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Vitamia tour a Catania: Gianmaria Testa si racconta ai lettori di LSDmagazine

17 Apr 2012 | Nessun Commento | 1.001 Visite
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Gianmaria TestaCantautore raffinato, vincitore per due anni consecutivi del Festival di Recanati, talento cresciuto in Francia e, dopo molti concerti, imposto anche agli occhi della stampa italiana (targa Tenco 2007 come miglior album): Gianmaria Testa, ci racconta del suo mondo musicale in occasione del suo prossimo concerto in trio a Catania, mercoledì 18 aprile al MA Club per la rassegna Catania Jazz.

Il suo percorso da cantautore inizia in Francia, prosegue con la notorietà in mezza Europa e, solo successivamente, in qualche modo la riporta in Italia. Come si spiega questa cosa? Che tipo di risposta ha trovato all’estero, e che tipo in Italia invece?
Nella mia storia c’è una parte di casualità. Nel senso che io scrivo canzoni da sempre, da quando ero preadolescente, ma non ho mai pensato di farle sentire a nessuno, semplicemente le scrivevo per me. Poi a un certo punto, nel ’93, ho mandato una cassetta al festival di Recanati e ho vinto. L’anno successivo ne ho mandata un’altra, ho vinto ancora. Tra chi ascoltava c’era una produttrice che ha deciso di interessarsi a me, mi propose un contratto discografico con la “Label Bleu” in Francia. Così ho cominciato lì. Dall’Italia, semplicemente, non mi era arrivata nessuna proposta seria. Allora non avevo – e non ho nemmeno adesso – l’esigenza di “emergere” o di vivere della mia musica, non mi importava niente: scrivevo canzoni ed ero contento se qualcuno mi dava l’opportunità di mettere su un disco, ma non era una priorità. La differenza è stata che la Francia, in particolare Parigi, ha una capacità di proiezione che porta più lontano di città come Roma o Milano. L’area francofona del mondo è più vasta, se una cosa funziona all’Olympia di Parigi poi in genere funziona anche a Montreal, Bruxelles e Ginevra. Questo, considerato poi che – ad esempio – Montreal ti proietta su New York e Los Angeles; Bruxelles su Amsterdam; Amsterdam su Berlino e Vienna e così via… insomma è andata così.

Però lei canta in italiano anche all’estero…
Sì… in effetti c’è da chiedersi perché il pubblico venga. Me lo sono chiesto molte volte. Forse vengono a sentire i concerti perché non capiscono le parole… (ride ndr) In realtà credo che ci siano due ragioni: da una parte il fatto che l’Italiano sia una lingua molto amata, considerata naturalmente musicale in molti paesi del mondo, aiuta, anche se la gente non capisce. E poi c’è l’innegabile potenza di comunicazione, quasi subliminale, della canzone. Io, per esempio, bofonchio qualche parola di inglese, ma non lo parlo, eppure quando ascoltavo Leonard Cohen, non so perché, ma ero certo che cantasse dei testi degni di nota, quindi sono andato a cercarmi le traduzioni. Non che io voglia paragonarmi assolutamente a Cohen, ma è la canzone che ha questa capacità di comunicazione che va aldilà della comprensione di un testo.

Gianmaria TestaIl suo primo album risale al 1995, cosa è cambiato da allora? E cosa è rimasto invariato?
Dal punto di vista della scrittura delle canzoni non è cambiato niente: continuo a fare contratti per un solo disco perché non so se ne scriverò un altro. Scrivo quando ho una pulsione interiore che mi spinge a farlo e non rispettando ipotetiche scadenze discografiche. Certo, qualcosina cambia con la consapevolezza che quello che scrivi verrà pubblicato, diciamo che c’è un aumento del senso di responsabilità. Un’altra cosa che cambia è il modo di usare gli attrezzi del mestiere. Il mio è una specie di artigianato e, come ogni artigiano, col passar del tempo imparo a usare meglio i miei strumenti. Quindi cambia, banalmente, anche il modo di usare un microfono o, più in generale, lo studio di registrazione. Il resto rimane inalterato negli anni, se non fosse che invecchiando il punto di vista sul mondo inevitabilmente cambia. Viviamo tempi particolarmente complicati, per utilizzare un ampio eufemismo, e questo influisce un po’, ma io dentro non sono cambiato.

Le difficoltà dei nostri tempi mi pare siano ben rappresentate da alcune sue canzoni. Brani come “Sottosopra” o “Cordiali Saluti” assumono un valore specifico in un periodo di crisi come quello che la nostra società sta vivendo. Secondo Lei qual è il ruolo della musica in tutto questo?
La musica già assolve un suo compito diciamo “tenendo compagnia”. Non credo che le canzoni abbiano qualche potere nella risoluzione dei problemi. Credo che per cambiare le cose sia necessario scendere in piazza ed essere anche in tanti, perché sennò non cambi niente. In tempi come questi non mi andrebbe di scrivere soltanto di sentimenti o cose “private”. Mi viene da sottolineare quello che drammaticamente vedo, non posso farne a meno. A volte, una canzone può diventare socialmente o politicamente rilevante, accade quando l’importante non è più chi l’ha scritta, ma chi, quando e come la canta.

Lo spettacolo con Battiston è stato un po’ un punto di partenza per Vitamia, che rapporto c’é tra questo spettacolo e il concerto che sentiremo mercoledì?
Nel concerto ci saranno canzoni che sono anche nello spettacolo. Il rapporto è semplicemente questo. Del resto il concerto è un concerto, “18.000 giorni – il pitone” è invece uno spettacolo teatrale in cui si racconta la giornata di un signore di cinquant’anni che viene licenziato. E’ la storia di un uomo che con il lavoro non perde soltanto la fonte del suo sostentamento, ma anche la sua collocazione sociale: in pratica viene improvvisamente rifiutato dal mondo, che gli si sbriciola attorno con tutta la sua violenza e le sue contraddizioni. E’ un delitto che questa società sta commettendo da tanto tempo e continua a commettere. Ci sono pochissimi che stanno guadagnando sulle gravi disgrazie di moltissimi. Leggevo su Repubblica, ad esempio, che dieci persone hanno la stessa ricchezza di tre milioni di italiani. E quest’uomo è uno di quelli che ha perso tutto.

La sua carriera è costellata da collaborazioni importanti, con musicisti e non solo. Ce n’è una che ricorda particolarmente?
Sono legato a molte persone con cui ho avuto la fortuna di collaborare, di incrociare le rispettive sensibilità, ma dovendone dire una sola direi Enrico Rava. Lui è stato il primo, quando avevo appena cominciato a far concerti in Francia, con cui mi è capitato di suonare. Per me Enrico era, ed è ancora, una specie di icona del jazz in Italia, la nostra collaborazione mi ha fatto capire che in genere i grandi musicisti, attori, scrittori sono grandi perché lo sono anche umanamente, non aspettano semplicemente le cose ma vanno incontro ad esse.

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