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“Vegan style”: la nuova frontiera della moda con la filosofia di vita naturalistica

19 Mag 2014 | Nessun Commento | 883 Visite
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Se la scelta di alimentarsi con i principi vegani è fatta, il passo successivo è quello di selezionare un abbigliamento realizzato secondo la stessa filosofia. In Italia, cominciano a nascere nelle grandi città i primi negozi di moda 100% vegan, e con questi arrivano anche i primi marchi specializzati in questo tipo di abbigliamento, come “Kerol D”, che realizza la sua linea attenendosi ai principi vegani. Ma come riconoscere un abito o una borsa 100% vegan? Intanto la prima cosa da controllare è l’etichetta, facendo attenzione che il prodotto non contenga parti animali e derivati. Ovviamente le pellicce non rientrano nel guardaroba di “lady vegan”, ma bisogna fare attenzione anche ai dettagli e inserti di pelliccia (polsi, cappucci), tollerati se si tratta di pelo sintetico.

Particolare attenzione, per la vegana praticante, nei confronti della pelle di scarpe e borse. A tal proposito le alternative in commercio sono le più disparate.  Tra i prodotti sintetici troviamo alcantara, eco-pelle, gomma, e i materiali “high-tech” di nuova concezione. D’estate si può optare per i modelli in tela, corda e tessuti traspiranti. Sul web basta sbirciare nel database dei prodotti di “VeganHome”. Ma come riconoscere le scarpe “veg” in vendita nei negozi? Occorre esaminare l’etichetta che contiene le informazioni sulla composizione delle tre parti della calzatura, distinte con tre simboli. Il primo indica il materiale della tomaia, il secondo si riferisce al rivestimento interno, il terzo specifica di cosa è fatta la suola. Una griglia a tratti indica le materie tessili e sintetiche, un rombo indica, invece, la gomma o altri materiali non animali. Se tutti e tre i simboli sono rombo o griglia, la scarpa è “approvata”. Per le parti in tessuto, poi, bisognerebbe verificare che non sia presente la lana. Per legge, le informazioni  riportate devono riguardare l’80% del prodotto, quindi per il restante 20% potrebbe non essere specificato il materiale impiegato.

Per quanto riguarda gli abiti, l’utilizzo della lana risulta controverso. Un acquisto più consapevole richiederebbe, infatti, la conoscenza da parte del consumatore della procedura di tosatura, che a volte può rivelarsi traumatica per l’ovino. Ma come fronteggiare, dunque, le temperature invernali? Con il velluto, ad esempio, realizzato con cotone o materiali sintetici; con la ciniglia di cotone, la flanella, il pile e altri prodotti di sintesi.

Attenzione anche alle imbottiture, contenute ad esempio nei piumini. Anche le piume, infatti, dovrebbero essere evitate per chi è sensibile alla sofferenza inflitta alle oche durante le fasi di lavorazione.  Le piume d’oca possono oggi essere tranquillamente sostituite con imbottitura sintetica, come ad esempio il “Fibrefil”, sia nei giacconi che nei piumoni da letto. Tra i filati, occhio anche alla seta. Questo tessuto viene prodotto mediante bachicoltura, come già si faceva in Cina ai tempi dell’imperatrice Xi Ling Shi. Durante le operazioni per ottenere il prezioso filato, infatti, i bachi vengono bolliti vivi per estrarre la seta dei loro bozzoli. Al posto della seta si possono tranquillamente usare alternative vegetali o sintetiche come la viscosa.

A fronte delle tante alternative disponibili sul mercato, è importante considerare, però, che anche per quei prodotti apparentemente “innocui” nei confronti del mondo animale, esistono delle criticità nascoste. Per produrre gran parte dei tessuti sintetici, infatti, sostanze chimiche tossiche dei processi di lavorazione vengono riversate, spesso, nell’ambiente, esercitando così un forte impatto sugli habitat e su interi ecosistemi. È necessario, quindi, che il consumatore, opportunamente informato, vigili attentamente e compia delle scelte “verdi” in maniera sempre più consapevole.

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