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“Ti regalo la mia morte Veronika”: Fassbinder nella regia di Antonio Latella all’Arena del Sole di Bologna

18 Nov 2015 | Nessun Commento | 1.199 Visite
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1La magia della macchina teatrale può dischiudere mondi complessi, percorrere labirintiche menti tortuose, ripescare scheletri ignoti di psicologie, individuare mappature di connessioni. Il secondo incontro di Antonio Latella con il regista teatrale e cinematografico Rainer Werner Fassbinder si sposa con uno stile “barocco” dalla forte potenza evocativa della semantica iconica e verbale, con uno spettacolo saturo di riferimenti culturali, artistici e psicologici.

Dopo la messa in scena di “Le lacrime amare di Petra Von Kant” nel 2006, l’attenzione del regista campano cade di nuovo sull’universo femminile del cinema di Fassbinder, alter ego e proiezione della condizione interiore di Fassbinder stesso, collocati in un universo di segni e in un reticolo sofisticato di “interazioni ipertestuali”. “Ti regalo la mia morte Veronika” con la regia di Latella è andato in scena sul palco dell’Arena del Sole di Bologna dal 12 al 15 novembre 2015. “Veronika Voss” film di Fassbinder del 1982, ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nello stesso anno e porta nel ruolo di protagonista2 l’attrice Rosel Zech nei panni di Veronika, ex diva del cinema di propaganda nazista, da tempo dimenticata da tutti e vittima di una febbrile dipendenza da oppiacei, che la condurrà a sprofondare in un vicolo abissale senza uscite e senza effettivi sviluppi. La sfida di Latella è quella di trattare “l’opera più Fassbinderiana” di Fassbinder come un classico, come un colosso, cercando di ricondurre l’immaginario di questo regista – maestro di storia, di erotismo raffinato e storyteller di vicende di macabre (e a volte) di sadiche menti psicolabili – in un unico quadro, dove i personaggi schizzano dalla tela per rimescolarsi nella tavolozza e imporsi di nuovo nell’opera d’arte, creando un universo compatto il cui correlativo oggettivo è la grandezza dell’autore stesso.

La mente di Veronika Voss (Monica Piseddu) diventa una struttura a scatole apribili, un puzzle di frammenti polivocali, un coro di echi, un  intreccio di allucinazioni galoppanti che assumono la consistenza materica di caratteri onniscienti, che conducono e conoscono l’andamento e l’esito della vicenda dell’ “eroina” fassbinderiana,  esattamente come nella tragedia greca. Il degrado di Veronika è il frutto di un complotto, quello della dottoressa Katz (Candida Nieri) e dei fantasmi allucinatori di Voss – un coro di sei gorilla albini che danno ordini e creano inganni devianti, affollando la mente di questa attrice morfinomane 3in “via d’estinzione”.

Dentro una scenografia e una messa in scena che non trascura i dettagli, ma che incentiva una fruizione decentrata (dovresti avere più occhi per averne una visione globale!), il cappotto rosso fuoco di una seducente, elegante e impaurita Veronika nella singolare interpretazione di Piseddu, si erge spiccando su un tappeto di soffice morfina da sciogliere e sul motivo del ritorno del morto cineasta, la cui ombra compare e scompare sullo sfondo, segno dell’onnipresenza del genio su un palco popolato dalle sue creature. Presenze di Ibseniana memoria, fantasmi di figure femminili strappate dalle pellicole di Fassbinder, diventano proiezioni altre di Voss e del cineasta tedesco, particolare evidente anche all’interno del film dove il regista si concede delle comparse, come una dichiarazione autobiografica.

Ritmi da capogiro, ronzii, canzoni che diventano refrain persecutori dentro le bocche dei personaggi. La cinepresa presente in scena per la maggior parte del tempo è posizionata in maniera frontale mentre sfreccia sul palco quasi “accecando” il pubblico che viene risucchiato in un vortice destabilizzante di vicende e personaggi surreali dentro un’atmosfera di delirio fumogeno e farraginoso, in una bolla indistruttibile dove reale e ultraterreno sembrano galleggiare nella sospensione di un vaneggiamento. Voss si dibatte tra la sua pseudo-relazione con il giornalista sportivo Robert Krohn (Annibale Pavone) e la sua autentica relazione  con la morfina, che farà del suo un dramma corale e della sua5 vita la sua morte, nella completa identificazione con lo spettro allucinatorio. L’aldilà della Veronika Voss di Latella è un giardino di ciliegi di Cechoviana memoria, dove sembra che tutto sia tornato alla normalità ordinaria, il bianco predomina e le luci di scena (di Simone de Angelis) si schiariscono. Forse Voss non è morta, è solo in un onirico trip da oppiacei.

Il finale è un’ipnosi sensoriale: la chiusura lascia perplessi e nel dubbio di aver subito gli effetti di un’allucinazione da morfinomani.

 

 

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