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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Superba prova teatrale della Compagnia “La luna nel letto” in scena al Kismet con “L’abito nuovo”

14 Gen 2016 | Nessun Commento | 1.510 Visite
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a1Il tempo è galantuomo, si dice. Non è vero, non per tutti almeno. Di certo non lo è stato con Michele Crispucci, modestissimo scrivano nello studio di un noto avvocato partenopeo, che aveva fatto affidamento proprio sul passaggio del tempo per cancellare dalla sua vita l’ingombrante figura della splendida moglie, allontanatasi dal tetto coniugale, abbandonandovi tanto il marito quanto la neonata loro unica figlia Assuntina, per seguire i sogni – poi realizzatasi – di divenire non solo attrazione circense ma anche attrattiva – ed amante – di uomini più che facoltosi. Vent’anni dopo, quando tutto sembra ormai dimenticato, e Concettino, giovane rampollo di un altro noto legale, si è finalmente deciso a chiedere la mano di Assunta, la donna fedifraga, divenuta Celie Bouton, ormai stella mondiale dello spettacolo, torna a Napoli per proporre uno spettacolo con il suo circo. Il tempo pare passato invano: Michele viene nuovamente ricacciato nella sua condizione di marito tradito, ma che segretamente ancora ama la moglie o, meglio, il suo virgineo ricordo, dileggiato dai suoi colleghi, mentre Assuntina, in virtù dello scandalo, viene abbandonata da Concettino. Il destino sembra aver di nuovo preso la sua impietosa e lenta strada quando, d’un tratto, accelera in curva determinando una deflagrazione che muta le esistenze stesse di tutti i personaggi coinvolti: Celie Bouton muore calpestata dai suoi cavalli. Dopo niente è più lo stesso. La favolosa fortuna accumulata da Celie grazie al suo equivoco passato piove su Michele ed Assuntina ma, inaspettatamente, non sembra più creare fonte di scandalo per alcuno, nemmeno per Concettino che ora accetta di sposare la ricchissima ragazza;a5 Michele pare essere l’unico a vedere in tale lascito tutta la vergogna e la rovina di una vita fatta di stenti – con indosso da quindici anni sempre il medesimo vestito ricevuto in dono dal datore di lavoro – ma assolutamente onesta, e decide di rinunciarvi. Quando, reduce da un viaggio a Venezia per visionare un’altra proprietà della moglie, vinto dalle insistenze di tutta la piccola comunità, accetterà l’eredità, peraltro dissipandola in acquisti folli come il tanto agognato nuovo abito, nella certezza di avervi negoziato, se non addirittura mercanteggiato, non solo la propria onestà ma anche la moralità e la purezza dell’unica figliola, sarà pronto a morire, stroncato dal dolore.

Se scrivere de “L’abito nuovo” è ostico, come effettivamente, almeno a noi, è parso, immaginiamo sia esponenzialmente più arduo mettere in scena un’opera sì dolorosamente controversa, l’unica che sia scaturita dall’unione tra le incommensurabili penne di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello, prova ne sia che nessuno abbia più affrontato l’improba prova dopo la primordiale edizione messa in scena nel 1937, poco dopo la morte di Pirandello, e la successiva versione televisiva datata 1964, sempre con la regia dell’autore, egli stesso dettosi spaventato dal tema trattato nella commedia, che fu accolta tiepidamente e finanche criticata dall’illustre fratello Peppino che, pur ricoprendo il ruolo di Concettino, probabilmente non aveva mai visto di buon occhio l’amicizia fra i due commediografi, durata tre anni, e l’infatuazione di Eduardo per i temi pirandelliani, che li aveva già portati a rappresentare Liolà ed Il berretto a sonagli in versione napoletana.

