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Tanta musica per il Time Zones 2014. Convincono Michele Fazio, Mike Zonno e Marc Ribot

20 Nov 2014 | Nessun Commento | 922 Visite
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riot4Se ne andata anche questo Time Zones 2014, la ventinovesima edizione, ma prima  di renderci orfani, almeno fino all’anno prossimo, ci ha regalato altre due serate di innegabile spessore, ben suddivise tra jazz, elettronica e rock. Procediamo per gradi.

Il jazz è stato rappresentato dalla performance del pianista e compositore barese Michele Fazio, che, complici il contrabbasso di Marco Loddo e la batteria di Emanuele Smimmo, ha proposto il suo più recente prodotto discografico, “L’acrobata”, lavoro che si lascia apprezzare per un lirismo davvero fuori dal comune cui, purtroppo, non fa eco una più eclettica vena compositiva, di talchè i brani, pur coinvolgendo davvero tanto il pubblico, risultavano un po’ ripetitivi.

Discorso diverso merita il progetto Music for Japanimages nato dalla fervida mente del contrabbassista barese Mike Zonno; pur geniale nella sua iniziale dichiarazione di intenti di dare una lettura jazz alle colonne sonore dei film giapponesi, il set risentiva in modo esponenziale dei problemi tecnici affrontati dal sassofonista Gianfranco Balena, nonostante la buona prova offerta dallo stesso Zonno e da Beppe Brizzi alla batteria. Toccava allora all’ottimo pianoforte di Nico Marziliano condurre per mano il gruppo fuori dalle sabbie; il personalissimo e raffinatissimo tocco del pianista barese si lasciava ancora una volta apprezzare in tutto il suo splendore in tutto il concerto, con punte di perfezione in apertura di esibizione, affidata ad una sua prova solistica, nonché nel finale, quando la band si produceva in una composizione scritta dallo stesso Marziliano.

La vena elettronica del Festival delle musiche possibili era splendidamente rappresentata dai Cavern of Anti-Matter, trio nato sulle ceneri dei mitici Stereolab di cui può annoverare l’indiscussa mente, il chitarrista Tim Gane, e l’nergico batterista Joe Dilworth che, con l’ausilio del tastierista programmatore Holger Zapf, hanno dato vita ad un interessante progetto che, a nostro modesto parere, appare ancora in divenire, non perfettamente cosciente delle proprie potenzialità e, soprattutto, della strada da percorrere.

Infine il rock, ammesso che si possa chiamare così o anche solo si possa tentare di definire la musica che scaturisce dalla geniale mente di Marc Ribot. Il Trio del chitarrista statunitense, completato da Chad Taylor alla batteria e, soprattutto, dal leggendario Henry Grimes al contrabbasso, la stessa formazione con cui ha pubblicato lo splendido “Live at the Village Vanguard”, ha offerto la ‘solita’ prova maiuscola, forte di quell’interplay inconfondibile e di quell’intuitivo processo creativo che tramuta davanti ai nostri occhi suoni indefinibili in brani di fama planetaria (tra cui abbiamo riconosciuto anche una “While my guitar gently weeps di harrisoniana memoria) ed, infine, in musica ipnotica; mossi da una straordinaria sensibilità ed un palpabile rispetto reciproco, non è mai del tutto chiaro chi esattamente conduca il gioco, ed è questa una delle frecce migliori all’arco di un gruppo in cui appare lapalissiana la presenza di tre pregevolissime menti pensanti impegnate nel trasformare una semplice formazione musicale in un vero e proprio collettivo, in cui a farla da padrone è la voglia di esplorare i limiti del percettibile, esattamente quello che è accaduto anche nel corso del concerto barese davanti ai nostri increduli occhi e, soprattutto, nelle nostre riconoscenti orecchie, così da consegnarci un finale degno del miglior Time Zones.

In foto Marc Riot

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