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Tutto il Sud in musica di Enzo Avitabile portato in scena al “Forma” di Bari

18 Mar 2018 | Nessun Commento | 693 Visite
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Enzo-Avitabile“Enzo Avitabile è il figlio spirituale di John Lennon. Non ricordo quale fosse il titolo della prima canzone di Enzo che ascoltai qualche anno fa, ma l’impatto che ebbe su di me fu devastante; pur non capendo le parole, quella musica entrò in me, e non mi ha più lasciato.” (Jonathan Demme)

“Artisticamente ho voluto fare un percorso che mi ha portato ad essere presente con il mio dialetto, con la mia lingua napoletana, ma non con uno stereotipo di proposte, ma con una verità oggettiva che mi rendeva originale nel mondo. Ma ho voluto raccontare anche il disagio e le sofferenze di tutte le terre che io definisco “a svantaggio”. Terre che a me non piace definire povere perché credo che nessuna terra vuole essere povera, ma c’è qualcuno che le rende tali, dunque terre a cui non viene data una opportunità, una probabilità. Ho voluto essere inoltre vicino a quelli che sono fuori dal campo visivo, come direbbe James Brown, coloro che qualcuno non vuole vedere e che gli stessi definiscono emarginati. Queste sono le fondamenta del mio posizionamento ideologico e culturale lontano da quella mondanità che il mio vissuto rifugge da sempre.”

 

Ci sono uomini – grazie a Dio ce ne sono ancora – che, pur essendo in continua e costante evoluzione, restano inspiegabilmente integri, puri, veri; quando, poi, questa – già di per sé rarissima – dote si fonde con l’Arte, si crea una miscellanea che ha del miracoloso. Enzo Avitabile è senza dubbio uno dei più fulgidi esempi di questa eletta schiera, e lo ha dimostrato ancora una volta nel magnifico concerto inserito nell’annuale cartellone di “Around Jazz”, la rassegna musicale con la direzione artistica di Michelangelo Busco del Teatro Forma di Bari, che lo ha visto protagonista assoluto, per puro caso – crediamo -, sullo stesso palco su cui, solo pochi giorni prima, si esibiva il suo sodale nella recente kermesse sanremese, Peppe Servillo, anche lui applauditissimo nella tappa barese del tour in duo con Danilo Rea. Una performance, quella di Avitabile, che non tarderemmo a definire per lo più intima, accarezzata dalle sonorità del suo Trio acustico, completato dalla chitarra di Gianluigi Di Fenza e dalle percussioni di Emidio Ausiello, perfettamente calata nella iniziale dichiarazione d’intenti di presentare una silloge, seppur minima e – chiaramente – incompleta, che potesse rappresentare l’idea artistica, soprattutto nella sua ricerca legata alla forma canzone, perseguita da questo straordinario musicista, compositore ed autore. Invero, a noi il tentativo di stilare una selezione, un binami, della produzione di Avitabile, non appariva cosa semplice; non credevamo possibile che si potesse condensare in una sola serata la crescita musicale di chi ci folgorò sin dai primi ascolti (ormai qualche decennio fa) dei suoi assolo di sassofono al servizio di Pino Daniele e di Edoardo Bennato, e che poi abbiamo sempre seguito, sia che si rifacesse al miglior soul, sfornando, in una decina d’anni, album di grande successo come “Meglio soul”, “Correre in fretta”, “S.O.S. Brothers”, che contiene quel capolavoro di energia che era, è e sempre sarà “Soul Express”, sia che intraprendesse un nuovo – e, per certi versi, inedito – percorso artistico ma anche interiore, certamente musicale ma, forse soprattutto, spirituale ed umano, teorico e teoretico, ideologico e sociale, applicandosi nell’approfondimento delle nostre radici, partendo naturalmente dalle coste partenopee, e giungendo sino alle sponde della Grecia, del Mediterraneo e dell’Oriente, sino a ricongiungersi nell’abbraccio materno con l’Africa, animato da un fuoco ardente, da un’inquietudine bulimica che lo porta, come lui stesso ammette, “a conoscere tutto, dimenticare tutto, riproporre tutto. Sembra un gioco di parole, non lo è. Hai bisogno di Béla Bartók, Messiaen, Stravinsky, Debussy. Poi reset. Amare e abbandonare il jazz, Coltrane. Al mondo non servono specialisti: serve l’estro”.

