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Viaggio nella lingua italiana: il dialetto

14 Dic 2009 | Nessun Commento | 2.272 Visite
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omologazioneSono convinto che l’anima di un popolo è anche indagabile attraverso il proprio lessico dialettale e attraverso il proprio uso delle parole che, comunque e fortunatamente, si caricano nel tempo di valori aggiunti che vanno poi a formare e ad arricchire l’inestimabile patrimonio di una popolazione discretamente omogenea. Omogeneità che nel tempo si va perdendo, a scapito di una omologazione con il resto del proprio intorno, omologazione piatta e priva di eccellenze già preconizzata molti anni fa dal carissimo Pasolini. Si badi bene a tenere ben separati i concetti di “omogeneità” e di “omologazione” che evidentemente sono poco compatibili. Nei tempi che stiamo attraversando queste due parole sembrano o sono fatte apparire intercambiabili; questa operazione è una delle tante eseguite in malafede da chi ha le chiavi della comunicazione. Ho usato la parola “discretamente” mutuandola dalla matematica. Sono altresì convinto che lo studio e la conoscenza dei rispettivi dialetti sia occasione di sottili e intriganti relazioni fra tutte le persone di madrelingua italiana, anche se questa possibilità è stata stravolta riconducendola su piani di competizione tanto ridicoli quanto estremamente dannosi.

In questi tempi oscuri e barbari, sono sempre più dell’avviso che i dialetti siano parte importante della comune madrelingua e che siano elemento fondante delle varie mentalità e delle varie culture. Va subito detto che, a parere di chi scrive, mentalità e cultura sono parole tra loro intercambiabili. Parlare della cultura di un gruppo è la stessa cosa che parlare della mentalità del gruppo medesimo. Chi ha scritto queste note ha potuto notare sottili e imprevedibili relazioni che, ancorchè nascoste, esistono per esempio fra i dialetti veneti e il dialetto barese, segno questo del gran potere unificante che esercita sulle varie popolazioni rivierasche il fatto di abitare tutti sulle rive del mare Adriatico, che in certi momenti della propria esistenza, ha assunto più connotazioni di grande lago che di mare vero e proprio.

Noto nelle nuove generazioni, con molta malinconia, la lenta ma costante perdita del senso del proprio dialetto. Perdere contezza di questo sterminato patrimonio, talora anche con ottuso autocompiacimento, è errore gravissimo e prelude a tempi assai poco civili. Purtroppo la speditezza con la quale si corre verso la cancellazione assoluta del dialetto aumenta la propria velocità con il passare degli anni. Molte, troppe persone giovani si vantano di non conoscere il proprio dialetto. Questa caratteristica è notevolmente estesa anche alla popolazione che dovrebbe essere più acculturata, e cioè a quella universitaria, che, proprio per la sua vocazione allo studio e alla comprensione dei fenomeni, dovrebbe comprendere quali ricchezze vadano perse abbandonando il proprio dialetto.

I danni di questo scadimento di conoscenza e di interesse nei riguardi dei vari dialetti sono incalcolabili. A fronte di questo particolarissimo tipo di analfabetismo è poi riscontrabile un altrettanto grave fenomeno che dà al dialetto medesimo delle connotazioni che “NON” dovrebbe avere. Sto parlando qui di tutte quelle persone che esibiscono i propri dialetti come un ottuso firewall, come un ottuso muro di fuoco, nei confronti delle altre culture linguistiche. E’ assolutamente fondamentale sottolineare il fatto che utilizzare i dialetti solo e soltanto come recinti/riserve dove bearsi di se stessi è operazione sciocca, pericolosissima, antistorica e contraria ad ogni tipo di rigore scientifico e storico. Una tale visione porta prima o poi a considerare gli altri da sé “diversi”. E nello scorso secolo ventesimo si è visto a che punto di barbarie ha portato un tale modo di concepire la storia propria e altrui.

Personalmente preferisco utilizzare il termine “varietà” al posto della parola “diversità”, così come preferisco il termine “mentalità” al termine “cultura”. Mi piace concludere questa premessa affermando che la “varietà” dei dialetti esistenti sul territorio italiano, è un patrimonio straordinario da conservare e tutelare ad ogni costo, da parte di tutte le persone di madrelingua italiana. Chè poi, a pensarci bene, lo stesso metodo di analisi dei dialetti (nel quale sia presente il concetto dei vasi comunicanti) è esportabile, con i dovuti meccanismi di rigore scientifico e con i dovuti coefficienti, nello studio delle lingue che caratterizzano questo nostro stranissimo ma amatissimo ed, almeno per ora, unico pianeta abitato.

 

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