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Un sublime Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi apre la nuova Stagione della Fondazione Petruzzelli

28 Gen 2019 | Nessun Commento | 1.024 Visite
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Petruzzelli, Simon BoccanegraProbabilmente nessuna delle opere nate dalla penna del Maestro Giuseppe Verdi può essere messa in connessione più del “Simon Boccanegra” con il destino, con una sorte che si mostra sempre instabile, malferma, vacillante. E se (con un gioco di parole sin troppo elementare) parliamo di un fato ondeggiante, non ci riferiamo solo alle vicende del protagonista della storia, quel Simone Boccanegra, ghibellino, rampollo di una facoltosa famiglia della nobiltà plebea, che, dopo esser stato il primo Doge genovese nel 1339, fu costretto a farsi corsaro dopo esser stato cacciato dai patrizi, per poi essere rieletto nel 1356, inaugurando, anche a seguito della liberazione dal dominio milanese, un periodo di pace civile e di nuovi commerci verso l’Oriente, che durò sino alla sua morte per avvelenamento nel 1363, ma specificamente ci richiamiamo ai natali della stessa opera lirica, che originariamente composta da Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma del 1843 Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez, mai edito in Italia, andato in scena per la prima volta il 12 marzo 1857 al Teatro La Fenice di Venezia, venne fortemente rimaneggiata successivamente, generando la versione che è giunta sino a noi. In realtà, già la prima stesura non ebbe vita facile: Verdi impostò personalmente un libretto in prosa, affidandone, come sempre, la versificazione a Piave ma anche, nel contempo, a Giuseppe Montanelli, poeta e patriota toscano in esilio a Parigi, così che, alla fine, ne scaturì un testo ibrido, una matassa difficilmente districabile che, di fatto, ne determinò l’insuccesso. Ma – ecco il destino che ci mette del suo – a posteriori possiamo dire che quella stroncatura fu opportuna; infatti, quando, dopo aver dato vita all’Aida, Verdi si ritirò dalle scene, chiudendosi in un lungo silenzio, l’editore Giulio Ricordi riuscì a farlo tornare sui propri passi, proponendogli di rimettere mano a quel suo “incidente”, a quell’opera che, nonostante la débâcle, ancora amava “come si vuol bene al figlio gobbo”, lasciandosi aiutare dal librettista Arrigo Boito: è, dunque, questa la prima volta che Verdi e Boito interagiscono, dando vita ad un felice sodalizio artistico ed umano che proseguirà e si cementerà nella creazione di “Otello” (in qualche modo già presente qui, se non altro nella figura di Paolo Albiani, traditore ed assassino del Doge, continuamente accostata a quella shakespeariana di Jago) e “Falstaff”. Il nuovo “Simon Boccanegra”, frutto di notevoli e sostanziali tagli, modifiche ed inserimenti, andò in scena il 24 marzo 1881 alla Scala di Milano, sfoggiando un’orchestrazione avanguardistica ed una drammaturgia avvincente, ricca di duelli tra cantanti, con geniali interventi vocali anche dal retropalco, così da determinare un nuovo salto della produzione del Genio di Busseto verso un moderno linguaggio musicale, che rendeva finalmente comprensibile il dramma di Boccanegra, del suo impossibile amore per Maria, figlia del suo nemico Fiesco, dalla quale ebbe una figlia, Amelia, perduta ancora bimba e poi ritrovata proprio in casa del suo nemico, che la aveva adottata alla morte di Maria, quasi fosse una sua sostituta, a sua volta amante amata di Gabriele Adorno, l’uomo che vuole rovesciarlo e a cui lui la promette in moglie, soffocando gli antichi risentimenti ed accendendo, però, l’ira di Paolo, anelante di possedere Amelia, che si vendicherà avvelenando il vecchio amico.