È world music, si dirà; certo, ma non solo: la musica di Avitabile è contaminazione pura al servizio delle positive vibrazioni di marleyriana memoria, è un viaggio incessante alla (ri)scoperta della propria identità ma anche delle esperienze di altri popoli, di altri dialetti e di altre culture, un moto perpetuo che lo ha portato a collaborare – come ha confessato anche durante il concerto barese – con i suoi miti, a partire dal leggendario James Brown, e poi Fela Kuti, Richie Havens, Afrika Bambaataa, Khaled, Mory Kante, Manu Dibango, Toumani Diabatè, David Crosby e tanti, tanti altri, ma anche a scrivere un numero imprecisato (oltre 300) di partiture per quartetti, orchestre da camera e orchestre sinfoniche, tra cui non è possibile non ricordare l’opera “Il Vangelo” per il teatro di Pippo Del Bono, a vincere due David di Donatello per la colonna sonora del film “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, a vedersi – addirittura – dedicare un intero film, “Enzo Avitabile Music Life”, dal mai abbastanza compianto premio Oscar Jonathan Demme.

E poi dietro tutta quella infinita cascata di note c’è un uomo che esterna la sua filosofia di vita, che canta la memoria e la dignità di un popolo sepolte dal cemento e dal degrado; spesso i testi di Avitabile, soprattutto i più recenti, sono delle vere e proprie preghiere che recuperano ed esternano una sofferenza antica. È il caso, ad esempio, della splendida “Don Salvatò”, con cui si è aperta – per poi essere prontamente replicata su richiesta di una spettatrice ritardataria ed in seguito simpaticamente apostrofata dal maestro – la splendida scaletta del concerto barese, in cui confluivano perfettamente le tante anime, così come accade nella recente doppia raccolta “Pelle differente”, dell’Artista nato nel quartiere Marianella di Napoli, ben rappresentate da perle di indicibile splendore tra cui ricordiamo “Attraverso l’acqua”, scritta e registrata con Francesco De Gregori, “Tutt’egual’ song’ ‘e criature”, dalla colonna sonora del citato “Indivisibili”, “Napoli Nord”, l’hit sanremese “Il coraggio di ogni giorno”, “Mane e mane” “Salvamm’ ‘o munno” e l’immancabile “Soul Express”, con il pubblico osannante di uno straripante Teatro Forma che accoglieva immediatamente l’invito del maestro alla danza, a “muovere il culo per far fluire meglio il sangue al cervello”.

Ed infine, in quella che si sarebbe già attestata come una serata perfetta, giunge un momento indimenticabile, quando il nostro, lasciandosi risucchiare dal buio, chiede al pubblico di accendere una luce per l’amico smarrito, ritrovato e nuovamente perduto, ed il Forma si illumina nel ricordo di Pino mentre Enzo, spiazzando quanti – come noi – si aspettavano l’esecuzione di “È ancora tiempo”, il brano, inciso a due voci a celebrare la ritrovata amicizia, contenuto nell’album del 2012 “Black tarantella” (anche se pare che Avitabile abbia promesso di non eseguirlo né pubblicarlo più a seguito della scomparsa di Daniele), intona “Terra mia”, indimenticabile ed irraggiungibile capolavoro, title track di un disco che apriva una carriera folgorante ed una collaborazione artistica ed umana mai sopita.

Oggi come allora, si resta stupiti, ammirati e riconoscenti davanti a questo talento puro, anima ancora intonsa, al punto da sembrare sorpreso dall’entusiasmo del suo pubblico (adoriamo il suo aprire le braccia, stupito, ad ogni fine di brano), capace di creare una musica senza steccati e confini, a dire parole sempre profonde e toccanti, che, pur trattando temi importanti come la giustizia sociale, l’uguaglianza, la solidarietà, non cade mai nella retorica, non solo donando emozioni ma spingendo anche l’ascoltatore più distratto alla riflessione, alla presa di coscienza, al cambiamento, all’azione, perpetuando il suo – e, si spera, nostro – più sincero, autentico, totale atto rivoluzionario.

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