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Un monito inascoltato. Primo Levi: “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo…”

22 Gen 2019 | Nessun Commento | 988 Visite
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Primo-LeviPrimo Levi s’è ucciso nella sua casa a Torino, verso le 10,30 dell’11 aprile 1987.

Una malattia incurabile, male oscuro, si è detto; a tutti ignoto. A tutti, ma non a lui che aveva dovuto ospitarlo dentro di sé quel ghigno diabolico del Lager; con il quale, tuttavia, era riuscito in certo qual modo a convivere (ma sempre meno bene); fino a quando la potenza malefica non ha trionfalmente intonato il suo peana, lasciando in noi la sensazione, angosciosissima, che il Lager ha vinto: ”174517 DI AUSCHWITZ: FINALMENTE RAGGIUNTO A TORINO ED IVI FULMINATO. HEIL HITLER!  

Primo Levi NON si è ucciso nella sua casa a Torino verso le 10,30 dell’11 aprile 1987. Semplicemente, a quella data è giunto a maturazione il processo di annientamento iniziato ad Auschwitz nel 1944. L’agonia dura quarantatré anni e, in essa incastonata, vi figura “una breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno, il sogno di pace, è finito, e (…) odo risuonare una voce (…): alzarsi, Wstawać!”.

Come non vedere in “questa” agonia, pur con molte riserve (e grandissimo timore!), certe concordanze con l’agonia del Cristo di Martin Scorsese? E si potrebbe escludere che, con l’ultimo baleno di coscienza, Primo Levi abbia chiesto all’Umanità, oltre che per sé, perdono anche per coloro che lo hanno suicidato?

“Gli ideatori di quella macchina di morte”, di quel processo di annientamento “minuziosamente progettato, scrupolosamente eseguito”, “erano (…) tanto convinti della sua perfezione da volere che nessuno potesse sopravvivere per raccontare quello che aveva visto” (N.Bobbio su “La stampa”, 14.04.1987); e le loro previsioni, occorre dirlo, si sono avverate; per quanto, nel caso di Levi, solo in parte. Ecco, infatti, che il numero 174517 di Auschwitz è stato raggiunto e fulminato quarantatré anni dopo, a Torino.

Ma la voce dell’Uomo, nella sua inamovibile convinzione e inflessibile volontà di testimoniare un male immenso, con la sua sete infinita di giustizia (non, però, di vendetta) e con la forza del disperato, cosciente di essere vox clamantis in deserto, alta s’è levata al cielo e tra gli uomini. “Ma erano in ascolto gli uomini?” (N.Bobblo, cit.).

VOI CHE VIVETE SICURI

NELLE VOSTRE TIEPIDE CASE,

VOI CHE TROVATE TORNANDO A SERA

IL CIBO CALDO E VISI AMICI:

CONSIDERATE SE QUESTO È UN UOMO

CHE LAVORA NEL FANGO

CHE NON CONOSCE PACE

CHE LOTTA PER MEZZO PANE

CHE MUORE PER UN SÍ O PER UN NO.

CONSIDERATE SE QUESTA È UNA DONNA,

SENZA CAPELLI E SENZA NOME

SENZA PIÚ FORZA PER RICORDARE

VUOTI GLI OCCHI E FREDDO IL GREMBO

COME UNA RANA D’INVERNO.

MEDITATE CHE QUESTO È STATO:

VI COMANDO QUESTE PAROLE.

SCOLPITELE NEL VOSTRO CUORE

STANDO IN CASA ANDANDO PER VIA,

CORICANDOVI ALZANDOVI;

RIPETETELE AI VOSTRI FIGLI.

O VI S1 SFACCIA LA CASA,

LA MALATTIA VI IMPEDISCA,

I VOSTRI NATI TORCANO IL VISO DA VOI. 