Tutti i colori della tavolozza verdiana / boitana sono stati magistralmente recuperati nella nuova messa in scena che ha inaugurato nel migliore dei modi l’annuale Stagione della Fondazione Lirico Sinfonica del Teatro Petruzzelli di Bari, una coproduzione del nostro Politeama con l’Opéra de Lausanne ed il National Theatre Slovene Maribor, soprattutto grazie alle più che ottime regia e scenografia di Arnaud Bernard, che, con l’ausilio delle splendide luci di Patrik Méeüs e dei convincenti costumi di Marianna Strànskà, traspone letteralmente in immagini, talmente forti e belle da imprimersi nell’animo, l’angosciata ed angosciante esistenza di Simone, traducendola in un opprimente quanto intricato groviglio di corde, ora tiranti di ponti levatoi, ora strumenti di prigionia, pulegge, argani e di cavalcavia, passerelle, pedane, che appaiono e scompaiono, mutevoli come l’animo umano e la fortuna che lo accompagna, in cui il personaggio principale maturerà la sua ascesa dalla polvere o, meglio, dalle profondità marine, agli altari del potere (attimo fuggente fotografato in modo geniale da Bernard nel porlo al di sopra della vile mischia popolana e di palazzo), per poi ricalare – anche fisicamente – negli inferi del suo lato oscuro, sino a trovarvi la morte e, forse, la pace. Complice l’emozione che producono un prologo ed un epilogo immaginati dal regista – che non sveleremo, lasciando che il pubblico delle repliche, che auspichiamo numerosissimo, possa goderne ictu oculi – nonché il possente fondale posto sullo sfondo – dal chiaro richiamo cinematografico – raffigurante il mare, probabilmente in senso più leggendario e metaforico, in quanto luogo della memoria e della verità, che geografico, Bernard costruisce un’edizione davvero memorabile, che può gareggiare con le migliori produzioni mondiali, perfetta nel suo saper essere rarefatta, crepuscolare, notturna persino, tesa ad analizzare il male oscuro che serpeggia negli animi dei personaggi e ne ammorba tragicamente l’esistenza, ne corrompe gli slanci, tingendo di malinconica disillusione ogni azione.

Sul podio, Jordi Bernàcer, pur restando fedele all’originale, plasma la materia orchestrale con sapienza, protendendo una sorta di umbratile velo sulla partitura ma anche riuscendo a smussarne le asperità, senza rinunciare a sottolinearne i momenti drammatici e gli improvvisi bagliori, e pienamente realizzando, grazie ad una prova inconfutabilmente ineccepibile dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, quell’idea di “parola scenica” cara al Maestro Verdi. Non crediamo vi sia modo di commentare la performance dell’ottimo cast se non lasciandoci andare a smodati complimenti. Mirabilmente supportati dal Coro del Teatro Petruzzelli, come sempre affidato alle sapienti mani di Fabrizio Cassi, i protagonisti dimostravano tutto il loro valore, a partire dall’eccelso Luca Salsi, che giungeva all’inaugurazione barese affrontando per la prima volta il ruolo di Boccanegra, forte del complimento di Riccardo Muti che lo ha definito “il miglior baritono al mondo”, anche se, in realtà, anche noi, pur non potendoci in alcun modo paragonare al Maestro nostro conterraneo, abbiamo, nel nostro piccolo ma in tempi non sospetti, lodato ripetutamente l’espressività del nobile canto di Salsi, la sua capacità di cogliere ogni sfumatura ed ogni impeto nascosti nel pentagramma, quel suo saper far affiorare ogni singolo suono non solo dalla sublime ugola, ma anche dal profondo dell’anima, il medesimo luogo in cui fa ritorno una volta guadagnata l’adorante platea; l’ovazione che, ad esempio, ha salutato il suo prolungato “Figlia” al termine della scena settima del primo atto, basterebbe a far comprendere la semplicità con cui il baritono raggiunge i palpitanti cuori degli ascoltatori, qualità che fa di lui, con ogni probabilità, il miglior interprete verdiano – quantomeno – dei nostri tempi. Assieme a lui, non possiamo non lodare l’appassionata ed appassionante Amelia di Liana Aleksanyan, cui deve essere immediatamente accomunato il Gabriele Adorno di Giuseppe Gibali, impetuoso quanto coinvolgente, lo Jacopo Fiesco di Roberto Scandiuzzi, poderoso eppur austero, il Paolo Albiani di Gianfranco Montresor, davvero bravo nel saper stillare odio e risentimento dal suo canto, ed, infine, il Pietro di Alessandro Abis, tutti tasselli di un mosaico perfetto che faceva risplendere di luce abbagliante la già eccelsa creazione di Giuseppe Verdi, donandoci emozioni che sarà difficile dimenticare.

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