bellezza eterna di Mariel Hemingway, la giovane “Tracy” di Manhattan, che il passare del tempo non ha affatto cambiato. Il cinico, ipocondriaco, insicuro e stravagante personaggio Woody Allen chiude sì il documentario dicendo di essere un uomo molto fortunato, ma anche aggiungendo, come suo solito “ma sai, c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa che non mi fa stare bene, qualcosa che non capisco”. Caro Woody, ti assicuro che non hai niente di cui preoccuparti. Nella vita hai fatto tutto e di più e se hai commesso dei gesti che ti hanno turbato e ti tormentano non preoccuparti, non li sapremo mai, anche perchè non ce li racconta nessuno, nemmeno in un documentario sulla tua vita. Credimi: è bello essere te.

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