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Vespri Siciliani al “Regio” di Torino per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità

17 Mar 2011 | Nessun Commento | 3.494 Visite
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Vespri Siciliani al “Regio” di Torino
Mentre a Torino incombono i preparativi per festeggiare i 150 anni del’Unità d’Italia e balconi e finestre di tutta la città sono rallegrate dalle bandiere tricolori, la cultura italiana, ed in particolare quella legata al finanziamento statale, Fus, Fondo Unico per lo spettacolo, riceve un colpo durissimo. Senza precedenti.
Al punto che il Teatro Regio di Torino, se qualcosa non muta, sarà costretto a chiudere, privandosi così di coloro che vi lavorano e di tutto il pubblico che segue con particolare attaccamento e cuore le attività del teatro. Il numero degli abbonati è il più alto d’Italia e l’orchestra ha fama di essere una delle migliori del paese.
In questa situazione drammatica, preceduta da un’infuocata conferenza stampa, da una protesta canora, con il Nabucco intonato sotto il palazzo della Regione, è andata in scena domenica 13, la prova generale dei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi.
Inno in piedi, l’articolo 9 della Costituzione letto ad alta voce, tanto per ricordasi quello che sancisce, non come possibile intento, ma come indirizzo fondante della Carta, si andava ad incominciare.
Che Verdi sia il simbolo di uno spirito di unità, di aspirazioni patriottiche, è palese al punto che proprio i Vespri subirono censure, vennero presentati prima in Francia che in Italia e l’attuale regia di Davide Livermore, memore del passato possiede una verve politica non indifferente. Ambientato in un’attualità che finalmente espelle tutti le insostenibili cornici folcloristiche sicule, con i media e le televisioni a far da filtro al vero, gli inchini danzati con microfono e telecamere sono strepitosi; la durissima rappresentazione delle auto sventrate della strage di Capaci, i colonnati marmorei che ricordano il palazzo di giustizia di Palermo; niente di tutto ciò passa sotto silenzio ed è storia subita oltre che vissuta. Il dito è puntato senza reticenze contro una certa Italia vituperata e schiava delle sue pochezze civiche, del suo fanfaroneggiare nel vuoto ieri e in modo esponenziale oggi. I cui sconsiderati tagli alla cultura sono un esempio di rara miopia o peggio di deliberata e cruente regia, dopo quelli inflitti all’Università.
A questa costruzione così politica della scena, si unisce una luminosa interpretazione dell’orchestra, diretta dal maestro Gianandrea Noseda, e dal notevole cast dei cantanti.
Chissà cosa ne penserà il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando il 18 marzo sarà presente alla rappresentazione. Per la cronaca, Napolitano è l’unico rappresentante delle istituzioni a partecipare alle feste per l’Unità, come se ministri e sottosegretari vivessero e soprattutto venissero da un altro paese, forse quello della cuccagna viste le smodate condizioni di privilegio in cui si bamboleggiano. Il Risorgimento, parola biblica per un tema peculiarmente laico, che Verdi ci aiuta a conoscere attraverso la maestosità ideale della sua musica, è qualcosa che pare ancora non completamento compiuto, afferrabile a fatica, emblematico, un frutto controverso della nostra storia che si ritrova a fronteggiarsi su eventi come i 150 anni in cui c’è chi nega la storia passata forse per non averla ben compresa e offende una bandiera per i cui colori molti si sono immolati. Anche per questo, la scelta di rappresentare i Vespri, appare così significativa: per la vicenda che racconta, per l’anelito di libertà che la governa e per l’ambientazione in una Sicilia così antica e attuale al contempo.

Ma Giuseppe Verdi, ricco d’ispirazione lirica, forte di un sistema espressivo capace di una grandiosa voce corale e collettiva, eccellente nell’invenzione musicale che sempre lo contraddistingue potrebbe benissimo essere la colonna sonora della Costituzione italiana, quella che a fine spettacolo, proiettata in grandi caratteri sul proscenio, gli attori tutti i scena, recita il suo primo articolo: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

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