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Vedere l’Italia e morire. Pitture e quadri che evocano la scoperta del paesaggio italiano di una generazione di pittori del XIX secolo in mostra al museo d’Orsay di Parigi

10 Mag 2009 | Nessun Commento | 5.262 Visite
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Edmond_LebelQuando andiamo all’estero ci manca. Potremmo commuoverci vedendola in foto, adesso è a Parigi. L’Italia, emblematico dualismo tra romantico e dannato, sacro e profano, diventa, in questi mesi, protagonista tra le mura di un grande spazio espositivo del museo d’Orsay di Parigi.
Nel XIX secolo Maximilien Misson la definisce “Un Paradiso popolato da Diavoli e da Madonne”.
Questa mostra, divisa in sezioni tematiche e cronologiche, dal titolo “Vedere l’Italia e morire: fotografia e pittura nell’Italia del XIX secolo” è in corso, e sarà possibile ammirarne la bellezza e l’originalità fino al 19 Luglio 2009.
Illustrazione chiara di come il paesaggio, luogo di trasformazioni naturali e storiche, abbia come mete dei suoi cambiamenti anche i monumenti, le strutture architettoniche e i materiali in genere, dinamica questa, che si riscontra anche nell’evoluzione di categorie concettuali. Cambia la nostra concezione dell’architettura, dell’arte e della stessa popolazione italiana, così, tra i tradizionali mezzi d’espressione quali pittura, disegno e stampa, si fa spazio la fotografia, altra geniale forma d’arte, partorita nel 1839.

A testimonianza della velocità con la quale si diffonde questo nuovo strumento, tra il 1841 e il 1843, l’editore francese Noël-Marie-Paymal Lerebours e parallelamente in Italia l’editore milanese Ferdinando Artaria, pubblicano delle incisioni, alcune delle quali raffiguranti monumenti e paesaggi urbani italiani, realizzate partendo da dagherrotipi originali.
Ed è così che città come Venezia, Torino, Firenze e Roma vengono intrappolate da autori la cui identità è ignota, appartenenti ad una collezione dello scrittore John Ruskin, ed esposti assieme ad altri esemplari colorati da grandi firme quali quelle di John Alexander Ellis, Lorenzo Suscipji e Ambroise Richebourg.
Siamo intorno alla metà dell’800, e nell’aria è chiara la percezione di un fermento, nuove idee, si fanno avanti prepotenti, fino ad inondare Roma e il suo “Caffè Greco”, storico ritrovo in via Condotti, al tempo meta preferita dell’elite intellettuale francese e italiana.
Ed è proprio in questo contesto, agli inizi degli anni Cinquanta del XIX secolo, che nasce la Scuola Romana di Fotografia, luogo di incontro e di confronto tra artisti, informati sulle scoperte in campo fotografico avvenute in Francia e in Inghilterra anni prima, tutti accomunati da un’esperienza pittorica che inevitabilmente influenza il loro modo di guardare, e li porta, inizialmente, a considerare vedute ancora molto vicine alla tradizionale pittura di paesaggio.
Tra loro Giacomo Caneva, Frédéric Flacheron e Eugène Constant che frequentano il Caffè Greco e ai quali va aggiunto anche quello dell’architetto Alfred-Nicolas Normand, all’epoca ospitato come pensionnaire a Villa Medici.
Alcuni di essi, però, spiccano con tutta la loro originalità proponendo un nuovo soggetto al loro obiettivo, Roma:
strade, piazze, celebri monumenti e strutture architettoniche di vario genere.
Calotipi realizzati nel 1846 da due viaggiatori inglesi, Calvert Richard Jones e il reverendo George Wilson Bridges, in questa mostra potranno essere apprezzati da vicino.

Giorgio_SommerL’insieme sarà messo a confronto con i quadri di Carl Blechen, Ippolito Caffi e Johann Wilhelm Schirmer.
Sono anni, questi, in cui anche il turismo culturale conosce uno straordinario sviluppo, testimoniato dalle guide di viaggio più prestigiose come la guida Baedeker e la Murray, che di certo non mancano nel riportare gli indirizzi dei più importanti atelier fotografici, soprattutto per i numerosi adepti del “Grand Tour”, evento nel quale, giovani aristocratici, durante il viaggio, avevano la possibilità di acquistare numerose opere d’arte e pezzi di antiquariato.
Adottando un procedimento diverso, più sbrigativo, rispetto al dagherrotipo e al calotipo, i fotografi, nei loro laboratori, creano delle immagini-ricordo, largamente apprezzate da quei turisti che, come testimonianza tangibile delle visite accumulate all’estero, forse inconsapevolmente, portavano a casa quelle che oggi considereremmo delle autentiche opere d’arte.
Un viaggio lungo l’intera penisola, che tocca punti magicamente immortalati dai fratelli Alinari a Firenze, Robert MacPherson e Gioacchino Altobelli a Roma, Giorgio Sommer ed Alphonse Bernoud a Napoli, per citare i nomi più famosi.
Tra il 1859 e il 1861, il Belpaese, frammentato e singhiozzante, si attiva per la riconquista dell’Unità, volontà che, ancora una volta, vede l’adesione di numerosi artisti ed intellettuali: le immagini che ritraggono questo periodo turbolento portano le firme di Stefano Lecchi, Gustave Le Gray, Léon Méhédin, per quanto riguarda le fotografie, e di Girolamo Induno e Giovanni Fattori per le pitture.
Un’altra interessante sezione della mostra comprende vedute degli scavi archeologici di Roma, immagini desolanti e melanconiche degli scavi di Pompei nonché calchi dei corpi degli abitanti della città campana, colti alla sprovvista dall’eruzione del Vesuvio.
Ma la ricchezza culturale e storica dell’Italia e il suo indiscutibile fascino, rintracciabile anche tra le “rovine”, non è bastato ad evitare, da parte dei visitatori stranieri del XIX secolo, una sgradevole etichetta sulla porta di casa propria, quella di un Paese quasi ai primordi della civilizzazione, forse bello perché non ancora intaccato e contaminato dalla modernità, ma abitato da una popolazione contadina allo stato brado. Una contrastante sensazione di attrazione e repulsione.
Immagini di vita care ai veristi italiani del tempo, e che, in qualche modo, hanno catturato l’attenzione di alcuni fotografi e pittori che sicuramente ricordano i quadri di Edmond Lebel, pittore francese che anche ha praticato la fotografia e di cui, parte del suo fondo di bottega, è entrato recentemente a far parte delle collezioni del museo d’Orsay.
Le fotografie esposte in ricordo di questo periodo hanno impresse i volti e i corpi di pifferai, acquaioli, pubblici scrivani e mangiatori di pasta, scene molto spesso ricostruite espressamente, che evitano così agli artisti la fase della raffigurazione dal vero, attraverso schizzi e abbozzi.
Arrivati a questo punto della storia, la fotografia si può considerare una forma d’espressione artistica a tutti gli effetti, al pari della pittura. Ed era proprio questo l’obiettivo di Hugo Henneberg, Heinrich Kühn, Alvin Langdon Coburn, esponenti più rappresentativi del movimento pittoralista del XX secolo. Un percorso evolutivo che si realizza in una piacevole passeggiata al Museo d’Orsay, decenni di storia racchiusi in poche ore.

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