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Teatro Petruzzelli, l’anniversario del rogo 1991-2011

25 Ott 2011 | Nessun Commento | 3.629 Visite
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Sabato 26 ottobre 1991. Giornata splendida, sole tiepido ma abbagliante, cielo terso, aria frizzante. Una giornata d’autunno come tante per i pugliesi, incredibilmente bella per centinaia d’agenti di cambio e dirigenti di banche giunti a Bari per il 34° convegno del Forex organizzato, per la prima volta, nel capoluogo pugliese. Ospite d’onore: Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia.
Per l’occasione, gli organizzatori hanno fatto le cose in grande: relazioni, dibattiti, pranzo nel nuovo, lussuoso Sheraton-Nicolaus Hotel e serata d’onore al teatro Petruzzelli per una rappresentazione esclusiva della ‘Norma’ sponsorizzata dalla Cassa di Risparmio di Puglia.

Alle 19 gli invitati cominciano a riempire lo splendido foyer e il salottino belle époque del Teatro dove Franco Passaro, presidente della Caripuglia, fa gli onori di casa.
Nelle stesse ore, nel salone del Circolo Unione che occupa l’intero secondo piano del Petruzzelli con le finestre che affacciano in via Cognetti e corso Cavour, è in corso un ricevimento nuziale.
Alle 19,30 la prima ‘chiamata’. Le luci si affievoliscono e gli ospiti, nel prendere posto, si guardano intorno, incantati dalla bellezza del Teatro barese. Stucchi dorati e affreschi, restaurati di recente, brillano ancora di più nella luce soffusa. Il colpo d’occhio è spettacolare. Nessuna meraviglia se questo ‘gioiello’ pugliese è ormai famoso in tutto il mondo. Tutto sembra unico. Dall’occhio centrale di cristallo dell’immensa e spettacolare cupola, alle decorazioni, allo stupendo telone realizzato, novant’anni prima, dal pittore barese Raffaele Armenise.

Alle 20, il telone raffigurante l’ingresso a Bari del doge Orseolo II nel 1002, si alza; si alza il sipario di velluto rosso e, nel silenzio più assoluto, le prime note del capolavoro di Vincenzo Bellini cominciano a diffondersi tra i palchi e le poltrone della platea. La profusione di pregiato abete di Carinzia, utilizzato novant’anni prima per assorbire le onde sonore, fa del Petruzzelli un modello di perfezione acustica.
Alle 22,15 una telefonata anonima al 113 segnala la presenza di una bomba nel Teatro. Vengono fatti discreti controlli per non allarmare gli ospiti, ma senza esito. Del resto lo spettacolo si avvia al termine. Si decide quindi per un controllo più accurato a teatro vuoto.
Non si trova nulla e il custode Giuseppe Tisci, che alloggia con la sorella nello stesso teatro, appena dopo la mezzanotte inizia il suo consueto lavoro di smontaggio delle scenografie e controllo delle luci.
Alle 2,30 il custode effettua l’ultimo, accurato giro d’ispezione resosi necessario dalla segnalazione anonima e da un’altra incredibile coincidenza: il melodramma di Bellini termina con un grande incendio, il rogo del sacrificio di Norma e Pollione.
Tisci darà agli inquirenti tre versioni dei suoi movimenti fra la mezzanotte del 26 e le due e trenta del mattino di domenica 27 ottobre. Tutte concordanti in un solo punto: fino alle tre, tre e mezza, il teatro era ancora integro. La circostanza è confermata anche dai camerieri dei Circolo Unione… «gli ultimi invitati al ricevimento nuziale hanno lasciato il Circolo alle due e un quarto. Noi, come il solito, siamo rimasti a riordinare sala e cucina. Poi abbiamo sentito un sibilo assordante e subito dopo un boato. Ci siamo precipitati sul balcone che affaccia in via Cognetti pensando ad un incidente automobilistico ma, non vedendo nulla di strano ci siamo tranquillizzati. Stavamo rientrando quando, alzando gli occhi sul palazzo di fronte, abbiamo visto nei vetri i riflessi rossastri di un incendio».
L’allarme alla caserma dei Vigili del fuoco … «correte, il Petruzzelli sta bruciando» è stata registrata alle 4,46.
Dunque, nel giro di un’ora e mezza, due, una struttura di quelle dimensioni, sia pure abbondante di legno, tendaggi e altro materiale infiammabile, è stata assalita dalle fiamme in modo così devastante da raggiungere e fondere le strutture di ferro della cupola alta 26 metri.

