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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Viaggio a Dublino tra storia, patriottismo e crisi economica

2 Dic 2010 | Nessun Commento | 3.221 Visite
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dublino
“Céad Míle Fáilte” (“Centomila Benvenuti”) recita il cartellone, in gaelico, sui margini della strada,  che collega l’Aeroporto Internazionale a “Baile Átha Cliath”, Dublino. Il Gaelico è la lingua ufficiale della giovane (essendo nata nel 1922) Repubblica d’Irlanda, ma l’inglese, pur se con numerose varianti rispetto alla versione ufficiale parlata in Inghilterra, è l’idioma più utilizzato, specie nelle provincie orientali dell’isola. La lingua più diffusa nonostante si tratti della lingua dei conquistatori. Diversi, anzi, diversissimi per cultura, tradizioni, religione, cucina (in Irlanda si mangia bene), sono i simpatici e cordiali Celti d’Irlanda, soprannominati i “Meridionali del Nord“, dagli abitanti dell’isola al di là del “Mar d’Irlanda”. In novecento anni di signoria inglese, il fiero popolo gaelico non ha mai smesso di insorgere contro il dominatore venuto dal mare. Ecco riportata, una breve cronologia delle ribellioni più note contro il giogo britannico: la “Guerra dei nove anni” o “Guerra dei Tyrone”, che si combattè dal 1594 fino al 1603; nella seconda metà del diciassettesimo secolo vi furono due guerre civili (1641, 1691); nel 1798, fu la volta di un’altra grande rivolta, cui fece seguito la ribellione di Robert Emmet del 1804. Nonostante le terribili ristrettezze vissute dalla popolazione nel periodo della “Grande Carestia”, un gruppo di irlandesi tentò di sfidare il giuogo britannico, esattamente nel 1848; poi fu la volta, nel 1867, della “Rivolta Feniana”. Infine, arriviamo al 1916, la dolorosa “Pasqua di sangue“, l’ultima grande agitazione prima di ottenere la tanto agognata libertà. Ancora una volta, il rosso Davide, in completo di tweed verde e bombetta, sfida il possente Golia (vedi “la Perfida Albione”), le sue armate, la potetissima marina, capace di stringere in una morsa di ferro l’intera isola infelice d’Irlanda. In barba ad ogni coerenza, l’Inghilterra, che scongiura l’intervento dei cugini americani per poter stanare i crucchi dalle loro imprendibili trincee, nonostante fosse molto impegnata nella Prima Guerra Mondiale, resta, fino all’ultimo, decisa a non mollare il gaelico osso. Pur sapendo che la storia le avrebbe rinfacciato di aver sottoscritto i “13 Punti” del Presidente USA, Wilson, e di averli invocati a gran voce per disciogliere l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano, non si capisce perché la nazione dei leoni (sono mai esistiti allo stato brado i leoni in Gran Bretagna? Oppure ancora una volta si è trattato di appropriazione indebita di un animale più adatto a simboleggiare le nazioni africane che la fredda Inghilterra? Un bel Setter Inglese, con tanto di Carta d’Identità, non piaceva?) si sia dimostrata così poco incline a rispettare il sacro (solo per alcuni) “Principio di Autodeterminazione dei Popoli“, e permettere ai “White Nigger” Irlandesi (del Club dei “Negri Pallidi” fanno parte anche Italiani, Messicani, Polacchi, tutti accomunati dal fatto di essere odiati dai “Wasp” americani) di farsi  il loro povero staterello. Ancora oggi la Gran Bretagna, mantiene un comodo “Pied-à-Terre” tra Belfast e dintorni, nelle contee settentrionali dell’Ustler. Perchè non veniva consentito ai poveri irlandesi di vivere finalmente liberi e ricchi(?) solo di “Pane, Amore e Fantasia”? Così alla fine, per grazia ricevuta, il 6 dicembre del 1922 nasce il Libero Stato d’Irlanda.

