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Tra sogno e realtà l’Arlecchino di Paolo Rossi per un tutto esaurito al Teatro Petruzzelli

31 Dic 2014 | Nessun Commento | 782 Visite
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arlecchinorossiPer il suo Arlecchino, Paolo Rossi, non indossa il tradizionale vestito variopinto, ma una giacca di post-it che, come ci rivela da subito, servono per appuntare gli argomenti da trattare che gli vengono in mente durante le lunghe ore di insonnia.

L’attore inizia condividendo con il pubblico come è nato lo spettacolo. Si tratta di una questione molto personale: anni fa Giorgio Strehler, con cui Paolo Rossi ha avuto modo di collaborare nei suoi ultimi anni di vita, lo spinse a confrontarsi con questa maschera, dandogli alcuni consigli illuminanti: “cerca di adattare al saltimbanco i tuoi monologhi da comico. Che cosa resterà? Da lì improvvisa e assembla, pensa al primo Arlecchino, quello che andava e veniva dall’aldilà all’aldiquà, più infernale e sulfureo”.

Ed infatti, in questo Arlecchino dei tempi nostri sono presenti ora l’attore, ora il personaggio – o meglio la maschera, anche senza maschera – ora la persona che lo interpreta, tutti impegnati a mettere su, come dichiara lo stesso Rossi, “più che uno spettacolo, una serie di prove infinite dello spettacolo”, quasi una stand-up comedy (che finge l’eterna messa in prova) e soprattutto il teatro-canzone.

L’attore milanese non è solo sul palcoscenico; accanto a lui ci sono i saltimbanchi musicanti, I virtuosi del Carso, Emanuele dell’Aquila, Alex Orciari e Stefano Bembi, artisti capaci di spaziare dal Volo del Calabrone in chiave slava al virtuosismo di Knockin’on heaven’s door fino a I giardini di marzo (con l’accompagnamento del pubblico), dalle canzoni di Gianmaria Testa fino all’immancabile omaggio a Jannacci-Fo di Ho visto un re.

Lo spettacolo, è continuamente sospeso tra sogno, finzione e realtà autentica, scorre su un fondale fortemente evocativo con i colori di Van Gogh e il tratto surreale à la Chagall.

L’Arlecchino-Rossi è pieno di difetti: vigliacco, insolente, imbranato. Alterna aneddoti personali, ricordi, sogni, storiellette a riflessioni sia sulla professione del comico oggi sia su quel che accade nel nostro Paese.

Rispetto all asatira politica del recente passato, la sua attuale comicità prende in prestito la vena sardonica dei lazzi goldoniani e,affidandosi all’improvvisazione, la adatta alle situazioni della vita che di conseguenza diventano comiche.

Ad eccezione di un sogno legato a Berlinguer e di qualche battuta sull’ex premier Berlusconi, di politica nello spettacolo di Rossi, cen’è ben poca; mentre assorbe l’emozione del pubblico il racconto in chiave poetica di una storia di ordinaria violenza, ilcaso Cucchi e del suo epilogo “eroico” e lacerante.

La situazione personale e intima dell’Arlecchino-Rossi, sia che si riferisca alla morte o ai rapporti di coppia, sia che parli di riabilitazione per l’abuso di alcol o voglia esprimere il nuovo habitus del comico, pronto a vendere la propria arte anche in battesimi, matrimoni e addii al nubilato, trova spazio in una condivisione più grande. Rossi assorbe il suo personaggio, tra autobiografia e arlecchinata; come certi clown rimescola le carte, le fa cadere; gioca su quei “trentaminuti di storia” e continuerà a ripeterli, per tutta la vita, al fine di migliorarli. E se, come stasuccedendo, i teatri chiudono e c’è sempre meno posto per I teatranti, è l’attore che deve saper cercare luoghi nuovi, scenari diversi, fondali da inventare.

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