Alle 4,49 la squadra di pompieri distaccata al porto è già sul posto. Il primo intervento è per il custode Tisci e la sorella Enza intrappolati nel piccolo appartamento sul lato di via Cognetti: faranno appena in tempo a farli salire su una scala appoggiata alla finestra sfondata. Subito dopo, le fiamme avvolgono la stanza. Poi, qualcuno ricorda che nel teatro abita anche la famiglia del titolare del bar in corso Cavour. Salvati anche loro dalla prontezza di spirito di un carabiniere che riesce a svegliarli solo a colpi di pistola sparati in aria.

Alle 5, la città è attraversata dalle laceranti sirene delle pattuglie della Polizia, dei Carabinieri e dalle altre squadre di pompieri. Il cielo sopra il teatro è arrossato da alti bagliori quando la cupola implode nel guscio già devastato della platea. Diverse centinaia di cittadini, in corso Cavour, via Cognetti, via XXIV Maggio, dai balconi e sulle terrazze dei petruzzellipalazzi che si affacciano sul Petruzzelli, osservano la scena increduli, ammutoliti. Alcuni piangono, altri si abbracciano mentre guardano le fiamme con gli occhi lucidi.
Intanto, arrivano Ferdinando Pinto, il gestore, e i proprietari del teatro, le sorelle Vittoria e Teresa Messeni Nemagna. A tutti è stato fatto lo stesso appello, «correte, il Petruzzelli sta bruciando». Nessuno, però, ha minimamente immaginato la reale proporzione dell’incendio.
Pinto è stravolto, ha gli occhi lucidi, abbraccia e stringe mani di conoscenti ed amici che gli esprimono solidarietà. In disparte, i meno conosciuti Eredi del teatro guardano, allibiti e sconcertati, lo scempio, l’immane disastro. In meno di due ore è andato in fumo uno degli ultimi ‘gioielli’ storici della città di Bari. Il primo, più grande tempio regionale della musica lirica e, negli ultimi dieci anni, il più importante teatro di tutto il Mezzogiorno.

Il sogno lungimirante dei fratelli Antonio e Onofrio Petruzzelli che lo avevano fatto realizzare nel 1903, è un cumulo di cenere.
Tre ore dopo l’intervento dei pompieri, la platea è ‘affogata’ da mezzo metro di schiumogeno. Le tre file di palchi sembrano tante piccole caverne annerite dai fuochi di antichi abitatori.
«La città è in lutto. Soffre come le fosse stato strappato un pezzo di carne, come se le fiamme le avessero sfigurato il volto, ridotto in fin di vita un padre, un fratello, un figlio. Come se, nella vecchia casa, fosse andato distrutto uno fra i pochi ambienti dei quali ancora andar fieri, testimoni di una tradizione antica di intraprendenza e di lavoro, ma anche di passione musicale, di arte e cultura. Bisogna reagire furiosamente contro un’infamia che non può, non deve essere accettata».
Non è retorica giornalistica. Il sentimento è comune a centinaia di migliaia di pugliesi che pur scettici nella scelta della proprietà di affidare la gestione del teatro al giovane Ferdinando Pinto, si erano poi ricreduti avendo visto il loro tempio lirico tornare all’antico splendore.
Il primo segno di cambiamento, il primo atto concreto di Pinto infatti è dirompente e straordinario: la sera del 6 dicembre 1980 il Petruzzelli offre ai baresi un evento artistico eccezionale, un degno omaggio al suo Santo protettore. Il teatro, sfavillante e gremito in ogni ordine di posto, accoglie il più grande danzatore di tutti i tempi, Rudolph Nureyev, tributandogli un’ovazione di quindici minuti. Il grande artista è così colpito dal calore del pubblico che chiederà di tornare a Bari.
Tornerà due mesi dopo, nel febbraio del 1981, prima con Carla Fracci per una memorabile esecuzione di ‘Giselle’, poi, nell’ottobre dello stesso anno, con l’altrettanto mitica Margot Fonteyn.
Così lo scetticismo, il ghiaccio fra l’esigente pubblico pugliese e il giovane Ferdinando, è sciolto.
A Nureyev seguiranno altri grandi artisti, altri grandi spettacoli, altre grandi stagioni liriche e, all’improvviso, il teatro Petruzzelli non sarà più ‘un teatro in una città del Meridione’, ma ‘Il Teatro’ di Bari nella industriosa Puglia. Improvvisamente, la stampa specializzata e le cronache teatrali di tutti i quotidiani d’Italia, scoprono che il Petruzzelli è il quarto tempio lirico del Paese, il primo d’Europa per capienza e un grande centro polivalente di arte e cultura capace di competere con i più grandi teatri del mondo grazie alla fertile immaginazione e capacità organizzativa del suo giovane manager.

