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Tutti pazzi per Rose, da domani in tutta Italia il film di Régis Roinsard

29 Mag 2013 | Nessun Commento | 1.313 Visite
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Tutti pazzi per Rose
Forse il cinema francese non è il migliore al mondo in assoluto, però ha sempre dimostrato di avere una continuità qualitativa pari a pochi altri, con buona pace degli Stati Uniti.
Ecco, questo è il caso in cui la Francia fa un mezzo scivolone proprio perchè realizza in territorio d’oltralpe una commedia in stile americano, cosa che assolutamente non le appartiene.
Intendiamoci, “Tutti pazzi per Rose” (e vorrei scambiare due parole con la persona che ha scelto il titolo italiano – il titolo originale è “Populaire”) non è un brutto film, ma la sceneggiatura è di una banalità davvero unica e, siccome dopo il decimo minuto del film si capisce già tutto, i restanti cento minuti (decisamente troppi) passano abbastanza noiosi perchè scontati.
Tutti pazzi per Rose
L’errore sta alla base. Siamo nel 1959: Rose, una ragazza umile proveniente da un paesino di campagna francese, trova lavoro come segretaria in una piccola cittadina e scopre di avere un dono, ovvero è in grado di battere a macchina veloce come un fulmine. Il suo capo Louis, col quale ovviamente si innesca una relazione prima non dichiarata e timida, poi esplicita, vuole farla partecipare ai campionati regionali, poi nazionali e poi mondiali di dattilografia. Lei supportata e allenata da lui, in perfetto stile pugile americano, prima perde, poi migliora, stravince e arriva alla popolarità. La sua fama la porta sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità e in tv, cosa che ovviamente guida alla rottura del rapporto con lui e al cadere nelle grinfie di una compagnia mainstream di produttori di macchine per scrivere, che la sfrutta come testimonial facendole dimenticare le sue umili origini. Ma lei in fondo vorrebbe ancora lui. I campionati mondiali si avvicinano, lei è in crisi e…potete proseguire da soli direi, non ci vuole molta fantasia.
Questa trama si è vista al cinema un milione di volte, ma sempre in film americani che trattano il riscatto sociale, la perdita dell’umiltà con conseguente ritorno sui propri passi e il tema dell’amore “che alla fine vince su tutto”. Non è cinema francese (fate bene attenzione, perchè “The Artist” aveva una trama simile, ma è un film mezzo americano realizzato a Hollywood).
Tra l’altro sono emblematiche una frase della protagonista che dice “mi sembra di essere in Via col Vento” e una banale frase di un personaggio che dice “gli Stati Uniti hanno il business, la Francia ha l’amore”.
Cosa si può salvare di questo film? Sicuramente i costumi e le scenografie: davvero molto belli, ci portano diretti nel 1959 con un gusto e colori davvero unici, accompagnati da musiche molto indovinate. Molto carina l’idea della nascita del pezzo “Cha cha cha della segretaria” in seguito alla vittoria del campionato nazionale della protagonista; bella l’interpretazione di Bérénice Bejo nel ruolo di comprimaria (dopo aver sbancato il mondo come co-protagonista in “The Artist”).
Parlando appunto degli attori, nonostante la sceneggiatura molto scontata e debole, i due protagonisti Romain Duris e Déborah Francois si sono comportati molto bene, soprattutto lei nel ruolo di Rose. Attenzione a non farvi ingannare da questa ventiseienne belga: sembra una bambolina paffuta e timida, ma da alcune sue espressioni recitative e dalla sua recente filmografia si intuisce ben altro. Giovane promessa del cinema francese? Vedremo.
Ultima riflessione dedicata al regista Régis Roinsard: è il suo primo lungometraggio, dà il meglio di sé usando il carrello nelle concitate scene di battaglia tra dattilografe e in generale la sua regia è piacevole e priva di sbavature. E’ anche aiutato da un’ottima fotografia.
Questo film era fuori concorso al Festival del Cinema di Roma 2012; invece a Cannes negli scorsi giorni ha trionfato il vero cinema francese. Diamogli comunque la sufficienza.
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