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Ulf Wakenius conquista Molfetta. La sua chitarra regala un’indimenticabile serata a suon di jazz e blues

19 Giu 2015 | Nessun Commento | 963 Visite
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uw1In queste epoche barbariche, in cui scommettere sulla cultura è ormai un atto di coraggio che pochissimi eroi si permettono, non può che farci piacere salutare la nascita di un nuovo luogo per ascoltare musica. E – diciamolo subito – questo The Empty Space che ha aperto i battenti in quel di Molfetta ha tutte le carte in regola per diventare davvero un punto di incontro d’eccellenza, potendo contare su un’ottima acustica e su una cornice assolutamente accogliente.

E se il buongiorno si vede dal mattino non possiamo avere alcun dubbio sulla elevatissima qualità della proposta musicale che verrà, dato che il primo appuntamento ha visto sul palco uno dei migliori chitarristi in circolazione, peraltro nell’unica tappa italiana del suo tour mondiale. Ulf Wakenius si è guadagnato sul campo la sua meritatissima fama, grazie ad un percorso che non crediamo sia stato facile, dato anche il luogo di partenza, la natia Halmstad in Svezia – non proprio il top per chi voglia suonare jazz o blues -, ma che non gli ha impedito di essere membro del quartetto di Oscar Peterson e del trio di Ray Brown. Artisti tra i più versatili, Ulf sa entusiasmare il pubblico in ogni occasione, sia che si lasci irretire dalle amate sonorità blues, sia che si produca in difficilissime evoluzioni fusion, come per il mitico incontro con Pat Metheny al Jazz Baltica del 2003, sia che si abbandoni a momenti più delicati ed intimi, come per l’ultimo suggestivo cd del 2014 intitolato “Momento magico” proprio in omaggio al nostro paese.

Ma il fantastico concerto di Molfetta aveva una marcia in più, essendo stato pensato per uw2rendere omaggio a Wes Montgomery, che, come ha giustamente sottolineato in apertura di serata il sempre ottimo Alceste Ayroldi, può a ragione essere considerato uno dei più grandi chitarristi nella storia del jazz, l’unico che sia stato capace di operare un’evoluzione dello strumento, pur nel solco della grande lezione di Django Reinhardt e, soprattutto, di Charlie Chistian. Il trio, perfettamente completato dalla batteria di Tony Match e dall’hammond di Leonardo Corradi, che ci ha strabiliati per la sua maestria, nonostante la ancor giovane età, che spesso gli permetteva di rubare la scena anche al leader, non solo ha proposto, come era giusto che fosse, una scaletta che attingeva a piene mani dal repertorio del grande chitarrista, ma riusciva finanche a ricreare il sound caro all’immenso Wes, dimostrando un’intesa davvero sorprendente e manifestando una sconfinata gioia nel semplice atto del suonare che, soprattutto in musicisti di lungo corso come Ulf, è ormai merce rara. Anzi rarissima.

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