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Turchia: luci e ombre dopo l’attentato. Il report del nostro inviato dall’aeroporto di Istanbul

2 Lug 2016 | Nessun Commento | 1.289 Visite
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i23A volte un’esperienza imprevista si rivela feconda di spunti filosofici; fare una lunga fila ti fa riflettere sul senso dell’attesa o sulla importanza della pazienza. Oppure, ricevere aiuto da un estraneo che ti soccorre per strada quando sei rimasto senza benzina ti fa comprendere l’importanza dell‘altruismo. Ma quali pensieri può elaborare la nostra fragile mente quando arrivi all’aeroporto di Istanbul per studiare la (fantastica) organizzazione aziendale della Turkish Airlines e dopo un’ora dal tuo passaggio un gruppo di terroristi pazzi ammazza circa 41 persone e ne ferisce pıù di 200?

Da 48 ore mi trovo in una delle città più festeggiate, offese, amate e travagliate al mondo da 15 secoli; mentre contemplo il mare del Bosforo che silenziosamente si fa tagliare la sua pelle azzurra da centinaia di imbarcazioni, penso a quei poliziotti e tassisti e passeggeri sconoscıuti che sono stati spazzati via dalla vita per caso e senza una causa. Il giorno dopo la strage (29 giugno) tutti i tg internazionali hanno parlato della gravità dell’accaduto; qualcuno in Turchia ha fatto il primo bilancio macabro, poi il secondo, infine il terzo… Oggi (30 giugno) si dice qualcosa di più staccato dal reale, per esempio le analisi di grandi opinionisti, oppure le reazioni politiche nelle grandi capitali estere. Domani i1arriverà un ultimo sguardo verso quelle persone delle quali non sapremo più niente, e nel frattempo inizieremo a perdere la testa per un’altra storia.

Le vecchie mura di Costantinopoli mi fanno pensare in latino. Nomina si nescis, perit et cognitio rerum: se non conosci i nomi, muore anche la conoscenza delle cose. Perché accade che nella terra dove è nato il pensiero filosofico (Mileto, Efeso) oggi vediamo che l’arte della persuasione si fa con i proiettili? Perché  non ci soffermiamo a meditare su quel che ci accade? Perché siamo coscientemente smemorati?

Noi giornalisti pugliesi, scampati per poco a una tragedia, siamo tornati sul posto dell’orrore. Non c’erano fiori, soprattutto non c’era commozione visibile; solamente postazioni televisive di ogni grandezza, guidate da giornalisti ‘gasati’ per essere sulla notizia. La stessa indifferenza verso i 41 martiri l’ho notata nell’immensa città di Istambul vicino allo stadio del Besiktas, nella rivoluzionaria piazza Taksim o sotto le sontuose porte i15del liceo Galatasaray, o nella stupida espressione dei gabbiani che scendono sui tetti altissimi delle case in cerca di cibo.

Una strana impressione mi rimane nello spirito: è cresciuta la nostra velocità di reazione alla morte. Il 28 giugno sera c’erano i cadaveri sparsi nell’Atartuk; dopo 2 piccoli giorni le masse hanno ripreso a volare, semplicemente con qualche sopportabile ritardo. Ma non è così che si sopporta e si comprende il mistero della vita; bisogna fermarsi e meditare sul Bene e sul Male e non per pochi minuti, distrattamente.

Foto di: Vincenzo Chiumarulo

 

 

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