La commistione tra i due Geni del teatro italiano, che quasi si imposero di lavorare a quattro mani sulla pièce, fece sì che si creasse una scrittura nuova, inedita, in cui (ri)affiorano le tematiche care ad entrambi ma senza mai segni di prevaricazione; alle prese con il dramma (dis)umano di Michele Crispucci, la profondità dei protagonisti a4pirandelliani, sempre all’affannosa ricerca di un significato in una realtà che si rivela irreale ed irrisolta, si fonde con il senso comune eduardiano, con quel suo affondare il coltello nelle pieghe e nelle piaghe dell’infinito contrasto tra classi, tra ricchezza e povertà, in quella società che bolla di follia il rifiuto di Crispucci, salvo poi accoglierlo nuovamente tra le proprie fila quando si sarà uniformato alla massa. Accettando la ricchezza che gli viene dal disonore, egli acconsentirà ad interpretare il ruolo che gli altri hanno deciso per lui, talmente ridicolo nel suo abito nuovo da far pensare ad un novello Pulcinella irriso dallo stesso pubblico che gli ho posto la maschera sul viso, infine tradito non solo dalla moglie o dalla giovane figlia ma, soprattutto, da se stesso; nel sarcasmo con cui si concede ai propri aguzzini c’è tutto il dolore della sua volontà piegata, dell’uomo – un tempo – libero, e nella sua finale risata amara sembra riecheggiare la fatidica domanda del Brand di Ibsen (“Rispondimi o Dio nell’ora in cui la morte mi investe, non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo a conseguire una sola parte di salvezza?”), per cui, però, non vi sarà alcuna caritatevole risposta. L’attenzione di De Filippo, come sempre rivolta all’uomo, immortalato nell’attimo della decisione, senza spiegarne mai sino in fondo l’interno volere e, soprattutto, senza emettere giudizi sul suo operato, incontra e sposa perfettamente i dubbi e le visioni di Pirandello, così da creare un personaggio perfetto, come probabilmente gli riuscirà solo un’altra volta successivamente, con un “altro marito tradito”, quel Calogero Di Spelta de “La grande magia”, non a caso considerato il più pirandelliano dei testi di Eduardo.a2

La Compagnia La luna nel letto, sotto la sapiente regia di Michelangelo Campanale, cui si devono anche le sublimi scene e luci, ci consegna oggi una versione memorabile, originale e toccante dell’opera, giunta a Bari per una serie di repliche sold out nel Teatro Kismet all’interno dell’annuale cartellone del Teatro Pubblico Pugliese. Ponendo uno dei personaggi – il sarto don Ferdinando – fuori dalla scena, all’ascolto della sua radio d’epoca, in cui la voce di Eduardo si mescola con le sublimi melodie verdiane, “La traviata” e “Rigoletto” sopra tutte come è giusto che sia dati gli argomenti toccati, Campanale sembra volerci dire che i personaggi che si muovono sulla scena, talvolta schiacciante ed asfissiante come il giudizio della società talvolta sfarzosa e superba come la più sfrenata fantasia, altro non sono che il frutto della nostra immaginazione, un po’ come accadeva a chi si poneva all’ascolto dei radiodrammi in epoca pre-televisiva; tutto è come noi lo materializziamo ed, in tale ottica, può accadere che il volto della conturbante Bouton abbia le fattezze di Laura Antonelli, recentemente scomparsa, indimenticata fantasia sessuale di più d’una generazione.

Nell’ottima compagnia, ci preme sottolineare la sublime interpretazione di Nunzia Antonino, sempre più di diritto iscritta nell’Olimpo delle grandi interpreti, addirittura in triplice ruolo se si contano anche i pochi iniziali istanti nei panni della cavallerizza, che a3riesce, da par suo, a toccare il cuore del pubblico tanto quando è la vecchia madre di Michele tanto quando è la conturbante amica della Bouton, cui deve aggiungersi il don Ferdinando di Dante Manchisi, e poi le autorevoli prove di Salvatore Marci, Vittorio Continelli, Adriana Gallo, Paolo Gubello, Olga Mascolo, Tea Primiterra, Antonella Ruggiero e Luigi Taglientela, ma soprattutto di Marco Manchisi, cui si deve anche il lavoro di riscrittura del testo, che ci regala un indimenticabile Michele Crispucci, all’occorrenza sommesso o istrionico, con un crescendo interpretativo che lascia attoniti per l’assoluta credibilità del tormento che lo consuma, riuscendo a trasmettere tutto il lacerante dolore di un destino che non prevede né ammette soluzioni; ammirandolo però – speriamo non se ne abbia a male – non abbiamo potuto fare a meno di pensare più che all’immenso Eduardo al suo eccelso erede legittimo, a Luca De Filippo, la cui recente dipartita ancora oggi piangiamo: a nostro modesto parere, a lui, peraltro menzionato tra i ringraziamenti nel libretto di scena, crediamo andrebbe dedicato l’intero spettacolo, così come noi, nel nostro piccolo, ci permettiamo di dedicare questo articolo al suo incancellabile ricordo.

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