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Un saluto a Dino in dieci piccole storie

8 Giu 2008 | Nessun Commento | 7.408 Visite
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Dino Risi 

Quando ho visto nei vari telegiornali e speciali, il volto di Dino Risi (a seguito della notizia della sua morte), ho subito pensato che quel volto, quei lineamenti io non li conoscevo. Come per molti altri, la voce e quegli occhi magnetici di un azzurro intenso, non erano parte della nostra memoria collettiva, eppure nessun italiano può dire di non aver mai visto un film del grande maestro. E’ forse per il fatto che i suoi film appartengono, con le vicende, i vizi, le qualità descritti, al nostro patrimonio nazionale come essenza stessa di esso; come se la commedia di Dino non sia altro che la nostra commedia quotidiana, il nostro amore di scoprirci e riscoprirci nel nostro essere attori di commedie divertenti ma spesso amare. Dunque Dino è stato il nostro modo di vedere e di raccontare, un modo tanto radicato nella nostra coscienza di “mostri” metropolitani, da non aver bisogno di un volto per essere ricordato.
 Dino è la commedia all’italiana, la quale, meglio di ogni altro genere, ha saputo raccontare il passaggio difficile dal disastro della guerra mondiale all’impacciato reinventarsi degli italiani nella nuova modernità: le loro speranze, le disillusioni improvvise, gli escamotage, il provincialismo mai dimenticato, la saggezza cinica, la spensieratezza e la goffagine di un popolo adesso forse poco distinguibile. Così pure è poco distinguibile, nel cinema italiano odierno, questo genere ormai perduto con i suoi artifici e le sue approssimazioni, con la sua innocenza e le sue suggestioni: la commedia all’italiana è irripetibile in questa società di “cine-panettoni”, “mattoni” iper-realisti, film-denuncia. Ora non si fa che piangere, indignarsi o ridere sguaiatamente…la risata di Dino era leggera e genuina, certo un pò amara, ma sapeva raccontarci senza indulgenze e retorica.

straziami ma di baci saziami

 A Dino Risi dedichiamo questa piccola rassegna “in dieci piccole storie” grazie alle recenzioni tratte da “il Morandini 2006” (Edizioni Zanichelli-Bologna 2006), recenzioni scevre (è bene sottolinearlo) da ogni intento apologetico. Molte son rimaste fuori come ad esempio “Straziami ma di baci saziami” o “In nome del popolo italiano”; anche noi allucinati di Lsd, purtroppo, siamo costretti a fare i conti con lo spazio e con il tempo. Perdonateci.

 Gli esordi della commedia all’italiana.
 IL SEGNO DI VENERE (1955)  L’intreccio fa perno su due cugine, una meridionale giovane e bella, l’altra settentrionale non più giovane e non bella. La seconda cerca in ogni modo di trovare marito ma inevitabilmente gli scapoli che trova le sono “soffiati” dall’altra. Raccontato con garbo, recitato con discrezione, forbito di situazioni divertenti e di un dialogo spiritoso con un pizzico di farsa. Un’ottima F. Valeri a confronto con l’aggressività erotica di S. Loren. Scritto da E. Anton, E. Flaiano, F. Valeri, D. Risi e C. Zavattini. “La regia era di Risi, ma c’era proprio un occhio di De Sica” (F. Valeri).

poveri ma belli

 POVERI MA BELLI (1956) Bulli e pupe a Trastevere, gli uni e le altre buoni come il pane. In due (M. Arena, R. Salvatori) fanno la corte alla stessa Giovanna (M. Allasio), commessa di sartoria, che flirta con entrambi, ma poi preferisce un terzo (E. Manni). I due si consolano con le rispettive sorelline (A. Panaro, L. De Luca). Scritto da D. Risi con P. Festa Campanile e M. Franciosa, prodotto a basso costo dalla Titanus, 2o incasso italiano della stagione 1956-57 dopo Guerra e pace, è il miglior prodotto del neorealismo rosa urbano e dell’Arcadia romanesca, raro esempio di commedia di successo non affidata a comici di professione, ma all’abilità del copione e della regia.“L’ironia del gallismo trovò così altre dimensioni, cessando di essere un patrimonio del solo Sordi” (Masolino d’Amico). Queste pupe così civette e, nel fondo, così vergini; questi bulli così sfaticati e, nel fondo, così onesti divertirono il pubblico dalle Alpi a Pantelleria e fecero la gioia dei professionisti della morale nazionale che tanto avevano deplorato i panni sporchi. Tutti i 6 giovani attori principali sono doppiati. Seguito da Belle ma povere (1957) e Poveri milionari (1959).