dublinoFinalmente l’Éire, cacciati i cugini tracanna-Thè, può rimboccarsi le maniche, sperando di realizzare un futuro il più possibile a tinte verdi (colore che simboleggia la speranza, nonché la stessa Irlanda), cioè migliore. Lavora e lavora, emigra ed emigra, piano piano, arriviamo alle soglie del 2008: l’Irlanda cresce al ritmo del 6% annuo ormai da diciotto lustri! Sono pochissimi quelli che cercano fortuna all’estero, anzi da tutta Europa, e non solo, in gran numero, gente di ogni nazione, si riversa nelle strade della capitale desiderosa di carpire un pò del benessere irlandese. Spuntano dall’oggi al domani Gru, cantieri e nuovi quartieri un pò dappertutto. Cork, Dublino, Shannon, pur anche nel remoto villaggio di pescatori sull’Atlantico, si costruiscono case, ponti, strade e quant’altro. Tutti sono felici, stranieri compresi. Una barzelletta (profetica) irlandese racconta: “Tanto tempo fa, una povera vecchietta viveva in compagnia del suo gatto, in un misero cottage nella desolata campagna. Un giorno, l’attempata donna catturò fortunosamente un “Lepricauno”, il fulvo folletto irlandese, tutto vestito di verde. Il folletto, fatto schiavo, promise all’anziana che le avrebbe concesso tre desideri, ma in cambio, egli avrebbe riacquistato la libertà. L’anziana, entusiasta dell’offerta, chiese per prima cosa di trasformare il suo sqallido cottage in un grande e ricco palazzo, poi, come secondo desiderio, domandò di tornare giovane e bella. In ultimo la ringiovanita e neo possidente signora, espresse al magico lepricauno il desiderio di tramutare il felino, l’unico essere che le aveva fatto compagnia nella miseria, in uno splendido e ricchissimo principe. Come convenuto, una volta esauditi i tre desideri, il rosso folletto riacquistò la libertà, mentre l’ex micio e la ringiovanita vegliarda, il sogno di una vita insieme, senza più problemi. Una volta scomparso il “Lepricauno”, il principe domandò alla sua principessa: “Ora che siamo ricchi ed abbiamo la giovinezza davanti, non ti dispiace di avermi fatto castrare quando ero solo un gatto?”. Così, dopo anni di boom economico, la “Tigre Celtica” (purtroppo oggi sarebbe più appropriato chiamarla il “Micio Celtico”) si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica mondiale. La “Bank of Ireland” perde più del 20% della sua quotazione sul mercato. Ma il problema più grosso della vecchia giovane Irlanda, nonostante i miracoli esauditi dai folletti che l’hanno resa una tra le nazioni più sviluppate al mondo, è un inesistente saggio di risparmio procapite. A questa inedita e diffusa richezza, a questo nuovo ed agiato tenore di vita tutto improntato negli anni del boom sul consumo sfrenato, fa da contraltare una costante impennata del prezzo degli immobili dovuta alla Speculazione Immobiliare. I mutui elargiti dalle banche diventano di anno in anno (pardon, di mese in mese) più onerosi, così in molti, troppi, non riescono più ad onorare le rate della casa. Il consumo stagna e con esso la Spesa Pubblica (un tempo un fiume in piena) rallenta fino a divenire un corso d’acqua nella stagione delle secche. Ed eccoci, ahimè, ai giorni nostri, Novembre 2010; il Fondo Monetario Internazionale, promette alla indebitatissima Irlanda un enorme prestito (si parla di ottanta miliardi di Euro) ad un tasso d’interesse vantaggioso (Ahahah! Ho capito adesso la barzelletta), mentre l’Europa fa la colletta per salvare il paese dei “Meridionali del Nord”. Il “Verde moccio del mare”, per dirla come Joyce nell’ “Ulysses”, scivola lento dietro il finestrino. Il treno ci porta verso la campagna di Dublin. Le “Torri Martello”, costruite dagli inglesi per scongiurare una possibile invasione dell’Irlanda da parte delle truppe di Napoleone, sono 76 monoliti che interrompono il tranquillo scorrere dell’uggioso paesaggio irlandese; viste da lontano sembrano gli enormi faccioni dell’Isola di Pasqua. Il prato che circonda le case in stile vittoriano, pettinato dallo Scirocco, pare una soffice moquette a pelo lungo. Il mare è agitato; si frange con forza sugli scogli di granito. Una volta arrivati, chiediamo indicazioni ad una signora la quale, dopo averci sorriso cortese, ci domanda: “Siete venuti qui per vedere gli effetti della crisi sulla povera popolazione?”. E’ oberata dal peso di una busta piena di rotoli di cartigenica e sapone liquido. Ci confida, sorridendo, di aver acquistato tutto alla svendita totale di un ipermercato. Mangiamo qualcosa in un bar-ristorante. Servono zuppa di pomodoro e carote, sandwich a pioggia, e una pinta di “nigra” Guinnes. Da un tavolo accanto, proviene un gran baccano tra risa, canti, e bicchieri di vetro che cozzano tra loro con forza. Stonano terribilmente nel plumbeo, paesaggio che ci circonda, ma nessuno, oltre noi, sembra farci troppo caso. Parlano in gaelico. Per curiosità, chiediamo alla cameriera cosa urlino i signori con tanta enfasi nel momento di brindare. “Éire go bra’!”, risponde lei con un lampo di orgoglio che le attraversa gli occhi verdi e stanchi. “Irlanda per sempre!”, dice prima di sparire nei meandri della cucina.

Foto di Umberto Colonna 

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