Ma cos’è accaduto quella disgraziata notte? Com’è accaduto, perché è accaduto e cosa si può fare per risanare quel corpo così martoriato? «Il Petruzzelli continua. Il suo cuore continuerà a pulsare più forte di prima» sostiene Ferdinando Pinto.
Già dal 28 ottobre la Gazzetta ipotizza il dolo. «Sì, forse il racket» è il titolo di prima pagina. Un titolo che il procuratore capo della Repubblica, Michele De Marinis, contesta definendolo… «piuttosto impegnativo a poche ore di distanza dal fatto».
Ma ci sono troppe cose che non quadrano. L’estrema violenza dell’incendio – un corto petruzzelli_2circuito non avrebbe potuto fare quel disastro in meno di due ore – la telefonata anonima per una presunta bomba la sera del 26 e l’altra, sempre d’ignoti, alle 11 del mattino del giorno dopo che rivendicava la paternità dell’incendio. E poi, alcune porte frangifuoco sono state trovate aperte; la porta d’uscita degli artisti, in via Cognetti, che il custode Tisci affermava di aver chiuso alle 2,30 del mattino del 27, è stata trovata forzata e aperta. Ancora, com’è che non ha funzionato né il sistema d’allarme né quello antincendio? E soprattutto, come mai Tisci e la sorella, che abitano all’interno del Teatro, addirittura sul ballatoio prospiciente il palcoscenico, hanno sentito l’odore di bruciato soltanto all’ultimo momento?

Il 29 ottobre l’ipotesi formulata dal giornale è confermata. Il dolo c’è. Si tratta di capire qual è l’obiettivo dell’incendiario: Ferdinando Pinto, un ricatto, una dimostrazione di forza contro la città?
Mentre si avviano indagini e perizie, le Istituzioni tutte, cominciano a parlare e assicurare interventi, contributi, finanziamenti. Erano gli stessi Enti che fino al giorno prima li avevano negati. Regione, Comune e Provincia da anni navigano in un mare di debiti e comunque, nella foga del momento e con l’intento di apparire, poiché bisognava esserci, tutti ignorarono un particolare essenziale: il Teatro è proprietà privata e dunque tocca ai proprietari ricostruirlo.
Ma la maggior parte dei cittadini, associazioni, aziende, Enti pubblici e privati vanno oltre la questione di merito: il Petruzzelli, sostengono, appartiene ormai al patrimonio storico-culturale della città e noi vogliamo fare tutto il possibile per ridarlo alla città in tempi brevi.