 IL VEDOVO (1959) Sposato a una miliardaria che lo tiranneggia senza pietà, un poveruomo, Alberto Sordi,  sogna di restare vedovo. Poi lo diventa ma solo per 24 ore, quando sembra che la consorte sia morta in un grave incidente. Con una F. Valeri strepitosamente “antipatica”, è una commedia grottesca intelligente e divertente che salta, senza difficoltà, da una comicità di carattere all’umorismo macabro.

una vita difficile

  E la commedia si fa amara.
  UNA VITA DIFFICILE (1961)  Panoramica su vent’anni di vita italiana attraverso le vicende di un ex partigiano giornalista che si inserisce nel sistema di una borghesia reazionaria. Una delle più felici interpretazioni di Alberto Sordi in un personaggio per lui insolito, scritto su misura dalla sua eminenza grigia R. Sonego. Nonostante la contraddizione di fondo non risolta – essere commedia satirica o far posto alla tirannia di un mattatore – il film pullula di sequenze eccellenti e ha un momento di poesia: Sordi ubriaco all’alba in un vialone di Viareggio. S. Mangano, V. Gassman e A. Blasetti nella parte di loro stessi.

 LA MARCIA SU ROMA (1962) Reduce dalla guerra 1914-18 incontra in Emilia un commilitone, senza lavoro come lui, e con lui si aggrega agli squadristi in camicia nera, ma nell’ottobre del ’22 la loro marcia su Roma è piuttosto anomala. Commedia al vetriolo che canzona con spirito mordace e aguzzi risvolti satirici il fascismo squadrista delle origini. Il duetto tra finto-spaccone e finto-tonto Gassman-Tognazzi fa faville.

 IL SORPASSO (1962) Per Bruno (Vittorio Gassman), quarantenne ossessionato dalla furia di vivere e dal timore della vecchiaia, correre in auto diventa una rivincita sui fallimenti della vita privata. Coinvolge nelle sue smaniose avventure uno studente timido(J.L. Trentignant) . Uno dei capolavori della commedia italiana del “boom”. La società di quel periodo è resa con un’euforia rara, un’ammirevole sapienza nel passare dall’agro al dolce, dal comico al grave. Il pubblico lo capì meglio dei critici. “Il gran merito del film è non solo di aver così bene isolato e descritto quel personaggio emblematico, ma anche di averlo giudicato, con la catastrofe finale frutto della sua incoscienza; di avere insomma insinuato qualche dubbio, qualche dubbio di inquietudine nel tempo delle vacche apparentemente grasse…” (M. D’Amico).

il sorpasso

 Commedia, ovvero la più efficace arma di denuncia dei nostri vizi e delle nostre degenerazioni.
 I MOSTRI (1963) Galleria di “mostri” pescati nella realtà quotidiana: dal padre che educa il figlioletto a fregare il prossimo all’avvocato cialtrone, dalla patronessa di premi letterari che mira solo a concupire i giovani letterati al pugile suonato… 20 brevi e brevissimi episodi nei quali si alternano V. Gassman e U. Tognazzi per satireggiare i miti e le contraddizioni degli anni ’60. La commedia italiana in pillole, con ferocia “all’insegna della critica più sferzante, della satira più graffiante, senza un filo di forzatura o di compiacimento o di indulgenza o di complicità” (P. D’Agostini). Soggetto e sceneggiatura: Age e Scarpelli, Elio Petri, Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari. Fotografia: Alfio Contini.

 L’allegria di fare il cinema.
 OPERAZIONE SAN GENNARO (1966)  Con l’aiuto di alcuni ladruncoli capeggiati dal guappo Dudù (Nino Manfredi), tre americani rubano il tesoro di San Gennaro durante la trasmissione televisiva del festival canoro partenopeo. Commedia di ambiente napoletano, premiata per la regia al Festival di Mosca del 1967. Qualche trovata ingegnosa e una folcloristica rappresentazione dell’universo all’ombra del Vesuvio.

 La sexi commedia, ovvero come ridere delle nostre private ossessioni.
 SESSOMATTO (1973) Maestro dei film a episodi – a partire da I mostri (1963), inarrivabile prototipo di un sottogenere –, D. Risi mostra la corda del suo talento in questi 9 episodi (scritti con Ruggero Maccari), in gran parte barzellette dilatate, di carattere erotico con tutte le sue aberrazioni. Fa da collante la straordinaria performance di G. Giannini che si manifesta soprattutto sul piano mimico (la postura corporea) e il plurilinguismo dialettale.

profumo_di_donna

 Il capolavoro.
 PROFUMO DI DONNA (1974) Dal romanzo Il buio e il miele (1969) di G. Arpino: il capitano Fausto G., cieco in seguito a una esplosione, parte da Torino diretto a Napoli, con tappe a Genova e a Roma, in compagnia di un soldatino-studente; sembra ancor pieno di vita, ma ha in programma il suicidio. Dietro la ricerca della donna c’è quella della morte. È uno dei film che segnarono il passaggio al dramma di alcuni maestri della commedia italiana (Risi, Monicelli, Comencini) in un sagace cocktail di sarcasmo e pietà, ironia e amarezza, benché indebolito da un finale di compromesso. In questo dramma della solitudine Gassman dà una delle migliori interpretazioni del suo itinerario cinematografico. Rifatto a Hollywood con Scent of a Woman-Profumo di donna (1992) con Al Pacino.
 

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