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The Who: la band londinese torna ad infiammare il pubblico italiano nel concerto a Bologna

22 Set 2016 | Nessun Commento | 781 Visite
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w1Gli Who restano probabilmente il più grande gruppo dal vivo di sempre.” (Eddie Vedder)

17.09.2016: in una Bologna che da mesi (e per pochi mesi ancora) è assalita dallo sterminato popolo di adepti del genio dell’immortale Duca Bianco, essendo l’unica tappa italiana (ed ultima in Europa) della magnifica mostra “David Bowie Is”, è tornato il ciclone Who per una delle tappe del lungo tour celebrativo del cinquantenario di carriera. Certo che di cose da spazzar via ce n’erano davvero un bel po’: l’assenza di ben oltre quarant’anni dal capoluogo emiliano, ma anche il non felice ricordo dell’esibizione del gruppo all’Arena di Verona del 2007 quando, complice un violento quanto improvviso temporale, la voce di Roger Daltrey fu ufficialmente dichiarata non pervenuta, e soprattutto (lo confessiamo) il nostro smodato timore di aver percorso poco meno di 700 chilometri per ascoltare due dinosauri del rock lanciare gli ultimi geriatrici richiami ai loro attempati sostenitori, dubbi che non erano stati fugati nemmeno quando Pete Townshend, dopo l’opaca performance della band inglese Slydigs, tangibile dimostrazione di quanto pane duro debbano ancora masticare i giovani rockettari per anche solo sfiorare i miti del passato, ha guadagnato il palco della Unipol Arena di Casalecchio sul Reno, struttura in procinto di rimettersi a nuovo per ospitare ogni anno eventi di rilevanza mondiale, per chiedere al pubblico “come state?” ed affermare “io sto bene” prima di inforcare un paio di occhiali da sole. w2

Eppure è bastato che il papà di “Tommy” imbracciasse la sua chitarra e facesse partire le prime note di “I can’t explain” per comprendere che l’antico fuoco non era per nulla spento e che continuava ad alimentare un vulcano che, di lì a poco, avrebbe eruttato lava incandescente sulla platea di un Palazzetto gremito in ogni ordine di posto. E così è stato: l’assoluto stato di grazia di Pete era tangibile, il suo leggendario mulinello, con cui sembra ogni volta stracciare le corde della chitarra, suona ancora alla grande e dirige in modo egregio una band di assoluto pregio; certo, sostituire il basso di John Entwistle e, forse ancor più, la batteria di Keith Moon deve essere una cosa che fa tremare i polsi solo a pensarci, ma il nostro Pino Palladino (osannato dal suo pubblico) e Zak Starkey, degno figlio di un tale Ringo Starr, quello che nei Beatles stava proprio seduto alla batteria, reggono splendidamente il confronto, trascinando in un vortice di rock allo stato puro anche le chitarre di Simon Townshend, fratello di Pete, e le tastiere di John Corey e Loren Gold.

Restava – inutile girarci attorno – da comprendere se la voce del buon vecchio Roger fosse nuovamente candidata ad essere anello debole della catena, se, come lui stesso ha ricordato, anche questa volta qualcosa dovesse andare storto come tutte le volte che sbarca in Italia: ebbene non oggi, non a Bologna, perché Daltrey sembra cibarsi, abbeverarsi, rinfrescarsi (dato che suda da morire) con l’affetto dei suoi sostenitori, cui – ed è questo il vero miracolo – regala una esibizione addirittura in salita, con le corde vocali che w3sembrano via via scaldarsi sino a raggiungere gli antichi fervori. La partenza è da cardiopalmo ed annovera, oltre alla già ricordata hit, roba tostissima come “The seeker”, “Who are you”, cantata da tutto, ma proprio tutto il pubblico, “The kids are alright”, “I can see for miles” e la mitica “My generation”. “Ho scritto questi pezzi nel 1972, voi non eravate neanche nati: ragazzini!” urla il settantenne Pete in evidente stato di magnificazione, ad un pubblico in cui effettivamente si mescolano figli, padri ed anche qualche nonno, tutti accomunati dalla passione, prima di far partire la splendida “Behind blue eyes”, “Bargain”, “Join together”, introdotta da un pensiero per le vittime del recente devastante terremoto italiano, e “You better you bet”. È il momento di quel capolavoro della musica rock che si chiama “Quadrophenia”, qui rappresentato da “5:15”, “I’m one”, il solo cantato da Pete in assoluta solitudine e senza occhiali, quasi a volersi mostrare nudo al proprio pubblico, il lungo quanto magnifico strumentale “The rock” e “Love, reign o’er me”, con l’inevitabile urlo finale di Roger. Una piccola parentesi con “Eminence front” prima di passare ad una rassegna tratta dall’altro capolavoro del gruppo, quel “Tommy” che ancora si staglia come una delle più alte celebrazioni dell’Opera rock: ed ecco che partono “Amazing journey,” “Sparks”, “The acid queen”, “Pinball wizard” e la leggendaria “See me feel me (listening to you)”, mandando in visibilio l’Arena, che comprende subito che il concerto non prevede bis quando viene schiacciata dal muro del suono infranto da “Baba O’Riley” e “Won’t get fooled again”. Ed alla fine tutti sono felici di aver partecipato ad un evento indimenticabile, di non aver dato ascolto a chi credeva che questi due Signori del rock fossero ormai pellegrini sul viale del tramonto, ma anche e soprattutto che Roger e Pete non abbiano dato seguito a quel desiderio, espresso nel lontano 1965, di morire prima di diventare vecchi: se questa è la vecchiaia, allora vale davvero la pena di viverla tutta questa vita.

 

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