Dunque ora resta da sapere chi ha incendiato il Petruzzelli e perché.
Circa due anni dopo, la sera del 7 luglio 1993, gli inquirenti della Direzione Nazionale e Distrettuale dell’Antimafia sottopongono il risultato delle loro indagini al gip di Bari, Pietro Sabatelli che firma gli ordini di custodia cautelare per Ferdinando Pinto, Giuseppe Tisci, Vito Martiradonna, Savino Parisi, e Antonio Capriati. L’accusa è incendio doloso e associazione a delinquere di stampo mafioso. Pinto e Tisci vengono arrestati la notte fra il 7 e l’8 luglio; Parisi e Capriati ricevono l’ordine in carcere; Vito Martiradonna è latitante.
L’impianto accusatorio dei magistrati è basato sulle dichiarazioni di un criminale tranese pentito, Salvatore Annacondia, il quale riferisce che durante un periodo di detenzione nel carcere di Trani proprio con i ‘boss’ Capriati e Parisi, avrebbe saputo di un piano concordato fra Pinto, la malavita organizzata e una classe affaristica-imprenditoriale barese i quali, incendiando il teatro, si proponevano di concorrere alle gare d’appalto e poi lucrare sui futuri, necessari contributi per la ricostruzione. In cambio la mala locale avrebbe avuto vantaggi giudiziari.
Non ci crede nessuno.
Era noto che Ferdinando Pinto avesse accumulato debiti personali e d’impresa, era pensabile che si fosse macchiato di un’imperdonabile leggerezza per aver accettato certi finanziamenti, ma non dell’assassinio di quella creatura che gli dava prestigio e notorietà a livello europeo.
Quindici giorni dopo, infatti, il 23 luglio, i giudici del Tribunale della libertà annullano le ordinanze di custodia cautelare e ordinano l’immediata scarcerazione di Pinto – che è rinchiuso nel carcere di Turi – e del custode Giuseppe Tisci. Le accuse risultano destituite di credibilità. Il mistero è ora più fitto di prima. La storia che era già brutta prima, diventa paurosa.
«La verità deve essere ricostruita pezzo per pezzo. Non si possono enunciare teoremi se non si è in grado di dimostrarli con matematica certezza specie quando è in gioco la libertà fisica del cittadino» scrive la Gazzetta.
I giudici della DDA però, non si arrendono. Ricorrono in appello, ma il 28 ottobre 1993 la Cassazione conferma l’annullamento delle ordinanze… «non esistono gravi indizi per le accuse mosse».
Nonostante questa doppia smentita, gli inquirenti vanno avanti, alla ricerca di nuove prove, soprattutto degli incendiari e, il 6 ottobre del ’94 riescono a identificarli. Si tratta di Francesco Lepore e Giuseppe Mesto.
Il 12 luglio 1995, i magistrati inquirenti dell’Antimafia tornano dal gip, gli presentano una memoria di 70 cartelle e chiedono il rinvio a giudizio per Lepore, Mesto e per tutti quelli già accusati e scarcerati nel ’93.
Secondo i pubblici ministeri – scrivono Carmela Formicola e Carlo Stragapede sulla Gazzetta – l’ex gestore del Petruzzelli…‘instaurando rapporti finanziari con soggetti rappresentativi delle associazioni di stampo mafioso avrebbe deciso, per il tramite di Vito Martiradonna, di aderire all’organizzazione del pregiudicato Antonio Capriati con il quale ideava e realizzava, previo assenso del noto boss Savino Parisi, la consumazione dell’incendio doloso affidato a Giuseppe Mesto e Francesco Lepore’. In cambio… ‘Pinto avrebbe garantito ai clan coperture e protezioni in qualificati ambienti politico-amministrativo e giudiziari aprendo loro nuove prospettive di interessi economico-affaristici e creando, per se stesso e le sue società, aspettative economiche con attività speculative inerenti la ricostruzione del Teatro e la conseguente gestione dei fondi che sarebbero stati stanziati per proseguire l’attività artistica del Petruzzelli”.
Questa volta il ‘teorema’ è molto più circostanziato e convincente tanto che il 23 settembre del 1995, il giudice Sabatelli accoglie la richiesta dei giudici dell’Antimafia e fissa l’inizio del processo per il 14 febbraio del 1996.

Chissà se il magistrato abbia scelto quella data consapevolmente: il Petruzzelli era stato inaugurato la sera di sabato 14 febbraio 1903 con la rappresentazione de Gli Ugonotti di petruzzelli_3Giacomo Mayerbeer e senza l’incendio, quello stesso giorno avrebbe compiuto 93 anni di ininterrotta attività.
Chi prima, chi dopo, tutti gli imputati dei presunti teoremi – ‘avviso’ del racket delle estorsioni al gestore o presunto ‘comitato d’affari’ per accaparrarsi appalti e contributi – saranno scagionati per non aver commesso il fatto, tranne gli incendiari materiali Giuseppe Mesto e Francesco Lepore.
E la ricostruzione del Petruzzelli?
Questa è un’altra lunga storia finita… ‘ieri’: il 6 dicembre 2009, con la protezione di San Nicola, la Fondazione lirica Teatro Petruzzelli ha riaperto i battenti del ricostruito teatro tornando alla vita dopo un melodramma lungo 18 anni.

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