Primo Levi non è di quegli uomini che possano morire. E tanto meno di quelli che vogliano morire. Tuttavia, la morte, germogliata in quel vivaio infernale costruito dall’uomo, non gli dava piú pace. Lo ossessionava il senso d’impotenza e di abulia inculcato nell’uomo per opera dell’uomo, lo tormentava l’impossibilità di capire e, quindi, di giudicare quegli ideatori ed esecutori di macchinazioni diaboliche, capaci di concepire e realizzare una degradazione dell’uomo al livello di sottouomo, per cui “non si doveva avere alcuno scrupolo nell’annientarlo” (N.Bobbio, cit). “L’inutile crudeltà del pudore violato” scrive l’Autore in 1 sommersi e i salvati, “condizionava l’esistenza di tutti i Lager”. Già durante il viaggio di andata, in occasione di una fermata in una stazione austriaca, le SS di scorta del convoglio avevano concesso ai prigionieri di scendere, ma non di allontanarsi dalla ferrovia; allora, si videro “uomini e donne accovacciarsi dove potevano, sulle banchine, in mezzo ai binari; ed i passeggeri tedeschi esprimevano apertamente il loro disgusto: gente come questa merita il suo destino, basta vedere come si comportano. Non sono Menschen, esseri umani, ma bestie, porci; è evidente come la luce dei sole”. E, poco piú avanti, illustra il significato del tatuaggio, “invenzione auschwitziana autoctona”, che arriva ad essere applicata persino ai neonati. “L’operazione era poco dolorosa e non durava piú d’un minuto, ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete piú; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome”. 

Vagava, cosí, con il suo marchio indelebile, sempre piú gonfio di significato in questo nostro mondo attuale (espansione di Auschwitz?), mondo sempre meno foriero di speranze, di amore, di luce, di vita. Per cui il virus della tristezza e dell’angoscia, divenuto una rete fittissima (e v’è qualche relazione con quelle sue sculture fatte con il filo di rame, che in un certo senso le rende prigioniere di se stesse, quasi che l’involucro, i vestiti di ogni creatura siano intessuti di filo di Lager?), sinistramente gli riporta dal fondo della memoria scene del Lager, che tendono sempre piú a schiacciarlo. Se anche perdette, come egli stesso confessa alla fine del libro La tregua, “l’abitudine a camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane”, c’è da pensare, e non senza motivo, che negli ultimi anni un’altra enorme forza gli premesse la testa spietatamente e senza sosta verso il suolo, un profondo senso di colpa, anche se non per azioni da lui commesse, una soffocante vergogna per non aver voluto tentare neanche un gesto minimo nei riguardi di colui che aveva provato ad opporre resistenza alla belva umana, sempre piú inferocita ed insaziabile. Di questo Egli scrive nel capitolo de I sommersi e i salvati intitolato, appunto, La vergogna: “ È già stato detto memorabilmente da John Donne (…) che «nessun uomo è un’isola», e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: cosí hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell’illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere alleviasse la loro quota di complicità o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell’ignoranza voluta è stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello è salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perché era tutto intorno, in ogni direzione fino all’orizzonte. (…). I giusti fra noi, non piú né meno numerosi, che in qualsiasi gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa (…), perché sentivano che quanto era avvenuto (…) avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare”. Ed in questo senso, un episodio in particolare lo tormentava, quello intitolato L’ultimo nel libro Se questo è un uomo, da cui trascriviamo alcuni passaggi: ‘L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta (…). Quando finí il discorso del tedesco (…) si levò la prima voce rauca: “Habt ihr verstanden?” (Avete capito?). Chi rispose «Jawohl!»? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente (…): « Kameraden, ich bin der Letzte! (Compagni, io sono l’ultimo!) ». Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato. Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. (…). Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame, e ora ci opprime la vergogna”. 

Sempre più frequenti, si diceva, le scene del Lager, che aggiungono affanno ad affanno, dolore a dolore, che sempre piú opprimono e minacciano di precipitarlo, come quarantatré anni prima era accaduto allo sventurato chimico (anche questo sarà un accostamento infondato?) Somogyi, l’ungherese, di cui racconta in Se questo è un uomo: “In piena oscurità mi trovai sveglio di soprassalto. «L’pauv’vieux» taceva: aveva finito. Con l’ultimo sussulto di vita si era buttato a terra dalla cuccetta: ho udito l’urto delle ginocchia, delle anche, delle spalle e del capo. «La mort l’a chassé de son lit” definí Arthur. (…). 27 gennaio. L’alba. Sul pavimento, l’infame tumulo di membra stecchite, la cosa Somogyi”.

Il Lager, sempre il Lager, sempre più vicino e reale, il Lager, come ci fa sapere nelle ultime righe di La tregua: “… e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. È un sogno entro un altro sogno (…). Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno (…) tutto cade e si disfa intorno a me (…) e l’angoscia si fa piú intensa e piú precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. (…). Ora questo sogno interno, il sogno di pace è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; (…) una parola straniera, temuta ed attesa: alzarsi, «Wstawać!».

