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Tigri, orsi, squali. La mattanza degli animali non conosce confini

22 Mag 2011 | Un Commento | 5.008 Visite
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mattanza degli animali
Tigri, orsi, squali
. La mattanza degli animali non conosce confini di razza, specie o latitudine. “La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini” e se lo diceva Ovidio possiamo crederci. Non a caso nel 2011, due millenni dopo l’età augustea, la parola d’ordine è “licenza di uccidere”, di solito in virtù del business.
La macchina dei soldi non si può fermare, e qualsiasi essere valga più da morto che da vivo è sacrificabile.
Sullo scaffale del supermercato, l’innocente scatolame di tonno sembra inoffensivo, mentre “frutta” 19,3 miliardi di € l’anno e spietate mattanze quotidiane. Non importa se le reti a circuizione e la pesca con i palamiti sterminano migliaia di delfini, mante, marlin, tartarughe marine, squali. L’Hollywood dei pescecani ha fatto di quest’ultimo un mostro assassino, seminando un ingiustificato terrore. L’unica cosa vera è che la zuppa di pinne di squalo è un prelibato piatto della cucina cinese. Un lusso che bisogna cominciare a chiamare per nome: Finning (spinnamento). Più di 100 dollari a porzione e un’impennata della domanda pari al 5% l’anno che va ad ingrossare l’economia orientale. La popolazione di squali – secondo Greenpeace – è diminuita dell’80%, ma del pescecane continua ad interessare solo la pinna: il resto si ributta a mare, quasi si trattasse di una degna sepoltura.
La Cina è un mercato privilegiato di manicaretti esotici a base di cavallette, serpenti e scorpioni, ma anche le pozioni rigeneranti propinate dalla medicina tradizionale riscuotono successo. Emblematico il caso degli Orsi della Luna, condannati a 25 anni di gabbia per ricavare dalla loro bile shampoo, collirio e unguenti miracolosi.
Anche per le tigri è iniziato il countdown: 3200 quelle ancora vive nel mondo, come denuncia il WWF, mentre i bracconieri non perdono un colpo. Un problema di cui si è parlato al Summit di S. Pietroburgo dello scorso anno dove è stato sancito l’obiettivo di raddoppiarne il numero entro il 2022. Ma servono finanziamenti per 350 milioni di dollari per la salvaguardia in aree protette. E soprattutto, un salto culturale. La millenaria alchimia cinese racconta che cibarsi di tigre permetta di assumerne le caratteristiche, prima di tutte il coraggio. Che di certo non manca a chi macera le ossa e le carni di questi maestosi felini per ricavarne sciroppi e pomate.
Paese che vai usanza che trovi, come il wild meat, alias carne selvaggia, proveniente dall’Africa nella civilissima Europa. E’ il nuovo trend dei ricchi degli anni Duemila, che proprio non possono privarsi del gusto dell’antilope e del gorilla. Il numero delle uccisioni è lievitato, i prezzi al mercato nero sono altissimi e i bracconieri, dopo aver sterminato rinoceronti ed elefanti per il prezioso avorio, hanno ancora margini di guadagno.
Ma qualcosa sta cambiando. Lo scorso febbraio è giunta la notizia dello stop giapponese alla caccia delle balene, viste le insistenti azioni di “disturbo” di Greenpeace che ha censito le tonnellate di carne ammassate nei magazzini e i cospicui finanziamenti governativi alle flotte. Di certo il paese del Sol levante non si può dire amico dei cetacei. Nella baia di Taiji, nel sud del paese, i delfini vengono catturati e costretti in cattività. Intelligenti come sono spesso preferiscono lasciarsi morire.
Altro giro, altra baia dall’acqua rosso sangue: Leynar è un’isoletta danese di 45mila anime dalle “educative” usanze culturali, che impongono addirittura ai bambini di assistere al massacro, coltello in mano, dei globicefali. Ognuno di questi cetacei arriva a pesare 3 tonnellate, e solo lo scorso anno ne sono stati uccisi 800, pari a circa 2,4 milioni di chili di carne: 53 Kg. per abitante!!!!
“Verrà un tempo in cui considereremo l’uccisione di un animale con lo stesso biasimo con cui consideriamo oggi quella di un uomo”. Dispiace deludere Leonardo da Vinci.

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