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Un mix fra jazz norvegese, ritmica africana ed elettronica, al Teatro Manzoni di Milano

22 Gen 2013 | Nessun Commento | 1.314 Visite
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Punkt6

Quali sono i confini del Jazz? Ho parlato più volte della musica come un mondo da “esplorare”, e la grandezza di alcuni musicisti è spesso dovuta alla loro capacità di avventurarsi verso confini sconosciuti, e al tempo stesso di creare “integrazione” fra culture musicali. L’elettronica viene ancora oggi vista come un mondo alieno che fa inorridire e spaventa i tradizionalisti, ma basta pensare a Miles, o alla musica contemporanea,  per capire che ormai sono più di 40 anni che l’elettronica ha piantato le sue radici nella storia della musica, allargandone infinitamente gli orizzonti.
La genialità di Gianni Morelenbaum Gualberto, direttore artistico di Aperitivo in Concerto (rassegna del Teatro Manzoni di Milano) sta proprio nel proporre, in un orario così inusuale come le 11.00 della domenica mattina, dei concerti che stravolgono le tradizioni e puntano l’occhio e l’orecchio a quello che succede oltre i confini del nostro bel paese, a volte un po’ troppo conservatore.
Nell’ultimo appuntamento del cartellone, il cosiddetto “jazz nordico” si fonde con le ritmiche africane, i cardini del Punkt Festival Norvegese incontrano la blackness delle percussioni di Hamid Drake.

Il Punkt è un innovativo festival che si svolge sul finire dell’estate a Kristiansand, una cittadina norvegese che si affaccia sul Mare del Nord, dove la musica editata si integra con la musica suonata e lo spettro sonoro non limita le possibilità creative, l’evoluzione prende il posto della staticità artistica.

Attualmente la direzione del Festival è affidata alla genialità poliedrica e sperimentale di Bian Eno, ma da sempre è stata curata da Jan Bang e Erick Honorè (presenti sul palco del Manzoni), che hanno impostato lo spirito del festival secondo l’assioma di John Zorn: “Un talento creativo ha bisogno di un contesto creativo per esprimersi al meglio.”


Jan Bang ha collaborato e collabora con artisti del calibro di Jon Hassel e David Sylvian, oltre al sopracitato Brian Eno, ed è considerato il pioniere del “live remix”. Con l’intento di umanizzare la tecnologia ha affiancato gli strumenti acustici convenzionali a quelli elettronici, rendendo questi ultimi parte stessa dell’improvvisazione.

Erik Honorè, spesso compagno artistico di Jan Bang, ha affiancato gli stessi musicisti, distinguendosi come compositore, scrittore e produttore. Nelle recenti collaborazioni sono da citare Sidsel Endersen, Harve Henriksen e Audun Kleive.

In questa mattinata milanese, sono presenti anche altre due figure norvegesi. Il chitarrista Eivind Aarset (a lungo collaboratore di Ketil Bjornstad, Dhafer Youssef e Nils Petter Molvaer), un virtuoso dell’improvvisazione,  con la capacità di assorbire e riflettere con grande maestria tutti i mondi musicali, mescolando nel contesto d’insieme la propria visione onirica, che si evolve dall’intimismo all’intensità travolgente.


Il trombettista Arve Henriksen viene inquadrato anch’esso fra gli esponenti di un’improvvisazione di avanguardia e deve la sua bravura all’incredibile capacità di modulare il suo fiato, sia con la voce che con la tromba, passando da delicati afflati e liriche (che sembrano quasi interpretati da una voce femminile), a vigorosi e grevi interventi.

Dopo un percorso artistico molto intenso che lo vede ripercorrere la tradizione della musica africana, nella fusione col jazz, il funk, e il blues, affacciandosi persino verso l’universo reggae, ecco che Hamid Drake si confronta e si azzarda in questo cammino sonoro innovativo, colorando le empiriche sonorità norvegesi con esperimenti ritmici dalle consolidate radici, e allacciando questa performance al percorso intrapreso dal cartellone, tutto incentrato sulle mescolanze della musica africana con i diversi universi sonori.
Il risultato? Un incredibile esperienza, avvalorata dalla perfetta acustica del Teatro Manzoni e dal fantastico pubblico, colto e attento.
Il prossimo appuntamento, domenica 27 gennaio, apre le porte all’India, nella figura dell’incredibile flautista Arun Ghosh.

Foto di Mariagrazia Giove, riproduzione riservata.

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