Ma a questo punto ormai il sotto-uomo non ha più resistito, e si è rivolto al suo onnipresente e multiforme aguzzino (ed è questa l’unica volta, sufficiente, però, a farlo risorgere uomo) urlandogli la sua pena di vivere (vivere?!?), con una sconfinata disperazione: 

MA CHE COSA PRETENDETE DA NOI?

CHE COSA CI CHIEDERESTE ANCORA?

DI LEVARCI PER ARIA IN VOLO?

DI ARRIVARE ALLA FINE DI PI GRECO?1

 

E l’eco di questo suo urlo estremo non ci dovrebbe dare pace nel cammino verso l’Umanità, perché, come egli ha amaramente avvertito:”E accaduto, quindi può accadere di nuovo…”.

Sta già accadendo, caro Primo, sta già accadendo, inascoltato maestro! Qui, dirimpetto a casa nostra, nella Bosnia ed Erzegovina, sta lavorando a pieno ritmo un’altra sofisticatissima invenzione del genio umano, invenzione paragonabile (ma, forse, piú geniale nella sua semplicità) alle invenzioni naziste, invenzione resasi possibile grazie unicamente al rifiuto d’intervento dei Supremi Indifferenti della Terra, in grado di trasformare un uomo (non un soldato, ché di popolazione civile si tratta!), nel caso specifico, un uomo etichettato come “serbo”, in un’arma efficientissima per la liquidazione di altri esseri umani, non soldati! E tutti i potenti, ai quattro angoli della terra, restano a guardare, illudendosi di placare le proprie coscienze, sbandierando il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato.

Il popolo tedesco, almeno, si sforzava di non sapere dell’esistenza dei campi di concentramento, per non esserne turbato e obbligato a reagire; ma gli attuali (pre)potenti della terra sanno bene di cosa si tratta e stanno solo in attesa di questa notizia: “Si sono ripuliti tra di loro”. E questo significa che i superstiti saranno bastantemente docili, disposti senza alcuna resistenza ad accogliere loro aiuti, ad eseguire volentieri loro ordini. “Distruggere l’uomo”, aveva scolpito nella sua memoria Primo Levi,     “ è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla piú avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice” (L’ultimo). Nel caso degli Jugoslavi, l’invenzione è stata ulteriormente perfezionata, nel senso che costoro, in un primo tempo, vengono lasciati nella piú ampia libertà di studiarsi da soli l’arma dell’autodistruzione all’interno del proprio Lager (la ex Jugoslavia) e, in secondo luogo, si dispongono a guardare a coloro che li hanno lasciati precipitare nell’abisso, come a dei reali tessitori dei loro destini, come ai soli in grado e in diritto di salvarli o di perderli!

Su “La stampa” del 14 aprile 1987, Massimo Mila scriveva: “Era l’ultima persona di cui si sarebbe potuto immaginare una fine simile. Quel suo equilibrio! quella saggezza!”. «Ma no, mio amico», sembra quasi sentirlo schermirsi di fronte a quei complimenti, o meglio, riconoscimenti troppo generosi, l’umile gigante, « io, invece, attraverso lunghi periodi di squilibrio, forse legati alla mia esperienza in campo di concentramento. Faccio fronte abbastanza male alle difficoltà. E questo non l’ho mai scritto (…), ho sopportato un anno di prigionia: ma era una forza passiva, quella con cui uno scoglio sopporta l’urto dell’acqua di un torrente. Io non sono un uomo forte. Affatto”»2. Ma un uomo, sí, Primo! E grande! La tua profonda ricchezza umana ti rende oggi piú attuale che mai, amico prezioso e grande maestro! 

NOTE

Le citazioni, se prive di ogni altra indicazione, vanno attribuite a Primo Levi e sono state tratte, salvo dove indicato diversamente, da Primo LEVI, Opere, Einaudi, Torino 1987, vol.I.

1) Citato da Bruno Rossi in “CORRIERE DELLA SERA”, 12.04.1987.

2) Dall’intervista concessa a Roberto di Caro, parzialmente pubblicata su “L’ESPRESSO”, n.16, 26.04.1987

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